Inferno — Canto XII

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Era lo loco, ove a scender la riva2 Venimmo, alpestro, e per quel ch’ivi era anco3 Tal, ch’ogni vista ne sarebbe schiva.4Quale è quella ruina, che nel fianco5 Di qua da Trento l’Adice percosse,6 O per tremuoti, o per sostegno manco:7Che da cima del monte, onde si mosse,8 Al piano è sì la roccia discoscesa,9 Ch’alcuna via darebbe a chi su fosse;10Cotal di quel burrato era la scesa:11 E in su la punta della rotta lacca12 L’infamia di Creti era discesa,13Che fu concetta nella falsa vacca:14 E quando vide noi sè stesso morse,15 Sì come quei, cui l’ira dentro fiacca.16Lo Savio mio in ver lui gridò: Forse17 Tu credi, che sia qui il Duca d'Atene,18 Che su nel mondo la morte ti porse?19Partiti, bestia, che questi non viene20 Ammaestrato dalla tua sorella;21 Ma vassi per veder le vostre pene.

22Quale è quel toro, che si slaccia in quella,23 Che à ricevuto lo colpo mortale,24 Che gir non sa, ma qua e là saltella;25Vid’io lo Minotauro far cotale.26 E quello accorto gridò: Corri al varco;27 Mentre che infuria, è buon che tu ti cale.28Così prendemmo via giù per lo scarco29 Di quelle pietre, che spesso moviensi30 Sotto i miei piedi per lo novo carco.31Io gìa pensando; e quei disse: Tu pensi32 Forse in questa ruvina, che è guardata33 Da quell’ira bestial, ch’io ora spensi.34Or vo’, che sappi, che l’altra fiata,35 Ch’io discesi qua giù nel basso Inferno,36 Questa roccia non era ancor cascata.37Ma certo poco pria, se ben discerno,38 Che venisse Colui, che la gran preda39 Levò a Dite del cerchio superno,40Da tutte parti l’alta valle feda41 Tremò sì, ch’io pensai che l’universo42 Sentisse amor, per lo qual è chi creda43Più volte il mondo in caos converso:44 Et in quel punto questa vecchia roccia,45 Qui et altrove tal fece riverso.46Ma ficca gli occhi a valle: chè s’approccia47 La riviera del sangue, in lo qual bolle48 Qual che per violenzia in altrui noccia.

49Oh cieca cupidigia e ria e folle,50 Che sì ci sproni nella vita corta,51 E nell'eterna poi sì mal c’immolle!52Io vidi un’ampia fossa in arco torta,53 Come quella, che tutto il piano abbraccia,54 Secondo ch’avea detto la mia scorta:55E tra il piè della ripa, et essa in traccia56 Corrien Centauri armati di saette,57 Come solean nel mondo andare a caccia.58Vedendoci calar ciascun ristette,59 E della schiera tre si dipartiro60 Con archi et asticciuole prima elette:61E l’un gridò di lungi: A qual martiro62 Venite voi, che scendete la costa?63 Ditel costinci, se non l’arco tiro.64Lo mio Maestro disse: La risposta65 Farem noi a Chiron costà di presso:66 Mal fu la voglia tua sempre sì tosta.67Poi mi tentò, e disse: Quelli è Nesso,68 Che morì per la bella Deianira,69 E fe di sè la vendetta elli stesso.70E quel di mezzo, che al petto si mira,71 È il gran Chiron, il qual nudrì Achille:72 Quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira.73D’intorno al fosso vanno a mille a mille,74 Saettando qual’anima sì svelle75 Del sangue più, che sua colpa sortille.

76Noi ci appressammo a quelle fiere snelle:77 Chiron prese uno strale, e con la cocca78 Fece la barba indietro alle mascelle.79Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,80 Disse a’ compagni: Siete voi accorti,81 Che quel di dietro muove ciò, che tocca?82Così non soglion fare i piè de’ morti.83 E il mio buon Duca che già gli era al petto,84 Dove le due nature son consorti,85Rispose: Bene è vivo, e sì soletto86 Mostrarli mi convien la valle buia:87 Necessità m’induce, e non diletto.88Tal si partì da cantare alleluia,89 Che mi commise quest'uficio novo:90 Non è ladron, nè io anima fuia.91Ma per quella virtù, per cui io muovo92 Li passi miei per sì selvaggia strada,93 Danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,94E che ne mostri là dove si guada,95 E che porti costui in su la groppa;96 Che non è spirto, che per l’aere vada.97Chiron si volse in su la destra poppa,98 E disse a Nesso: Torna e sì li guida,99 E fa cansar, s’altra schiera v’intoppa.100 Or ci movemmo con la scorta fida101 Lungo la proda del bollor vermiglio,102 Dove i bolliti facean alte strida.

103Io viddi gente sotto infìno al ciglio,104 E il gran Centauro disse: Ei son tiranni,105 Che dier nel sangue, e nell’aver di piglio.106Quivi si piangon li spietati danni:107 Quivi è Alessandro e Dionisio fero,108 Che fe Sicilia aver dolorosi anni.109E quella fronte, che à il pel così nero,110 È Azzolino; e quell’altro, che è biondo,111 È Opizzo da Esti, il qual per vero112Fu spento dal figliastro su nel mondo.113 Allor mi volsi al Poeta; e quei disse:114 Questi ti sia or primo, et io secondo.115Poco più oltre il Centauro s’affisse116 Sopr’una gente, che infino alla gola117 Parea che di quel bulicame uscisse.118Mostrocci un'ombra da un canto sola,119 Dicendo: Colei fesse in grembo a Dio120 Lo cuor, che in su Tamisi ancor si cola.121Poi vid’io gente, che di fuor dal rio122 Tenea la testa, et ancor tutto il casso;123 E di costoro assai riconobb'io.124Così a più a più si facea basso125 Quel sangue sì, che cocea pur li piedi;126 E quivi fu del fosso il nostro passo.127Sì come tu da questa parte vedi128 Lo bulicame, che sempre si scema,129 Disse il Centauro, voglio che tu credi,

130Che da quest’altra a più a più giù prema131 Lo fondo suo, infin che si raggiugne132 Dove la tirannia convien che gema.133La divina Giustizia di qua pugne134 Quell’Attila, che fu flagello in terra,135 E Pirro, e Sesto; et in eterno mugne136Le lagrime, che col bollor disserra137 A Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,138 Che fecer alla strada tanta guerra.139Poi si rivolse, e ripassossi il guazzo.