Purgatorio — Canto VIII

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Era già l’ora che volge il disioDei naviganti, e intenerisce il coreLo di’ che àn ditto ai dolci amici: Addio;4E che lo novo peregrin d’amorePunge, se ode squilla di lontano,Che paia il giorno pianger che si more;7Quand’io incominciai a render vanoL’udir, et a mirar una dell’almeSurta, che l’ascoltar chiedea con mano.10Ella giunse e levò ambe le palme,Ficcando li occhi verso l’oriente,Come dicesse a Dio: D’altro non calme.13Te lucis ante sì devotamenteLi uscì di bocca, e con sì dolci note,Che fece me a me uscir di mente.16E l’altre poi dolcemente e divoteSeguitar lei per tutto l’inno intero,Avendo li occhi a le superne rote.19Aguzza ben, Lettor, qui li occhi al vero:Chè il velo è ora ben tanto sottile,Certo che il trapassar dentro è leggero.

22Io viddi quello esercito gentileTacito poscia riguardare in sue,Quasi ammirando, pallido et umile.25E viddi uscir de l’alto, e scender giueDu’ Angeli con du spade affocate,Tronche e private de le punte sue.28Verdi, come folliette pur mo nate,Erano in veste, che da verdi pennePercosse eran di rieto e ventilate.31L’un poco sovra noi a star si venne,E l’altro scese all’opposita sponda,Sì che la gente in mezzo si contenne.34Ben discernea in Jor la testa bionda;Ma ne le facce l’occhio si smarria,Come virtù che al troppo si confonda.37Ambo vengon del grembo di Maria,Disse Sordello, a guardia de la valle,Per lo serpente, che verrà via via.40Ma io che non sapea per qual calle,Mi volsi intorno, e stretto m’accostaiTutto gelato a le fidate spalle.43Sordello allora: Or valichiamo omaiTra le grandi ombre e parleremo ad esse;Grazioso fi’ lor vederte assai.46Solo tre passi credo ch’ io scendesse,E fui di sotto, e viddi un che miravaPur me, come cognoscer me volesse.

49Tempo era già che l’aire serenava;Ma non sì, che tra li occhi suoi e’ mieiNon dichiarasse ciò che pria serrava.52Ver me si fece, et io ver lui me fei:Giudici Nin gentil, quanto mi piacque,Quando te viddi non esser tra’ rei!55Nullo bel salutar tra noi si tacque;Poi dimandò: Quant’è, che tu venistiA piè del monte per le lontane acque?58Io dissi a lui: Per entro i luoghi tristiVenni stamane, e sono in prima vita,Ancor che l’altra sì andando acquisti.61E come fu la mia risposta udita,Sordello et elli indietro si ricolse,Come gente di subito smarrita.64L’un a Virgilio, e l’altro ad un si volse,Che sedea lì, gridando: Su Currado,Vien a veder che Dio per grazia volse.67Poi volto a me: Per quel singular grado,Che tu dèi a colui, che si nascondeLo suo primo perchè, che non v’è guado,70Quando serai di là da le larghe onde,Dì a Giovanna mia, che per me chiamiLà dove all’innocenti si risponde.73Non credo che la sua madre più m’ami,Poscia che trasmutò le bianche bende,Le quai convien che misera ancor brami.

76Per lei assai di lieve si comprendeQuanto in femina foco d’amor dura.Se l’occhio e il tatto spesso noll’accende.79No li farà sì bella sepulturaLa vipera che il Melanese accampa,Come avria fatto il gallo di Gallura.82Così dicea segnato de la stampaNel suo aspetto di quel dritto zelo,Che smisuratamente il core avvampa.85Li occhi miei ghiotti andavan pur al Cielo,Pur là dove le stelle son più tarde,Sì come rota più presso a lo stelo.88E il Duca mio: Filliuol, che lassù guarde?Et io a lui: A quelle tre facelle,Di che il popul di qua tutto quanto arde.91Ond’elli a me: Le quattro chiare stelle,Che vedemmo staman, son di là basse,E queste son sallite ov’eran quelle.94Com’ei parlava, Sordello a sè ’l trasse,Dicendo: Vedi là ’l nostro avversaro,E drizzò il dito, perchè in la guatasse.97Da quella parte, onde non à riparoLa picciola valletta, era una biscia,Forse qual diede ad Eva il cibo amaro.100Tra l’erba e i fior venia la mala striscia,Volgendo ad or ad or la testa al dosso,Leccando come bestia che si liscia.

103Io nol viddi, e però dicer nol posso,Como mosser li astori celestiali;Ma viddi ben poi l’un e l’altro mosso.106Sentendo fender l’aire a le verdi ali,Fuggì il serpente, e li Angeli dier volta,Suso a le poste rivolando eguali.109L’ombra che s’era a Giudici raccolta,Quando chiamò, per tutto quell’assaltoPunto non fu da me guardare sciolta.112Se la lucerna che ti mena in alto,Trovi nel tuo arbitrio tanta cera,Quanta è mistiero infine al sommo smalto,115Cominciò elli: se novella veraDi Valdimagra, o di parte vicinaSai, dillo a me, che già grande là era.118Chiamato fui Currado Malaspina:Non son l’antico; ma di lui discesi:Ai miei portai l’amor che qui raffina.121Oh! dissi lui, per li vostri paesiGiammai non fui; ma dove si dimoraPer tutta Europa, che non sian palesi?124La fama che la casa vostra onora,Grida i signori e grida la contrada,Sì che ne sa chi non vi fu ancora.127Et io vi giuro, se di sopra vada,Che vostra gente ornata non si fregiaDel pregio de la borsa e de la spada.

130Uso e natura sì la privilegia,Che, perchè capo reo lo mondo torca,Solo va ritta, e il mal cammin dispregia.133Et elli: Or va, che il Sol non si ricorcaSette volte nel letto, che il MontoneCon tutti quattro piè cuopre et inforca,136Che cotesta cortese opinioneTi fie chiavata in mezzo de la testaCon maggior chiovi che d’altrui sermone,139Se corso di giudicio non s’arresta.