Paradiso — Canto XIII

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Imagini chi bene intender cupeCiò ch’io or vidi, e ritenga l’image,Mentre ch’io dico, come ferma rupe,4Quindici stelle, che ’n diverse plageIl Ciel avvivan di tanto sereno,Che soverchia dell’arte ogni compage;7Imagini quel Carro, a cui il senoBasta del nostro Cielo e notte e giorno,Sì ch’ al volger del temo non vien meno;10Imagini la bocca di quel corno,Che s’incomincia in punta de lo stelo,A cui la prima ruota va dintorno,13Aver fatto di sè du’ segni in Cielo,Qual fece la filliuola di Minoi,Allora che sentì di morte il gielo,16E l’un ver l’altro aver li raggi suoi,Et ambedu’ girarsi per maniera,Che l’uno andasse al primo, e l’altro al poi;

19Et avrà quasi l’ombra de la veraCostellazion e de la doppia danza,Che circulava il punto, dov’io era.22Poi che tanto di là da nostra usanza,Quanto di là dal muover de la ChianaSi muove ’l Ciel che tutti gli altri avanza,25Lì si cantò non Bacco, non Peana;Ma tre Persone in divina natura,Et in una persona essa e l’umana.28Compiè ’l cantor al volger sua misura,Et attesarsi a noi que’ santi lumi,Felicitando sè di cura in cura.31Ruppe ’l silenzio nei concordi numiPossa la luce, in che mirabil vitaDel poverel d’Iddio narrata fùmi.34E disse: Quando l’una pallia è trita,Quando la sua semenza è già riposta,A batter l’altra dolce amor m’invita.37Tu credi che nel petto, onde la costaSi trasse per formar la bella guancia,Il cui palato a tutto ’l mondo gosta,40Et in quel, che forato da la lancia,E possa e prima tanto satisfece,Che d’ogni colpa vince la bilancia,43Quantunqua a la natura umana leceAver del lume, tutto fusse infusoDa quel valor che l’uno e l’altro fece;46E però ammiri a ciò ch’io dissi suso,Quando narrai, che non ebbe ’l secondoil ben che ne la quinta luce è chiuso.

49Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,E vedrai ’l tuo creder e ’l mio direNel vero farsi, come centro in tondo.52Ciò che non muore e ciò che può morire,Non è se non splendor di quella idea,Che parturisce, amando, il nostro Sire:55Chè quella viva luce, che sì meaDal suo Lucente, che non si disunaDa lui, nè da l’Amor che in lor s’intrea,58Per sua bontate il suo raggiar aduna,Quasi specchiato in nove sussistenzie,Eternalmente rimanendosi una.61 Quinde descende a l’ultime potenzieGiù d’atto in atto tanto divenendo,Che più non fa che brevi contingenzie;64E queste contingenzie esser intendoLe cose generate, che produceCon seme e senza seme il Ciel movendo.67La cera di costoro e chi la duce,Non sta d’un modo, e però sotto ’l segnoIdeal poi più e men traluce;70Unde elli avvien che un medesimo legno,Segondo spezie e mellio e peggio frutta,E voi nascete con diverso ingegno.73Se fosse a punto la cera dedutta,E fusse ’l Cielo in sua virtù suprema,La luce del suggel parrebbe tutta.

76Ma la Natura la dà sempre scema,Similemente operando all’artista,Ch’à l’abito de l’arte e man che trema.79Però se il caldo amor la chiara vistaDe la prima virtù dispone e segna,Tutta la perfezion quivi s’acquista.82Così fu fatta già la terra degnaDi tutta l’animal perfezione;Così fu fatta la Vergine pregna.85Sì ch’io commendo tua opinione.Che l’umana natura mai non fue,Nè fia, qual fu in quelle due persone.88Or s’io non procedesse avanti piue,Dunque come costui fu senza pare?Comincerebber le parole tue.91Ma, perchè paia ben ciò che non pare,Pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,Quando fu detto: Chiedi, a dimandare.94Non ò parlato sì, che tu non posseBen veder ch’ei fu re, che chiese sennoAcciò che re sofficiente fosse;97Non per saper lo numero in che ennoLi motor di quassù, o se necesseCon contingente mai necesse fenno;100Non si est dare primum motum esse,O se di mezzo cerchio far si potèTriangol sì, ch’un retto non avesse.

103Unde, se ciò che dissi, e questo nuote,Regal prudenzia e quel vedere impari,In che lo stral di mia intenzion percuote;106E se al Surse drizzi li occhi chiari,Vedrai aver solamente rispettoAi regi, che son molti, e i buon son rari.109Con questa distinzion prende ’l mio detto,E così puote star con quel che crediDel primo padre e del nostro Diletto.112E questo ti sia sempre piombo ai piedi,Per farti muover lento, com’uom lassoEt al sì et al no che tu non vedi:115Chè quelli tra li stolti ben è basso,Che senza distinzion afferma o negaCosì nell’un come nell’altro passo.118Perch’ell’incontra che più volte piegaL’opinion corrente a falsa parte,E poi l’affetto lo ’ntelletto lega.121Via più che ’ndarno da riva si parte,Perch’ei non torna tal, qual ei si move,Chi pesca per lo vero, e non sa l’arte:124E di ciò sono al mondo aperte proveParmenide, Melisso, Briso e molti,Li quali andavan, e non sapean dove.127Sì fe Sabellio et Arrio, e quelli stolti,Che furon come spade a le Scritture,In render torti li diritti volti.

130Nè sian le genti ancor troppo sicureAd iudicar, siccome quei che stimaLe biade in campo, pria che sian mature:133Ch’i’ ò veduto tutto ’l verno primaIl prun mostrarsi rigido e feroce,Possa portar la rosa in su la cima;136E legno viddi già dritto e veloceCorrer lo mar per tutto suo cammino,Perir al fin all’intrar de la foce.139Non creda donna Berta, e ser Martino,Per veder un furar, l’altro offerere,Vederli dentro dal consil divino:142Chè quel può surgere, e quel può cadere.