Le nozze di Tetide e Peleo

Catulle (84–54 a. C.)

Anonymous translation from Latin

Canta la fama che gli annosi pini,Tronchi sul Pelio, di Nettun per l’ondeD’Eëta navigassero a’ confiniE del lontano Faside alle sponde;Quando lo stuol fortissimo de’ MiniDesiderosi di rapir le biondeAuree lane di Colco, il lieve legnoSciogliere osaro pel salato regno.

La santa Dea che all’ardue rocche impera,Pino a pin connettendo, avea costruttoIl cocchio che al soffiar d’aura leggeraAgil trasvola sul ceruleo flutto.Essa non tacque all’animosa schieraLe nautiche arti, onde per anco istruttoMortal non era; e di sua man la proraSpinse pe’ calli invïolati ancora.

Come gli umidi piani il rostro aperseE sotto i remi il mar fessi d’argento,Dalle candide spume il coro emerseDelle Nereidi attonite al portento.Quel dì vago spettacolo si offerseAlle umane pupille: a cento a centoA fior dell’increspate acque marineSchierate le vezzose Oceanine.

Allor Peleo per Teti arse d’amore,Nè Teti disdegnò nozze terrene;Allora de’ celesti al genitoreDi Teti e di Pelèo piacque l’imene.Salvete, o nati a secolo migliore,Avventurosi eroi, nelle cui veneCorre sangue immortal! Tetide bella.Te madre fortunata il canto appella;

E te, splendor del Tessalo paese,Peleo, da’ fati a sì gran nozze eletto,A cui Giove la ninfa non contese,Ond’ei stesso portava acceso il petto.Dunque è ver che co’ divi occhi ti preseLa bella Nettunina? E predilettoGenero fosti all’Oceàn che serraCo’ flutti interminabili la terra?

Come, corsi più dì, l’alba prescrittaIn cielo apparve, alle regali porteTutta Tessaglia in festa si tragittaE di lieti drappelli empie la corte.Han doni in mano: l’allegrezza è scrittaNe’ volti. Già di Sciro e della forteLarissa, già di Tempe e di CranoneRiman vota ogni piazza, ogni magione.

A Farsaglia s’avvian, tutti a FarsagliaConvengono gli sparsi abitatori.Alla campagna alcun più non travaglia,Si ammorbidisce la cervice a’ tori:Niun più pota le vigne e più non tagliaL’inutil ombra agli arbori; i lavoriTaccion ne’ solchi e rugginosi ed atriIn disparte riposano gli aratri.

Ma nel più chiuso delle regie sediTutto è luce d’argento: i vasi d’oro,Son d’avorio i sedili, e sotto i piediCalpestasi de’ re sparso il tesoro.Locato in mezzo della Dea qui vediIl letto genïal, vago lavoroD’indico dente, sovra cui distesaPende coltre superba in ostro accesa.

De’ prischi eroi l’immagini e le chiareImprese son dipinte in quella vesta.Cogli occhi volti al pin che via pel marePorta Tesèo, coll’anima in tempesta,Arïanna di Dia sul lido appare,Ignara se ancor dorma ovver sia desta,Come quella che sente e crede appenaSola trovarsi sull’ignuda arena.

Ma già co’ remi lo spergiuro amanteFende i campi marini e si ritira.Col piè sull’alga, pallida in sembiante.Lui da lontan la giovane rimiraStupida e fissa a guisa di BaccanteSculta nel marmo: guarda e non respira;Guarda incerta ondeggiando, e del suo maleCrudel presentimento in cor l’assale.

Già la mitra sottil dalle sue biondeChiome in terra è caduta: il vel discioltoPiù le nevi del seno non asconde,Nè più porta il bel cinto al fianco avvolto;Vaghi fregi ch’or gioco erran dell’ondePresso i suoi piedi. Ma del crine incolto,Della mitra, del manto a’ flutti in predaGià non par che la misera s’avveda.

Teseo sol pensa: in lui sol uno ha fisseLe luci, in lui sepolto ogni pensiero.Ahi di che spine il core le trafisseLa cruda madre dell’alato arciero,Diva Ericina! E l’innocente afflisseNella stagion che baldanzoso e fieroTeseo da’ porti uscì d’Atene e sceseAll’infausta magion del re Cretese.

È vecchio grido popolar, che infettaDa crudo morbo l’infelice AteneCol sangue de’ suoi figli a scior costrettaDel trucidato Androgeon le pene,Di verginelle e di garzoni elettaSchiera mandasse alle gortinie arene,Belli, innocenti nell’età più fresca,Al crudo Minotauro orribil esca.

Cotanto lutto del paterno nidoTeseo mirando, non patì l’oltraggio,Ma giurò di morir pria che a quel lidoAncor l’infame pin fesse passaggio:Salse animoso sulle navi, e fidoIl vento supplicando al suo vïaggio,Sen venne e del magnanimo MinosseAlle sedi superbe appresentosse.

Come in lui volse i desïosi lumiLa regal figlia, che su casto lettoOdorato di vergini profumiCrescea blandita sul materno pettoQuali crescono i mirti in riva a’ fiumiO le rose amoreggia un zefiretto,Da lui gli accesi rai prima non tolse,Che fiamma spaventosa in petto accolse;

E per l’ime midolle il reo velenoSentissi errar degli amorosi strali.Divo garzone, che cotante in senoLevi tempeste a’ miseri mortali;E tu, regina Venere, che il frenoReggi di Golgo e dell’Idalia, in qualiFlutti, ahimè!, travolgeste la deliraChe del biondo stranier arde e sospira!

O quante volte svenne di pauraE si fece più pallida dell’oro,Quando l’ardito giovanetto a duraPugna scendea col formidabil toro,Fermo di correr l’ultima sventuraO di mercarsi glorïoso alloro.Al ciel, che tutta non udìa l’inchiesta,Ella voti porgea tacita e mesta.

Perocchè qual del Tauro in sulle cimeQuercia che il capo a’ venti agiti altera,O resinoso larice sublimeDivelto dall’indomita buferaCade all’ingiuso e ruinando opprimeL’ampia foresta; la biforme feraCotal cadeva rovesciata al piano,L’aure ferendo colle corna invano.

Doma cadea dalle robuste bracciaDell’invitto Tesèo, che senza offesaDi nobile sudor sparso la facciaIl piede ritraea dall’alta impresa.Del labirinto per la cieca tracciaCon un filo reggea l’orma sospesa;Con un candido fil, sicura aitaDe’ curvi calli a ritrovar l’uscita.

Ma dove erro lontan dal mio subbietto?Che più dir deggio? Come la donzellaInvolossi del padre al dolce aspettoEd alla compagnia della sorella?Come lasciò nel desolato tettoLa madre, che piangendo invan l’appella?Forse dirò come a sì sante coseIl soave di Teseo amor prepose?

O come ascesa sul veloce abeteDi Dia sen gisse allo spumante lito?O gli occhi avvinta di fatal quïeteL’abbandonasse il perfido marito?Antichissima fama ancor ripete,Come furente pel deserto sitoElla il cercasse; e di voci alte e troncheFacesse risonar l’erme spelonche.

Certa omai de’ suoi danni, in sulla vettaOr salia d’una rupe e protendeaLo sguardo sull’azzurra onda soggettaChe immensa all’orizzonte si perdea;Or calava ne’ flutti, e semplicettaIl lembo della veste sospendea;Stanca ristava e singhiozzando a’ ventiAffidava i novissimi lamenti:

«Così, poi che m’hai tolta al patrio regnoSoletta m’abbandoni in mezzo a’ mari,Empio? Nè temi degli Dei lo sdegno?Nè sai quante sciagure a’ tuoi prepari?Dunque ritrarti dal crudel disegnoNulla ha potuto? Nè ’l membrar de’ cariPrimi giorni vissuti in tanta speneT’ha commosso a pietà delle mie pene?

Ah queste, no, non son, queste, o spergiuro,Le promesse non sono d’una volta;Non è questo quel rosëo futuroChe all’alma promettevi ignara e stolta;Ma che a nido d’amor lieto e sicuroStata sarei nelle tue case accolta.Sognate voluttà, vani contentiChe tutti si portâr per l’aria i venti.

Donna non sia, che più creda veraceIl giuro dell’amante e la promessa.L’amante per aver quel che gli piaceDi giurare e promettere non cessa;Ma poi che spenta ha la sua sete e taceLa cieca voglia, che l’ardea, repressa,De’ giuramenti più non ha pauraE le date promesse più non cura.

Eri a morte devoto, allor ch’io venniCon mio periglio a trarti in salvamento:Perdere il fratel mio prima sostenniChe abbandonarti nel fatal momento:In mercè della fede che ti tenniA lupi ed avoltoi preda divento,Lassa! nè fia chi morta mi ricopra,Poca polve al mio fral gittando sopra.

In quali rupi, in quai solinghe grotteErrante leonessa il sen t’offriva?Qual mar dall’onde in gran tempesta rotteTi vomitò sulla deserta riva?Qual Sirti, o Scilla che i navigli inghiotte,Qual Cariddi, o crudel, ti partoriva,Che per la vita, che t’ho salva, questiRender, perfido, puoi premi funesti?

Se non t’era in piacer d’avermi a sposa,Poi che tel vieta il vecchio padre, almancoTeco tratta m’avessi ossequïosaSchiava fedel che ognor ti fossi al fianco!Sì superba non son, nè sì ritrosaCh’io non godessi al piè leggiadro e biancoApprestarti lavacri e d’un elettoPurpureo drappo ricoprirti il letto.

Ma perchè all’aure i miei lamenti io spargoEbbra di sdegno e per dolore insana?Sorde son l’aure; e quell’infido il largoHa già preso del mare e s’allontana.Io guato intorno il solitario margo,Nè sovra l’alghe appar sembianza umana;Così di tanto il fato anco m’insulta,Che vuol ch’io muoia a tutto il mondo occulta.

Oh, non fossero mai nel dì primieroGiunte l’attiche navi a queste bande!Nè mai recato lo sleal nocchieroAvesse al Minotauro ostie esecrande!Nè questo traditor, questo stranieroChe sotto forme grazïose e blandeSì rei proponimenti in petto accoglie,Mai posto avesse il piè nelle mie soglie!

Or dove me n’andrò? Quali sentieriFia che additi speranza al core afflitto?A’ monti Idei? Ma tempestosi e neriI flutti mi contendono il tragitto.Dal genitore che soccorso io speri?Dal genitor che ingrata ho derelittoPer seguitar lo sconosciuto amanteChe del sangue fraterno era grondante?

O che col fido amore io mi consoli,Col fido amor di lui che m’abbandona?Nave non veggo che di qua m’involi;Nudo ed immenso è ’l mar che m’imprigiona.Io lochi qua rimiro ignoti e soli,Erme piaggie, ove d’uom voce non suona;Sabbia sol miro squallida, deserta,Chiuso ogni scampo e la mia tomba aperta.

Morrò: ma tronchi i miei vitali stamiGià non saranno, nè questi occhi mieiSi chiuderanno al sol, pria ch’io non chiamiAlla vendetta mia tutti gli Dei.Voi, terribili Erinni, che l’infamiPunite col fragello opre de’ rei,Voi, cui del cor l’inesorabil iraDalla fronte di serpi irta traspira,

Qua qua tosto correte: il grido estremoUdir vi piaccia, che dall’imo coreA voi sollevo smanïando e fremoIn preda alle mie fiamme, al mio furore.Che se veraci sono i guai che gemo,Fate indarno non cada il mio dolore;Ma qual qui Teseo per obblio mi lascia,A’ suoi rechi e a sè stesso immensa ambascia.»

Dopochè queste voci dal profondoPetto all’aure commise la dolente,Accennò ’l capo il gran Rettor del mondoDella vendetta in segno che le assente;Tremò la terra e l’Oceàn dal fondoTutto turbossi al cenno onnipotente;Si scosse il cielo, e spaventosi lampiGittâr le stelle pegli eterei campi.

Ma d’improvviso buio l’intellettoA Teseo si coprì, che sull’istanteIn altissimo obblio pose il precettoChe pria nel core gli sedea costante.Promesso aveva al genitor diletto,Tosto che al porto si vedesse innante,Far di candide vele il legno adorno,Segnal della vittoria e del ritorno.

Poichè, se fama è vera, il dì che uscìaTeseo d’Atene, Egeo, che la sua proleVedea de’ venti infidi irne in balìa,Mosse, stretto al suo sen, queste parole:«Figlio, diletto figlio, o della miaSconsolata vecchiaia unico sole,Figlio che or or tornato alla mia corte,Pur mandar son astretto incontro a morte,

Quando pure il mio fato e l’animosoTuo cor da me ti vogliono diviso,Che non ancor lo stanco e desïosoSguardo ho satollo nel tuo caro viso,Non io partire ti vedrò gioioso,Nè tu l’insegne vestirai del riso;Ma pria lordo di polve i bianchi criniIo piangerò gli avversi miei destini.

Poi sul pino maggior del tuo naviglioVele vo’ porre colorate in neroChe siano indizio, a chi vi volge il ciglio,Del mio dolor ch’è sì cocente e fiero.Che se d’Itono la gran Diva, o figlio,Che ognor di nostra schiatta e dell’imperoFu scudo, ti darà che del nefandoTauro nel fianco insanguini il tuo brando;

Ricorda, o figlio, nè dal cor giammaiT’esca il mio detto: appena la nativaDiscovrirassi a’ vigili tuoi raiPer tanto tempo sospirata riva,Fa’ che calino tosto i marinaiL’infausto panno; e candida e festivaSull’albero maggior la vela ascenda,Tal ch’io da lungi le mie gioie apprenda.»

Questo ricordo che sì saldo stetteFinora in mente di Tesèo, leggeraNebbia allora sembrò, che dalle vetteSpazzan dell’alpe i venti a primavera.Ma ’l padre che sedeva alle vedetteSovra una rupe, da mattina a seraIl mar spiando con pupille immoteE due rivi di pianto in sulle gote,

L’atteso legno come vide in primaCon brune vele dirizzarsi al porto,Disanimato come quei che stimaIl figlio suo dolcissimo già morto,Tratto di senno dall’aerea cimaPrecipitossi e nel mar giacque assorto.Allora Teseo entrò le auguste porteFuneste ancor per la paterna morte.

E tal di suo fallire ebbe mercedeE d’un colpo fortuna lo percosse,Quale per sua perfidia egli già diedeAlla vezzosa figlia di Minosse;La qual piangendo la tradita fedeGuata la nave che pel mar già mosse,Triste, affannata, in preda tuttaquantaAll’immenso dolor che il cuor le schianta.

Ma d’altra parte nel tappeto auratoBacco volava di letizia pieno,Dai Satiri saltanti accompagnatoE dal suo fido vecchierel Sileno,Te cercando. Arïanna, ed infiammatoDelle divine tue bellezze il seno.I suoi seguaci intanto ebbri e satolliPer le valli trescavano e pe’ colli.

Ohè gridando, squassano i capelli:Chi scuote il tirso: con adunche maniQual degli uccisi buoi strappa le pelliE ne disperge i sanguinosi brani;Questi van cinti di serpenti: quelliNe’ dischiusi canestri i riti arcaniStan compiendo in disparte, orgie tremende,Che orecchio di profani non intende.

Col pugno sollevato altri percoteI risonanti concavi timballi;Altri desta agitando argute noteDa’ tintinnanti tremoli metalli;Qual poste al corno le gonfiate goteDi lungo reboato empie le valli,Cui del flauto barbarico si accordaOrribile stridor che i campi assorda.

Di sì vaga pittura e sì pomposaIl tappeto regal sparso ridea,Che il letto ricopria, dove già sposaDormito avrebbe la leggiadra Dea.Poi che l’accorsa gioventù bramosaDi mirar fu satolla, il piè togliea;Il piè toglieva riverente e muta,Dando loco de’ numi alla venuta.

Quale al soffiar d’un zefiro clementeS’incalzano nel mare onde sovr’onde,Mentre l’aurora ascesa in orïenteAnnunzia il sol che più non si nasconde;All’alito leggier procedon lenteE con tenue romor batton le sponde;Poi crescono col vento a poco a pocoE splendon da lontan, come di foco:

Tal dalle soglie del regal soggiornoLe accolte innumerabili personePe’ campi si spandevano e ritornoFacea ciascuno alla natal magione.Di tanta folla non sì tosto intornoFuro sgombre le vie, primo ChironeDalle vette del Pelio discendeaE doni boscherecci in mano avea.

Quanti più vaghi fiori ornan le rive;Quanti n’educa sugli eccelsi montiLa selvosa Tessaglia o l’aure estiveCrescon sul fresco margine de’ fonti,Stretti in ghirlanda, delle belle DiveChiron portava a coronar le fronti:Posolli appena, che d’un casto odoreRiser beate l’intime dimore.

Venne il Penèo, che delle muse a’ coriAbbandonava le convalli erboseDella sua Tempe, fra sublimi orroriDi foresta antichissima nascose;Alti faggi portava e dritti alloriSvelti allora dal suol, pioppe ramose,Non senza larghi platani fronzutiE cipressi che al ciel poggiano acuti.

Tai piante intorno alle superbe muraIl Dio poneva in ampio giro e spesso,Perchè lieto d’orezzo e di verzuraDell’augusta magion fosse l’ingresso.Segue Prometeo; nè di quella duraCatena più già porta il segno impresso,Che lo stringea, quando alla rupe affissoPendea dall’alto sull’aperto abisso.

Colla consorte veneranda GioveScende e co’ figli dall’Olimpo: il piede,Febo, tu solo rivolgesti altroveE la tua suora che sull’Ida ha sede;Chè uguale contro Peleo ira vi movePer le temute nuzïali tede.Lieti gli Dei si assisero al convito,Che di superbe dapi era imbandito.

E sedean banchettando. Intanto chinePer molta etade e tremolanti al cantoDan le Parche principio. Alle divineMembra avvolgono intorno un bianco mantoCon roseo lembo, e portan bende al crineChe alle nevi in candor tolgono il vanto;La man però dall’opera non cessaE l’eterno lavor segue indefessa.

Regge la manca la conocchia avvoltaDi molle lana: il fil la destra ingiusoTrae con dita supine e poi rivoltaTorce vibrando in presti giri il fuso.Menda nell’opra non appar che toltaNon sia dal dente ognor; tal che per usoSparse le Dee di morsecchiati filiMostran le labbra pallide e sottili.

Deposte a’ loro piedi ampie fiscelleSerbano i velli della bianca lana.E n’eran colme, allor che le SorelleIn voce che sonava oltre l’umanaImpresero a cantar quanto le stelleGià fisso avean per ora non lontana.Versi cantâr che i posteri più tardiIn niuna parte troveran bugiardi.

«O Peleo invitto, o grande e generosoFermo sostegno dell’Emonio trono,Tu che tanto pel figlio andrai famoso,De’ veri vaticini ascolta il suono.Voi frattanto segnando il calle ascosoAlle sorti che ancor nate non sono,Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Già spunta in ciel dalle marine spumeL’astro caro ad amor: la tua dilettaAll’apparir del sospirato lumeA’ tuoi beati talami s’affretta;E posando al tuo fianco in sulle piumeLe braccia intorno al collo ambo ti getta.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Mai non fur visti più giocondi amoriRallegrar le domestiche pareti;Nè mai fu visto più concordi coriLegare Amor di vincoli sì lieti,Come i soavi vincoli di fioriChe ’l Tessalo garzon legano a Teti.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Sposi leggiadri, a voi daran le sfereAchille, l’imperterrito campione,Cui ben sapranno le contrarie schiereSe dorso o petto opponga alla tenzone.Vincitor fia che stampi orme leggiere,Correndo colle cerve al paragone.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Eroe nessun di sè tanto confidiChe gli contenda nelle pugne il vanto,Quando vermigli pe’ troiani lidiDi sangue andranno Simoenta e Xanto;E le mura abbattendo i prodi AtridiIlio porranno e tutta Frigia in pianto.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Fede pur esse di sua impavid’ almaFaran le madri nell’immenso affanno,Quando de’ figli sull’estinta salmaDi cener brutto il crin discioglieranno,E gli egri petti coll’inferma palmaConsunte di dolor percoteranno.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Quale ne’ campi, se tra folta biadaIn sul meriggio il mietitor si mise,Sotto la falce che la via dirada,Le bionde spiche cadono recise;Tal dietro sè l’irresistibil spadaUn monte lascierà di genti uccise.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.,

De’ mille e mille che da lui fien vinti,Coll’Ellesponto parlerà dolenteLo Scamandro che i flutti orridi e tintiVolve del sangue della teucra gente;E per l’ingombro de’ gran corpi estintiMove più lenta al mar la sua corrente.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Anco sepolto interminabil guerraFarà co’ Teucri, ancora avrà sue prede.Allor sull’alto tumulo che il serra,Porre vedrassi il delicato piedeRegal fanciulla, e cader tosto a terraSotto il vindice ferro che la fiede.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Perocchè d’Ilio le gran mura appenaRovesciate saran dal ferro argivo,Che del tuo sangue, o bella Polissena,Correr farai su quel sepolcro un rivo;Quando, qual ostia che agli Dei si svena,Sul ginocchio cadrai di lena privo.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Dunque, sposi, su via, petto con petto,Alma con alma si confonda insieme.Ne’ suoi talami accolga il giovinettoLa pudibonda vergine che teme,Nè la candida Teti abbia a dispettoSe Dea le coltri d’un mortale or preme.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.

Domani come il giorno in ciel risplenda,Col bel nastro di prima la nutricePiù non potrà, se a visitarla ascenda,Alla fanciulla cinger la cervice.A’ nipoti pensando i lai sospendaAnch’essa l’accorata genitrice.Aggiratevi, o fusi, e tosto orditaTosto per voi sia dell’eroe la vita.»

Tali cantando avventurosi auguriLe nozze festeggiâr de’ divi amantiLe veridiche Parche, a’ dì venturiIl vel squarciando co’ celesti canti.O bella etade! allor solean ne’ puriAlberghi de’ mortali i numi santiCalar sovente dall’eterea sfera,Chè pietade derisa ancor non era.

Ne’ suoi fulgidi templi allor scendeaGiove ogni anno a’ bei riti, e di cavalliE di rote volubili vedeaFerver di Creta i polverosi calli;E Bacco sul Parnaso conduceaDelle sue donne scapigliate i balli,Mentre il popol di Delfo uscendo a garaOnorava il gran Dio d’incenso e d’ara.

Spesso fra l’ire della pugna atroceMarte allora si vide: e senza bendaO la regina del Triton veloceO la Rannusia vergine tremendaEsortar con la mano e con la voceLe armate schiere alla tenzone orrenda.Ma poscia che la terra infetta e reaFu di delitti e posta in bando Astrea;

Poi che del sangue del fratel vermiglioFessi il fratello; ed efferati i cori,Vider la prole con asciutto ciglioScendere nella tomba i genitori;Bramò la morte dell’adulto figlioPer passar senza biasmo a novi amoriLo snaturato padre, ed empie e sozzeCelebraro le madri inceste nozze;

Nè da tanto furore i penetraliDe’ domestici numi andaro intatti;Fatto più scarso il ben; cresciuti i mali,Conculcate le leggi, infranti i patti;Ben parve iniqua stanza agl’immortaliQuesta terra di sangue e di misfatti.Quindi più non vi scendono; o ritornoFan tosto in ciel pria che li colga il giorno.