Profugiorum ab ærumna

Leon Battista Alberti (1404–1472)

Opere volgari — Nota sul testo

III

A) TESTIMONIANZE

manoscritti

Firenze

Biblioteca Nazionale

1. Cod. Magl. XXI. 152 (già Strozzi in-4° N. 219) (F).

Cod. cart. sec. XVII; mm. 208 x 148: cc. 81 anticamente numerate, più tre carte bianche in principio e sette in fine non numerate; bianche le cc. 25v, 29r-v, 49r e 51r-v. Contiene:

n 2. Cod. Magl. XXI. 171 (provenienza: Med. Palat.) (F).

Cod. cart. sec. XVI; mm. 237 x 173; cc. 75 con antica numerazione, più tre cc. di guardia in principio, di cui la seconda scritta (col titolo: Della Tranquillità dell’Animo dell’Alberti). Contiene soltanto quest’opera (cc. 1r-74v).

3. Palatino 455 (F).

Per la descrizione del cod. vedi pp. 370-71 del vol. I della presente edizione.

Biblioteca Laurenziana

4. Palatino 112 (L):

cc. 1f-34v; (2a num.): L. B. Alberti Profugiorum ab erumna libri III.

Per la descrizione del cod. vedi vol. I, pp. 369 n. 3 e 450 della presente edizione (e correggi ivi l’errata affermazione che quest’opera è incompleta in L), e cfr. p. 441 di questo volume.

5. Gaddiano 84 (L):

Descritto nelle pp. 450-451 del vol. I della presente edizione.

6 . Ashburnham 494 (A).

Cod. cart. sec. XV; mm. 295 x 218; cc. 50 numerate modernamente più 2 cc. membr. di guardia in principio non numerate. Contiene:

Al verso della carta non numerata immediatamente precedente il testo (mano, pare, del copista): Dialoghi morali di Leon Batista Alberti, e sotto (mano forse del ’600): Della tranquillità dell’animo. In fondo alla stessa carta una nota di possesso: Di Filippo Pandolfini (evidentemente della prima metà del ’600).

Roma

Biblioteca Nazionale

7. Cod. 738, fondo Vittorio Emanuele (già Strozzi in-4° N. 57) (R).

Cod. cart. sec. XV; cc. 75 numerate più due guardie in principio non numerate (una, la seconda, membranacea) e due in fine (la prima membranacea); legatura del ’400 (in cui le cc. 2 e 10 hanno scambiato posto). Al recto della prima carta non numerata (mano del ’400): ' AlAlberti L. B. Profugiorum ab ærumna libri tres; e al verso della prima carta membr. un ritratto a penna dell’Alberti. Contiene:

Il cod. apparteneva una volta ad Alessandro Alamanni; il suo nome si legge sulla carta membr. dietro il testo, e il suo stemma figura in fondo alla c. 1r.

Per una descrizione più particolareggiata del cod. e del ritratto vedi C. Grayson, A Portrait of L. B. Alberti, in «Burlington Magazine», voil. XCVI, numero 615, giugno 1954, pp. 177-178.

edizione

L. B. Alberti, Opere volgari, a cura di A. Bonucci, voi. I, pp. 7130 (preceduta a pp. 5-6 dalla lettera di Carlo Alberti al Vettori).

Edizione fondata (dice il Bonucci, pp. 3-4) su R, tenendo presenti anche L , L , F .

B) LA PRESENTE EDIZIONE

Nel cod. Gaddiano (L) il testo è preceduto dalla seguente lettera di Carlo Alberti, fratello di Battista, indirizzata a Lorenzo Vettori:

Carolus Albertus s. d. Laurentio Victorio

Tu mi chiedesti molte volte, più tempo fa, questi libri De profugiis ærumnarum, quali a noi erano perduti, per buono rispetto non dirò come. Ma tu conosci la natura di messer Battista mio fratello; e non sa negare a persona cosa la quale gli sia chiesta. Non dirò più. Un certo suo domestico li chiese questi libri subito che furono compiuti, già passati anni circa trenta, ed ebbe la prima copia originale. Poi dede scusa e negolla avere, e noi non sapavamo onde recuperarla. Ora la ritrovamo. Però me ne ralegro teco, e mandotela.

Messere Battista scrisse questa opera con impeto d’animo allora giovenile, commosso da ingiurie di certi perfidi uomini suoi emuli, occulti inimici. Converratti leggendo presupporti che in certi luoghi della opera lui, in quanti modi e’ può, si sforza d’essere infestissimo a que’ tali invidiosi e iniuriosi; e debbi stimare che niuna cosa tanto dispiace a chi ti porta odio quanto vederti dotto, buono e virtuoso, come e tu e chi conosce mie fratello sempre lo indicasti. Voi adunque insieme, quali amate messere Battista, leggete questi libri con diletto; e in quel modo sarete molesti a chi n’ha offeso, e aretene utilità, però che ’l primo libro disputa in che modo si vive sanza ricevere a sé maninconia: el secondo vi dà via e modo di purgare dell’animo tuo gli sdegni e dispetti, quando tu gli avessi in qualche parte ricevuti a te: el terzo libro raconta più modi utili a levarsi dalla mente le offese e dolori più gravi, quando tu fussi al tutto oppresso da loro e quasi sunto. Adunque leggera’li, e abbiatene cura che non si smarrischino più. Vale. La lettera non è autografa e non è datata, ma si può assegnare all’anno 1471 all’incirca per le seguenti ragioni. Carlo parla ivi di Battista come ancora vivo, e perciò la lettera è sicuramente anteriore all’aprile 1472; ma non di molto per il fatto che, secondo Carlo, erano «già passati anni circa trenta» dalla data della composizione originale dell’opera, e questa dovette accadere nel 1441-42, come si può concludere dalla discussione intorno al futuro secondo certame coronario nel libro II, p. 144 (il primo certame era già avvenuto nell’ottobre 1441).

Da questa lettera si dovrebbe poter desumere: a) che il titolo dell’opera era De profugiis erumnarum libri; b) che l’opera fu subito sottratta, appena composta, in copia originale da un domestico, e forse per conseguenza ebbe poca diffusione per un buono spazio di tempo; c) che l’autore per trenta anni non ne ebbe a sua disposizione nessuna copia; d) che questa copia ora mandata al Vettori (L sarebbe copia di questa copia: non ho potuto individuare l’esemplare mandato al Vettori) corrisponde all’originale da poco ritrovato; e) che la concezione dell’opera trasse motivo principale da certe ingiurie fatte all’Alberti da emuli e nemici, e il trattato è perciò in un certo senso un’opera polemica.

Il titolo citato da Carlo non figura in quella forma in nessun codice: troviamo invece in due codici (L 1 e R) il titolo: Profugiorurn ab erumna libri III. Negli altri manoscritti del sec. XV (L F A) manca qualsiasi titolo. Solo in F F si legge il titolo: Della tranquillità dell’animo (cioè a partire dal sec. XVI), sotto il quale l’opera, dall’edizione del Bonucci in poi, è comunemente nota. Rimane il dubbio che questo titolo volgare non sia voluto dall’autore, e ho preferito attenermi a quello latino (dei codd. L R), confortato anche dall’abitudine dell’Alberti di dare simili titoli latini ai suoi scritti volgari (cfr. De Familia, Theogenius).

Per quanto riguarda gli altri punti rilevati sopra nella lettera di Carlo, è difficile far quadrare le sue osservazioni con la storia e la fortuna del testo come è lecito ricostruirle dai codici superstiti. Il codice A fu certamente copiato intorno alla metà del ’400, e porta una trentina di correzioni fatte dall’autore stesso; ed è più facile, stando alla lettera di Carlo, credere che queste fossero eseguite all’inizio anziché alla fine di quell’iato di trenta anni. Questo codice avrebbe l’aria perciò di corrispondere con ogni probabilità alla copia originale asportata e poi ritrovata. Ma mentre è vero che gli altri codici superstiti sono di età più tarda e tutti probabilmente posteriori al 1472 (fatto che parrebbe confermare la poca diffusione dell’opera durante la vita dell’A.), e mentre L corrisponde grosso modo al testo corretto di A, c’è motivo di credere che la copia originale non fosse A bensì un altro codice da cui discende invece L . Quest’ultimo codice, copiato da Giovanni Strozzi nello stesso torno di tempo in cui trascrisse il Magl. XXI. 90, e precisamente nel 1483, si distingue nettamente dagli altri non solo perché non rispecchia gran parte delle correzioni autografe fatte su A (le quali sono invece passate in maggior numero negli altri codici), ma anche perché contiene certi passi — omessi senza dubbio per errore dagli altri codici — i quali dovettero figurare nella stesura originale dell’opera. D’altra parte L ha qua e là alcune parole e frasi in più degli altri codici, il che fa sorgere l’ipotesi che risalgano ad un altro codice riveduto anche esso dall’autore. Tutto ciò non esclude la possibilità che per Carlo Alberti il cod. A rappresentasse la copia originale, ma da quanto verrà qui dietro esposto si vedrà come la tradizione manoscritta dell’opera fosse più complessa che non lasci pensare la lettera al Vettori.

La seguente tavola dimostra in che misura le aggiunte e correzioni autografe fatte su A sono rispecchiate negli altri codici, e rivela già una situazione abbastanza complicata di rapporti tra di loro. Escludo dalla tavola il codice F che pare una copia eseguita su F e in certi punti rimaneggiato (soprattutto all’inizio dei libri II e III); basti qui rimandare alle comuni lezioni citate sotto nell’apparato (pp. 113, 25-28; 155, 10 e 19; 161, 15; 164, 19; 165, 20; 167, 11; 169, 17; 170, 2; 178, 15; 179. 3; 181, 26: fuori di queste varianti tipiche si cita nell’apparato soltanto F).

I seguenti passi che figurano soltanto in Lpaiono risalire ad una stesura originale dell’opera e mancare per errore nel resto della tradizione manoscritta:

Anche nei casi che non si spiegano facilmente con l’omeoteleuto è chiaro che il senso non corre bene senza i passi in corsivo, che dovettero cadere dal testo fin dalle prime trascrizioni. Mi pare molto più diffìcile (salvo forse l’ultimo esempio) che possano essere aggiunte posteriori alla stesura originale.

Il cod. L si distingue inoltre dagli altri per le seguenti parole e frasi, che è difficile dire se appartenessero alla stesura originale o rappresentino aggiunte fatte dall’autore o da qualcun altro su quel testo:

Diversa è pure in Lla fine del libro 1, che termina in questo codice alla p. 135, 36 non con una domanda bensì con una affermazione di Agnolo Pandolfini, e mancano le ultime due battute del dialogo. È difficile sapere se questo sia dovuto a negligenza del copista o a deliberata intenzione dell’autore. Certo è che a giudicare dalle altre opere dell’Alberti la promessa della continuazione della discussione indicata dalla fine del libro I così com’è negli altri codici, sembra più caratteristico dell’autore.

Con queste e altre varianti, tutte registrate nell’apparato, il codice L si differenzia dunque nettamente dal resto dei manoscritti. Ma tutti dovevano in un primo tempo risalire ad un comune archetipo che contenesse i seguenti errori:

Entro il gruppo A R LF F certe affinità sono già visibili dalla tavola delle correzioni autografe riportata sopra. Altre conviene esporre qui più particolarmente. Il fatto che la maggior parte delle correzioni figura nel testo degli altri codici suggerisce l’ipotesi che A stia a capo di questa famiglia, ma le parentele non risultano chiare e l’ipotesi incontra non poche difficoltà. Il codice R non solo riporta meno delle correzioni autografe, ma si distingue dagli altri per molte varianti, di cui alcune sono dovute certamente ad errori, altre invece sembrano genuine. Queste differenze spiegano in parte le non poche divergenze tra l’edizione presente e quella del Bonucci basata precipuamente su questo codice R. Scartando quelle dovute probabilmente ad errori, si rimanda alle seguenti varianti di R, che sembrano escludere la possibilità che esso dipenda direttamente da A (segno con asterisco le più importanti):

pp. 109, 35; 119, 18; 122, 2; 124, 1; 126, 12; 127, 10; 128, 2; 128, 18, 22 *; 131, 13*; 132, 20*; 135, 4*; 135, 24*; 138, 23; 140, 5; 141, 5, 9; 146, 21; 151, 7 *; 155, 1*; 157, 10, 11; 161, 12; 167, 36 *; 168, 9, 16; 170, 2 *; 173, 14*; 173, 28; 178, 13, 21*; 178, 27; 179, 17, 19*; 180, 2.

Tra gli altri codici F sembra per certi rispetti il più vicino a R (vedi le varianti: pp. 119, 14; 120, 9, 28; 121, 22; 126, 31; 139, 20; 143, 21; 147, 29; 152, 3; 176, 35); ma è impossibile che F sia disceso da R, come vedrà chi scorra le altre varianti dell’apparato (soprattutto laddove mancano in R passi che figurano in F). F mostra invece rapporti con F (cfr. pp. 116, 20; 127, 7; 130, 13; 134, 2; 135, 20; 156, 35; 164, 19; 169, 2; 180, 28), e con R F insieme (pp. 117, 2-3; 118, 5; 126, 23), ma è evidente pure che F non fu copiato da F non solo per le lezioni comuni soltanto con R citate sopra, ma anche per altre (cfr. pp. 130, 12; 150, 14, 17; 155, 10, 19; 156, 1; 156, 29; 167, 11; 169, 17; 178, 15).

D’altra parte sia R che F si legano per certe lezioni a L.

E pure L si attacca in certi punti a L: pp. 169, 31; 174, 6.

Più numerose son quelle varianti che ravvicinano R ad A F L; ma entro questo gruppo i rapporti s’intrecciano. Si vedano per esempio:

In base a queste varianti mi pare impossibile ricostruire con sicurezza lo stemma dei codici. Ho voluto segnalarle minutamente perché dimostrano una situazione assai più complessa di quella suggerita dalla lettera di Carlo Alberti, e perché mettono bene in rilievo le difficoltà che insidiano la costituzione di questo testo. Il codice A corretto dall’autore dovrebbe darci la garanzia di un testo attendibile e autorevole, ma dal confronto con L pare più che probabile che la copia A rispetto all’originale fosse già corrotta; ed è strano, sebbene non incomprensibile, che l’Alberti non se ne sia accorto e che non sia intervenuto per sanarla. L’errore nostro forse può essere di credere che egli pensasse a dare a quest’opera (e non solo a questa) un assetto definitivo su un unico codice. I fatti paiono dimostrare invece che non se ne preoccupasse molto; anzi che forse correggesse più di una copia in tempi diversi. Riesce difficile altrimenti spiegarsi nei rapporti tra A e L perché quest’ultimo rispecchi soltanto la metà all’incirca (numericamente) delle correzioni autografe fatte su quello. Nel caso degli altri codici la mancanza di qualche correzione potrebbe forse attribuirsi a trascuratezza di copisti, ma l’indipendenza per molti lati di L sembra escludere assolutamente l’applicazione al caso suo di un simile ragionamento. Il problema si riduce dunque a questo: mettendo da parte i passi riportati solo da L che forse risalgono alla stesura originale, quale sarebbe il testo voluto dall’autore, A o L, o A + L? Risolvo il problema qui a favore di A, che ha il merito di essere almeno una versione che sappiamo con certezza curata dall’autore (anche a dispetto degli errori che contiene). Il presente testo dunque si fonda su A; include quei passi di L che paiono caduti dalla stesura originale, ma non i piccoli ritocchi evidenti in questo codice (elencati sopra, p. 426 sgg.); per la risoluzione dei singoli problemi suscitati dal confronto di A con gli altri codici mi sono affidato al raziocinio. Se il mio raziocinio non corrisponde a quello del lettore, egli avrà nell’apparato almeno gli elementi necessari per dissentire.

In questa opera, a differenza delle altre sue opere volgari, l’Alberti cita in latino passi di poeti antichi, ed essi costituiscono, insieme con altre citazioni classiche in volgare, un problema particolare che meriterebbe più lungo discorso in altra sede. Delle citazioni latine alcune corrispondono ai testi volgati, altre a determinate o determinabili tradizioni manoscritte (generalmente del ’400), altre ancora o sono da attribuire alla cattiva memoria dell’Alberti oppure ad un suo voluto rimaneggiamento, per servire ai propri scopi, di testi che conosceva benissimo. Il Bonucci, quando gli riusciva di trovarne le fonti, rimediava alle citazioni ‘sbagliate’ e con ciò nascondeva il vario procedimento dell’Alberti di fronte ai classici che voleva citare. Noi invece ci siamo comportati diversamente, rispettando entro i limiti del possibile la tradizione manoscritta dell’opera albertiana, e citando nell’apparato, ove occorre, la lezione, e talvolta anche le varianti, della fonte latina. In qualche raro caso ci siamo permessi di correggere veri e propri errori; ma in altri, anche laddove la ‘citazione’ albertiana è lontana dal testo conosciuto e non confortata da varianti note di esso, abbiamo lasciato la lezione data dai codici. In questo settore abbiamo voluto insomma rilevare anziché risolvere tutta una serie di particolari problemi, per cui non esiste un’unica soluzione valevole per tutti i casi, e che meriterebbero un’indagine a parte volta a chiarire i testi adoperati dall’Alberti e il suo atteggiamento scrupoloso o disinvolto verso le fonti della cultura classica che maneggiava.

C) APPARATO CRITICO

Libro I

Libro II

Libro III

Note