Purgatorio — Canto XXI

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1La sete natural che mai non sazia,Se non coll’acqua onde la feminettaSamaritana dimandò la grazia,4Mi travalliava, e pungeami la frettaPer la impacciata via dietro al mio DucaE condoleami a la giusta vendetta.7Et ecco, come ne descrive Luca,Che Cristo apparve ai du’ che erano in via,Già surto fuor de la sepulcral buca,10Ci apparve un’ombra, e dietro a noi veniaDal piè guardando la turba che giace;Nè ci addemmo di lei, sì parlò pria,13Dicendo: O frati miei, Dio vi dia pace:Noi ci volgemmo subiti, e VirgilioRendèli il cenno che a ciò si conface.16Poi cominciò: Nel beato concilioTi pogna in pace la verace corte,Che me relega ne l’eterno esilio.

19Come! diss’elli, e perchè andate forte,Se voi siete ombre che Dio su non degni?Chi v’à per la suoe scale tanto scorte?22E il Dottor mio: Se tu riguardi i segniChe questi porta e che l’Angel profila,Ben vedrai che coi buon convien che regni.25Ma perchè lei che di’ e notte fila,Nolli avea ancor tratta la conocchia,Che Cloto impone a ciascun e compila;28L’anima sua, che è tua e mia sorocchia,Venendo su non potea venir sola:Però ch’al nostro modo non adocchia;31Ond’io fui tratto fuor dell’ampia golaD’inferno per mostrarli, e mosterrolliOltre, quanto ’l potrà menar mia scola.34Ma dinne, se tu sai, perchè tai crolliDiè dianzi il monte, e perchè tutto ad unaParve gridar in fin ai suoi piè molli?37Sì mi diè, dimandando, per la crunaDel mio desio, che pur co la speranzaSi fece la mia sete men digiuna.40Quei cominciò: Cosa non è che sanzaOrdine senta la religioneDe la montagna, e che sia fuor d’usanza.43Libero è qui da ogni alterazione:Di quel che ’l Ciel in sè da sè riceve,Esser ci puote, e non d’altra cagione;

46Perchè non pioggia, non grandine, o nieve,Non rugiada, non brina più su cade,Che la scaletta dei tre gradi breve.49Nuvule spesse non paian, nè rade,Nè corruscar, nè fillia di TaumanteChe di là cangia sovente contrade;52Secco vapor non surge più avanteCh’al sommo dei tre gradi ch’or parlai,Dov’à il vicario di Pietro le piante.55Trema forsi più giù poco o assai;Ma per vento che in terra si nasconda,Non so come, quassù non tremò mai:58Tremaci quando alcun’anima mondaSentesi sì, che surga o che si movaPer salir su, e tal grido segonda.61De la mondizia il sol voler fa prova,Che tutto libero a mutar convento,L’alma sol prende, e di voler li giova.64Prima vuol ben; ma non lassa ’l talento,Che Divina Giustizia contra vollia,Come fu al peccar, pone al tormento.67Et io, che son giaciuto a questa dolliaCinquecento anni e più, pur mo sentiiLibera volontà di millior sollia.70Però sentisti il terremoto, e’ piiSpiriti per lo monte render lodeA quel Signor, che tosto su l’invii.

73Così ne disse, e però che si godeTanto di ber quant’è grande la sete,Non saprei dir quanto mi fece prode.76E ’l savio Duca: Ornai veggio la reteChe qui ne pillia, e come si scalappia;Perchè ci trema, e di che congaudete.79Ora chi fosti piacciati ch’io sappia,E perchè tanti seculi giaciutoQui se’ ne le parole tuoe mi cappia.82Nel tempo che il buon Tito co l’aiutoDel sommo Rege vendicò le fuora,Unde uscì ’l sangue per Giuda venduto,85Col nome che più dura e più onoraEra io di là, rispuose quello spirto,Famoso assai; ma non con fede ancora.88Tanto fu dolce mio vocale spirto,Che, tolosano, a sè mi trasse Roma,Dove mertai le tempie ornar di mirto.91Stazio di là la gente ancor mi noma:Cantai di Tebe, e poi del grande Achille;Ma caddi in via co la seconda soma.94Al mio ardor fur seme le faville,Che mi scaldar, de la divina fiamma,Unde son già allumati più di mille;97Dell’Eneide dico, la qual mammaFùmi, e fùmi nutrice poetando:Senza essa non fermai peso di dramma.

100E per esser vissuto di là quandoVisse Virgilio, assentirei un SolePiù che non deggio, al mio uscir di bando.103Volsen Virgilio a me queste paroleCon viso che tacendo, disse: Taci;Ma non può tutto la virtù che vole:106Chè riso e pianto son tanto seguaciA la passion da che ciascun si spicca,Che men seguen voler nei più veraci.109Io pur sorrisi, come l’om che ammicca;Per che l’ombra si tacque, e riguardommiNelli occhi, ove ’l sembiante più si ficca.112Deh, se tanto lavoro in bene assommi,Disse, perchè la tua faccia testesoUn lampeggiar di riso dimostrommi?115Or son io d’una parte e d’altra preso;L’una mi fa tacer, l’altra scongiuraCh’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso118Dal mio Maestro; e non aver paura,Mi dice, di parlar; ma parla, e dilliQuel che e’ dimanda con cotanta cura.121Ond’io: Forsi che tu ti meravilli,Antiquo spirto, del rider ch’io fei;Ma più d’ammirazion vo che ti pilli.124Questi, che guida in alto li occhi miei,È quel Virgilio, dal qual tu tolliestiForsi a cantar delli omini e de’ dei.

127Se cagion altra a mio rider credesti,Lassala per non vera, et esser crediQuelle parole che di lui dicesti.130Già s’inchinava ad abbracciar li piediAl mio Dottor; ma elli disse: Frate,Non far, che tu se’ ombra, et ombra vedi.133Et ei, surgendo: Or poi la quantitateComprender de l’amor che a te mi scalda,Quand’io dismento nostra vanitate,136Trattando l’ombre come cosa salda.