Alla sua Donna

Giacomo Leopardi (1798–1837)

Canzoni (1824)

Cara beltà che amoreLunge m’insegni o nascondendo il visoFuor se nel sonno il coreOmbra diva mi scuotiO ne’ campi ove splendaPiù vago il giorno e di Natura il riso;Forse tu l’innocenteSecol beasti che da l’oro ha nome,Or leve intra la genteAnima voli? o te la sorte avaraCh’a noi t’asconde, a gli avvenir prepara?

Viva mirarti omaiNulla speme m’avanza;S’allor non fosse, allor che ignudo e soloPer novo calle a peregrina stanzaVerrà lo spirto mio. Già sul novelloAprir di mia giornata incerta e bruna,Te viatrice in questo arido suoloI’ mi pensai. Ma non è cosa in terraChe ti somigli; e s’anco pari alcunaTi fosse al volto, a gli atti, a la favella,Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto doloreQuanto a l’umana età propose il fatoSe vera e tal qual io pensando esprimo,Alcun t’amasse in terra, a lui pur fóraQuesto viver beato:E ben chiaro vegg’io siccome ancoraSeguir lóda e virtù qual ne’ prim’anniL’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunseIl Ciel nullo conforto ai nostri affanni;E teco la mortal vita sariaSimile a quella che nel cielo indía.

Per le valli, ove suonaDel faticoso agricoltore il canto,Ed io seggo e mi lagnoDel giovanile error che m’abbandona;E per li poggi, ov’io rimembro e piagnoI perduti desiri, e la perdutaSpeme de’ giorni miei; di te pensando,A palpitar mi sveglio. E potess’io,Nel secol tetro e in questo aer nefando,L’alta specie serbar; chè de l’imago,Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Se de l’eterne ideeL’una se’ tu, cui di sensibil formaSdegni l’eterno senno esser vestitaE fra caduche spoglieProvar gli affanni di funerea vita;O s’altra terra ne’ superni giriFra’ mondi innumerabili t’accoglie,E più vaga del Sol prossima stellaT’irraggia, e più benigno etere spiri;Di qua dove son gli anni infausti e brevi,Questo d’ignoto amante inno ricevi.