Bruto minore

Giacomo Leopardi (1798–1837)

Canti (1835)

Poi che divelta, nella tracia polveGiacque ruina immensaL’italica virtute, onde alle valliD’Esperia verde, e al tiberino lido,Il calpestio de’ barbari cavalliPrepara il fato, e dalle selve ignudeCui l’Orsa algida preme,A spezzar le romane inclite muraChiama i gotici brandi;Sudato, e molle di fraterno sangue,Bruto per l’atra notte in erma sede,Fermo già di morir, gl’inesorandiNumi e l’averno accusa,E di feroci noteInvan la sonnolenta aura percote.

Stolta virtù, le cave nebbie, i campiDell’inquiete larveSon le tue scole, e ti si volge a tergoIl pentimento. A voi, marmorei numi,

(Se numi avete in Flegetonte albergoO su le nubi) a voi ludibrio e schernoÈ la prole infeliceA cui templi chiedeste, e frodolentaLegge al mortale insulta.Dunque tanto i celesti odii commoveLa terrena pietà? dunque degli empiSiedi, Giove, a tutela? e quando esultaPer l’aere il nembo, e quandoIl tuon rapido spingi,Ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi?

Preme il destino invitto e la ferrataNecessità gl’infermiSchiavi di morte: e se a cessar non valeGli oltraggi lor, de’ necessarii danniSi consola il plebeo. Men duro è il maleChe riparo non ha? dolor non senteChi di speranza è nudo?Guerra mortale, eterna, o fato indegno,Teco il prode guerreggia,Di cedere inesperto; e la tirannaTua destra, allor che vincitrice il grava,Indomito scrollando si pompeggia,Quando nell’alto latoL’amaro ferro intride,E maligno alle nere ombre sorride.

Spiace agli Dei chi violento irrompeNel Tartaro. Non foraTanto valor ne’ molli eterni petti.Forse i travagli nostri, e forse il cieloI casi acerbi e gl’infelici affettiGiocondo agli ozi suoi spettacol pose?Non fra sciagure e colpe,Ma libera ne’ boschi e pura etadeNatura a noi prescrisse,Reina un tempo e Diva. Or poi ch’a terraSparse i regni beati empio costume,E il viver macro a nove leggi addisse;Quando gl’infausti giorniVirile alma ricusa,Riede natura, e il non suo dardo accusa?

Di colpa ignare e di lor proprii danniLe fortunate belveSerena adduce al non previsto passoLa tarda età. Ma se spezzar la fronteNe’ rudi tronchi, o da montano sassoDare al vento precipiti le membra,Lor suadesse affanno;Al misero desio nulla contesaLegge arcana farebbeO tenebroso ingegno. A voi, fra quanteStirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,

Figli di Prometèo, la vita increbbe;A voi le morte ripe,Se il fato ignavo pende,Soli, o miseri, a voi Giove contende.

E tu dal mar cui nostro sangue irriga,Candida luna, sorgi,E l’inquieta notte e la funestaAll’ausonio valor campagna esplori.Cognati petti il vincitor calpesta,Fremono i poggi, dalle somme vetteRoma antica ruina;Tu sì placida sei? Tu la nascenteLavinia prole, e gli anniLieti vedesti, e i memorandi allori;E tu su l’alpe l’immutato raggioTacita verserai quando ne’ danniDel servo italo nome,Sotto barbaro piedeRintronerà quella solinga sede.

Ecco tra nudi sassi o in verde ramoE la fera e l’augello,Del consueto obblio gravido il petto,L’alta ruina ignora e le mutateSorti del mondo: e come prima il tettoRosseggerà del villanello industre,

Al mattutino cantoQuel desterà le valli, e per le balzeQuella l’inferma plebeAgiterà delle minori belve.Oh casi! o gener frale! abbietta parteSiam delle cose; e non le tinte glebe,Non gli ululati spechiTurbò nostra sciagura,Nè scolorò le stelle umana cura.

Non io d’Olimpo o di Cocito i sordiRegi, o la terra indegna,E non la notte moribondo appello;Non te, dell’atra morte ultimo raggio,Conscia futura età. Sdegnoso avelloPlacàr singulti, ornàr parole e doniDi vil caterva? In peggioPrecipitano i tempi; e mal s’affidaA putridi nepotiL’onor d’egregie menti e la supremaDe’ miseri vendetta. A me dintornoLe penne il bruno augello avido roti;Prema la fera, e il nemboTratti l’ignota spoglia;E l’aura il nome e la memoria accoglia.