Ad Angelo Mai
Canti (1835)
Italo ardito, a che giammai non posiDi svegliar dalle tombeI nostri padri? ed a parlar gli meniA questo secol morto, al quale incombeTanta nebbia di tedio? E come or vieniSì forte a’ nostri orecchi e sì frequente,Voce antica de’ nostri,Muta sì lunga etade? e perchè tantiRisorgimenti? In un balen fecondeVenner le carte; alla stagion presenteI polverosi chiostriSerbare occulti i generosi e santiDetti degli avi. E che valor t’infonde
Italo egregio, il fato? O con l’umanoValor forse contrasta il fato invano?
Certo senza de’ numi alto consiglioNon è ch’ove più lentoE grave è il nostro disperato obblio,A percoter ne rieda ogni momentoNovo grido de’ padri. Ancora è pioDunque all’Italia il cielo; anco si curaDi noi qualche immortale:Ch’essendo questa o nessun’altra poiL’ora da ripor mano alla virtudeRugginosa dell’itala natura,Veggiam che tanto e taleÈ il clamor de’ sepolti, e che gli eroiDimenticati il suol quasi dischiude,A ricercar s’a questa età sì tardaAnco ti giovi, o patria, esser codarda.
Di noi serbate, o gloriosi, ancoraQualche speranza? in tuttoNon siam periti? A voi forse il futuroConoscer non si toglie. Io son distruttoNè schermo alcuno ho dal dolor, che scuroM’è l’avvenire, e tutto quanto io scernoÈ tal che sogno e folaFa parer la speranza. Anime prodi,
Ai tetti vostri inonorata, immondaPlebe successe; al vostro sangue è schernoE d’opra e di parolaOgni valor; di vostre eterne lodiNè rossor più nè invidia; ozio circondaI monumenti vostri; e di viltadeSiam fatti esempio alla futura etade.
Bennato ingegno, or quando altrui non caleDe’ nostri alti parenti,A te ne caglia, a te cui fato aspiraBenigno sì che per tua man presentiPaion que’ giorni allor che dalla diraObblivione antica ergean la chioma,Con gli studi sepolti,I vetusti divini, a cui naturaParlò senza svelarsi, onde i riposiMagnanimi allegràr d’Atene e Roma.Oh tempi, oh tempi avvoltiIn sonno eterno! Allora anco immaturaLa ruina d’Italia, anco sdegnosiEravam d’ozio turpe, e l’aura a voloPiù faville rapia da questo suolo.
Eran calde le tue ceneri sante,Non domito nemicoDella fortuna, al cui sdegno e dolore
Fu più l’averno che la terra amico.L’averno: e qual non è parte miglioreDi questa nostra? E le tue dolci cordeSusurravano ancoraDal tocco di tua destra, o sfortunatoAmante. Ahi dal dolor comincia e nasceL’italo canto. E pur men grava e mordeIl mal che n’addoloraDel tedio che n’affoga. Oh te beato,A cui fu vita il pianto! A noi le fasceCinse il fastidio; a noi presso la cullaImmoto siede, e su la tomba, il nulla.
Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,Ligure ardita prole,Quand’oltre alle colonne, ed oltre ai litiCui strider l’onde all’attuffar del soleParve udir su la sera (2), agl’infinitiFlutti commesso, ritrovasti il raggioDel Sol caduto, e il giornoChe nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo;E rotto di natura ogni contrasto,Ignota immensa terra al tuo viaggioFu gloria, e del ritornoAi rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondoNon cresce, anzi si scema, e assai più vastoL’etra sonante e l’alma terra e il mareAl fanciullin, che non al saggio, appare.
Nostri sogni leggiadri ove son gitiDell’ignoto ricettoD’ignoti abitatori, o del diurnoDegli astri albergo, e del rimoto lettoDella giovane Aurora, e del notturnoOcculto sonno del maggior pianeta (3)?Ecco svaniro a un punto,E figurato è il mondo in breve carta;Ecco tutto è simile, e discoprendo,Solo il nulla s’accresce. A noi ti vietaIl vero appena è giunto,O caro immaginar; da te s’appartaNostra mente in eterno; allo stupendoPoter tuo primo ne sottraggon gli anni;E il conforto perì de’ nostri affanni.
Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primoSole splendeati in vista,Cantor vago dell’arme e degli amori,Che in età della nostra assai men tristaEmpièr la vita di felici errori:Nova speme d’Italia. O torri, o celle,O donne, o cavalieri,O giardini, o palagi! a voi pensando,In mille vane amenità si perdeLa mente mia. Di vanità, di belleFole e strani pensieri
Si componea l’umana vita: in bandoLi cacciammo: or che resta? or poi che il verdeÈ spogliato alle cose? Il certo e soloVeder che tutto è vano altro che il duolo.
O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsaTua mente allora, il piantoA te, non altro, preparava il cielo.Oh misero Torquato! il dolce cantoNon valse a consolarti o a sciorre il geloOnde l’alma t’avean, ch’era sì calda,Cinta l’odio e l’immondoLivor privato e de’ tiranni. Amore,Amor, di nostra vita ultimo inganno,T’abbandonava. Ombra reale e saldaTi parve il nulla, e il mondoInabitata piaggia. Al tardo onore (4)Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,L’ora estrema ti fu. Morte domandaChi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.
Torna torna fra noi, sorgi dal mutoE sconsolato avello,Se d’angoscia sei vago, o miserandoEsemplo di sciagura. Assai da quelloChe ti parve sì mesto e sì nefando,È peggiorato il viver nostro. O caro,
Chi ti compiangeria,Se, fuor che di se stesso, altri non cura?Chi stolto non direbbe il tuo mortaleAffanno anche oggidì, se il grande e il raroHa nome di follia;Nè livor più, ma ben di lui più duraLa noncuranza avviene ai sommi? o quale,Se più de’ carmi, il computar s’ascolta,Ti appresterebbe il lauro un’altra volta?
Da te fino a quest’ora uom non è sorto,O sventurato ingegno,Pari all'italo nome, altro ch’un solo,Solo di sua codarda etate indegnoAllobrogo feroce, a cui dal poloMaschia virtù, non già da questa miaStanca ed arida terra,Venne nel petto; onde privato, inerme,(Memorando ardimento) in su la scenaMosse guerra a’ tiranni: almen si diaQuesta misera guerraE questo vano campo all’ire infermeDel mondo. Ei primo e sol dentro all’arenaScese, e nullo il seguì, che l’ozio e il bruttoSilenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.
Disdegnando e fremendo, immacolata
Trasse la vita intera,E morte lo scampò dal veder peggio.Vittorio mio, questa per te non eraEtà nè suolo. Altri anni ed altro seggioConviene agli alti ingegni. Or di riposoPaghi viviamo, e scortiDa mediocrità: sceso il sapienteE salita è la turba a un sol confine,Che il mondo agguaglia. O scopritor famosoSegui; risveglia i morti,Poi che dormono i vivi; arma le spenteLingue de’ prischi eroi; tanto che in fineQuesto secol di fango o vita agogniE sorga ad atti illustri, o si vergogni.