Atto quarto
La Cassaria
Tante contrarietà, tanti infortunii,Miser Volpin, da ogni lato ti assagliono,Che potrai dir, se te ne sai difendere,Che sei buon schermidor. O fortuna invida,Come sempre con gli occhi intenti e vigiliStai a mirar ciò che disegnan gli uomini,Per côrre il tempo ove possi interromperli!Con quanto affaticar, con quanto avvolgereE stillar di cervel, già più di quindiciGiorni, ricerco, discorro e fantastico,Con che arte io possa di mano a CrisoboloLevar il prezzo da comprar la femmina;O come io ciurmi e giunti questo Lucramo,Sì che la lasci senza farci spendere!Con che disir, con che sollecitudineAspettavamo il giorno, che partendosiDalla terra il patron, ci desse comodoDi far l’uno o l’altro! Ecco partitosiÈ il patron oggi; ecco ordita l’astuziaCentra il ruffiano, chè se gli è la giovaneTolta senza danari: or, quando tessereCe la crediam, chè poche fila restano,Ecco alla posta fortuna malivolaChe fa in un tratto, io non so donde, nascereGente che ce la lieva. Aver parevaciProvvisto e occorso a tutti li contrarii:A questo nè provvisto nè pensatociAvevam pur. Il che non è per nuocereAd Erofilo sì nei desiderii,Piaceri ed amor suoi, come nell’utile,E in quel che sì gl’importa, che lasciandoloPerir, potría di ricco farsi povero.Egli è sì intento a investigar dove abbiano
Costei condotta, che non dà audienziaA cosa ch’io gli dica. In van ricordogliChe vada al capitano di giustiziaA querelarsi, come fu il nostro ordine;E che non lo facendo o differendolo,Non è a minor pericolo di perdereLa cassa, che perduta abbia la giovane:E forse riaver un dì la giovanePotría, ma non la cassa, se dà spazioPur questa notte al ruffian di portarsela.La qual cosa, oltra che serà certissimaSua ruina e del padre, e sua ignominia,Si susciterà contro una perpetuaGuerra in casa, e serà cagion ch’io miseroMi marcisca in prigione, e che continua-mente sia consumato in pene e strazii.Oimè! forse anco mi saprei difendereDa questa avversità, benchè gravissima,Se un poco avessi a pensarci più termine,Sol tanto ch’io potessi in me ricogliereLo spirto: ma da un lato sì mi stimulaIl timor che ’l ruffian le some carichiQuesta notte; dall’altro, che Crisobolo,Che mi par tuttavía di veder giungere,Non sia qui all’improvviso, e in guisa m’occupi,Che non mi lasci pur tempo di avvolgermiUn laccio al collo e dar de’ calci all’aria.Or ora ho inteso da un servo di Pontico,Che vien dal molo, che molti naviliiSon ritornati e tuttavía ritornanoPer li venti da mar, che non li lascianoUscir del porto e in terra li ricacciano.Ma che lume veggo io venir? Dio, aítami,Che non sia il vecchio! Oimè! gli è senza dubbioIl vecchio, gli è il patrone, gli è Crisobolo.Tu sei morto, Volpin: che farai, misero?Misero, che farai? A chi ricorrere,A chi voltar mi debbo? ove nascondere,Ove fuggir, ove mi posso subitoPrecipitar, e levar dai suppliciiChe veggo questa notte apparecchiarmisi?
Crisobolo.Non mi debbe già increscer che vietatomiM’abbia questo mal tempo d’ire a Procida.Volpino.(A tuo figliuolo e a me ben ha da increscere.)Crisobolo.Chè del restar, ancorchè volontarioNon fu, ho più guadagnato, che partendomiNon avrei fatto.Volpino. (Se guadagno o perditaCi sia, te n’avvedrai.)Crisobolo. Perchè al discendereIn terra ho trovato uno che già dodiciAnni non vidi...Volpino. (Deh, perchè il medesimoNon abbiam noi fatto di te?)Crisobolo. E credevoloMorto. Cento saraffi in AlessandriaPrestáigli; e tante merci, che valevanoDugento, diegli per un anno a credito:Poi poco appresso egli fallì, e credevomi...Volpino.(Fallito ho io.)Crisobolo. Di mai non ne riscuotereUn grosso. Egli m’ha detto che in ArabiaÈ stato e in India...Volpino. (Farían per noi similiPadroni, che così lontano andassino,Ch’a ritornar tardassin gli anni e i secoli.)Crisobolo.E ch’egli è fatto ricco; e dipartiticiD’insieme noi non siam, che numeratomiHa cento ottanta ducati, e promessomiDi dare il resto, come si finiscanoAlcune merci ch’egli ha fatto mettereOggi in dogana: e mentre che indugiaticiSiamo a parlar di quelle cose incogniteA noi di qua, si è fatto notte, e l’ariaOscura e buja.Volpino. (Ah vile e pusillanimoVolpino! ov’è l’audacia, ov’è l’industria,Ov’è l’ingegno tuo? Tu del navilioSiedi in poppa al governo, e vorrai essere
Il primo a sbigottirti di sì picciolaTempesta? Caccia ogni timore, e mostratiQuel Volpino medesimo, che solitoSei di mostrarti negli altri pericoli.Truova le antique astuzie, e ponle in operaQui, dove ha di bisogno più, che avessinoIn altra impresa mai.)Crisobolo. Gli è senza dubbioL’ora tarda.Volpino. (Anzi l’ora è senza dubbioPiù presta che ’l bisogno e ’l desiderioNostro non era... anzi non potea giungerePiù a tempo. Venga, venga pur, che acconciomiSon con la tasca, ed un giuoco apparecchioliDi bagattelle, il più bello e mirabileChe si vedesse mai.)Crisobolo. Poichè vietatomiHa il tempo ch’oggi non sono ito a Procida,Ir non vi voglio più: farò con lettereIl medesmo, e saràmmi a maggior utileIl rimaner.Volpino. (A noi sarà il contrario.)Crisobolo.Perchè lasciar la mia roba in custodiaDe’ fattori e famigli, è con pericolo;Volpino.(Gli è stato un poco tardo ad avvedersene.)Crisobolo.Massimamente ove si truovi un prodigoFigliuolo, quale è il mio, che non si saziaMai di voler mattino e sera a tavolaCompagni, e non gli basta l’ordinario:Di ciò ch’è in piazza di buono da vendere,Costi quel che si vuol, vuol che si comperi.Volpino.(Se questa volta fatto non avessimoAltro che pasti, avresti a contentartene.)Crisobolo.Ma così è stato il mio ritorno subitoA questa volta, che se avrà avuto animoDi far alcun disordine, mancatogliSarà il tempo.Volpino. (Te ne potrai accorgere
Tosto: se fossi corso più che cervio,Non so se a tempo anco potevi giungere.Ma che cesso io a cavar le pallottole,E non comincio a far il giôco?) Ah miseri,Ah sciagurati noi!Crisobolo. Quel mi par essereVolpino mio.Volpino. O città piena d’insidie,Piena di ladri e di tristi!Crisobolo. Dio, ajutami.Volpino.O pazzía d’imbriaco, o negligenzaDi manigoldo!Crisobolo. Che cosa è?Volpino. Di che animoSarà il patron come n’abbia notizia!Crisobolo.Volpin!Volpino. Ma ben gli sta: vada or, confidisiPiù in un gaglioffo, che nel figliuol proprio.Crisobolo.Io tremo e sudo che qualche infortunioNon mi sia occorso.Volpino. Lascia le sue camere,Piene di tanta e tanta roba, in guardiaD’una bestia insensata, che lasciateleHa aperte tutto oggi, e mai fermatosiNon è in casa.Crisobolo. Volpin!Volpino. Se non la trovanoQuesta notte, è spacciata.Crisobolo. Volpin, fermati.Volpino.Ruinato è il patron.Crisobolo. Più tosto secchitiLa lingua, che sia ver. Volpino!Volpino. SentomiChiamar.Crisobolo. Volpino!Volpino. Oh, gli è il patron!Crisobolo. Che gridi tu?Volpino.O patron mio!Crisobolo. Che cosa c’è?Volpino. Vô credere...Crisobolo.Che c’è di mal?Volpino. Che Dio t’ha per miracolo...
Crisobolo.Che cosa c’è?Volpino. Fatto tornar...Crisobolo. Su, narrami:Che male è intervenuto?Volpino. Appena coglierePosso il fiato.Crisobolo. C’hai tu?Volpino. Ma or veggendoti,Comincio a respirar. Non sapea, misero!A chi voltarmi.Crisobolo. Di chi ti rammarichi?Volpino.Morto era.Crisobolo. Di che mal?Volpino. Ora risuscito,Ch’io ti veggo, patron.Crisobolo. Che c’è?Volpino. Nè perderePosso più la speranza...Crisobolo. Or di’ su, spacciala:Che cosa c’è?Volpino. Che tu non la recuperi.Crisobolo.Che vuoi tu ch’io recuperi? Che diavoloC’è? Nol posso oggi...Volpino. O patron!Crisobolo. Da te intendere?...Volpino.Il tuo servo.Crisobolo. Che servo mio?Volpino. Il tuo Nebbia...Crisobolo.C’ha egli fatto?Volpino. T’ha fatto grandissimoDanno.Crisobolo. C’ha fatto?Volpino. Tel dirò; ma lasciamiUn poco riposar, ch’altro che correreNon ho fatto tutt’oggi, e appena muovereMi posso, ed ho difficoltade a esprimereLe parole.Crisobolo. Dinne una sola, e bastami:C’ha egli fatto?Volpino. Per sua trascuraggine
T’ha ruinato.Crisobolo. Finisci d’uccidermi;Non mi tener, manigoldo, più in transito.Volpino.Egli ha lasciato rubar della camera...Crisobolo.Che ha lasciato rubar della camera?Volpino.Patron, di quella ove tu dormi proprio,Della quale a lui solo hai consegnate leChiavi, la qual così raccomandatagliAvevi...Crisobolo. Che cosa è della mia cameraStato rubato? Dillo a un tratto, spacciati.Volpino.La cassa.Crisobolo. Cassa?Volpino. Quella che quei giovani,Credo che sian Fiorentini, vi posero.Crisobolo.Quella?Volpino. Quella.Crisobolo. Oimè! quella che ho in deposito?Volpino.Di’, che già avevi; ch’or non l’hai più.Crisobolo. Ah misero,Ah più d’ogn’altro infelice Crisobolo!Or esci della terra, e lascia in guardiaLa tua casa a poltroni, a pazzi, a ebrii,A gaglioffacci, impiccati! PotevolaCosì lasciare in guardia a cotanti asini.Volpino.Se la cantina ritrovi in disordine,Di che la cura hai data a me, gastigami,Patron, e fammi patir quel supplicioChe vuoi: ma c’ho a far io della tua camera?Crisobolo.Ecco discrezïone del mio Erofilo!Così ha pensier, così sollecitudineDelle mie cose e sue! Questo è l’ufizioDi buon figliuol?Volpino. Nè lui anco riprendereIn questo dêi. Che può far meglio un giovane,Che suo padre imitar? Se tu del NebbiaNon men ti fidi che di te medesimo,Perchè a fidar non se n’ha anche egli, e credere,Come credevi ancora tu, che assiduo
Star dovesse alla cura e alla custodiaDelle tue cose; non, tosto che vôlto gliAbbi le spalle, partirsi, e la cameraLasciar aperta?Crisobolo. Son disfatto. Oh povero,Oh ruinato me!Volpino. Patrone, pigliaci.Tanto ch’è fresco il mal, qualche rimedio.Poich’io ti veggo qui, non voglio perdereLa speranza che tosto non ricuperiLa cassa tua; e ben credo che t’ha Domene-dio fatto a tempo tornar.Crisobolo. Hai vestigio,Hai traccia su la qual mi possi metterePer ritrovarla?Volpino. Tanto travagliatomiSon oggi, e tanto son ito avvolgendomiDi qua e di là, come un bracco, che credo diSaper mostrar dove sia questa lepore.Crisobolo.Perchè non me l’hai già detto, sappiendolo?Volpino.Non dico ch’io lo sappia certo; dicotiCh’io credo di saperlo.Crisobolo. A chi hai tu l’animoChe l’abbia tolta?Volpino. Tel dirò: ma tiratiUn po’ in qua; più ancora un poco; scostatiDa quella porta in tutto.Crisobolo. Di chi temi tuChe possa udirci?Volpino. Di colui ch’io dubitoChe l’abbia avuta.Crisobolo. È sì appresso, che intendereCi possa?Volpino. È in questa casa, la qual prossimaHai da man destra.Crisobolo. Tu credi che toltalaAbbia questo ruffian che qui dentro abita?Volpino.Lo credo, e ne son certo.
Crisobolo. Ma che indicioN’ha tu?Volpino. Non pur io n’ho indicio, ma dicotiCh’io n’ho certezza. Ma, per dio, non perdereTempo in voler ch’io narri con che industria,Con che fatica, con che arte a notiziaNe sia venuto; ch’ogni indugio nuocereTi potría troppo: perchè ti certificoChe ’l tristo s’apparecchia di fuggirseneAll’alba, tosto che le porte s’aprano.Crisobolo.E che ti par ch’io faccia? Tu consigliami;Che m’ha questo improvviso caso e subitoSì oppresso, che non so dove mi volgere.Volpino.Io ti consiglio che tu faccia intendereOr ora al capitano di giustizia,Che la cassa ti manca, e che involatatiL’ha questo tuo vicin ruffiano; e pregalo,Che mandi teco il bargel, perchè entrandoviSúbito in casa, e non gli dando spazioChe fuggir possa o la cassa malmettere,Sei certo di trovarla.Crisobolo. Ma che indicioDi ciò gli posso dar? che prova fargline?Volpino.Essendo egli ruffiano, non dà indicioChiaro, che sia anco ladro? E poi, dicendoloTu, non t’ha il capitano più da credereChe non avría a dieci altri testimonii?Crisobolo.S’altro indicio non c’è, siamo a mal termine.A chi più dànno i gran maestri credito,Che a gli ruffiani e a’ tristi? chi dileggiano,Di chi si fan più beffe, che degli uominiDabbene e costumati? A chi più tendono,Che a’ mercatanti e pari miei, l’insidie,Ch’avemo nome d’esser ricchi?Volpino. LasciamiPur venir teco, chè ben tali indiciiE conjetture gli darò, che credereCi potrà, le quai lascio, per non perdereTempo, d’ora narrartele. AffrettiamociPur, e studiamo il passo, acciò indugiandociA dir parole, non dessimo spazioAl ruffian di fuggire, o di nascondere
Le robe altrove.Crisobolo. Andiamo ora. Deh! fermati,Ch’un’altra via mi s’appresenta, e vogliolaPigliar.Volpino. Qual’altra miglior potrebb’essereDi questa, e più sicura?Crisobolo. Vien qui, Nespolo;Va sino a casa di Critone, e pregaloDa parte mia, che a me qui venga subito,E meni seco il fratello e suo genero,Se v’è, alcun altro delli suoi: ma affrettaliChe vengan ratti: io qui gli aspetto. Spacciati,Vola.Volpino. Che ne vuoi far?Crisobolo. Che testimoniiMi sien qua dentro, ove entrar mi deliberoSenza aspettar bargello, e sopraggiungereImprovviso al ruffiano, e ritrovandociLa cassa, senza altrui mezzo, pigliarmela;Chè ovunque io trovo la mia roba, è licitoCh’io me la pigli. S’a quest’ora andassimoAl capitano, so che vi andaressimoIndarno: o che ci farebbe rispondereChe volesse cenare; o ci direbbonoChe per occupazioni d’importanziaSi fosse ritirato. Io so benissimoL’usanze di costor che ci governano;Che quando in ozio son soli, o che perdonoIl tempo a scacchi, o sia a tarocco o a tavole,O le più volte a flusso e a sanzo, mostranoAllora d’esser più occupati. PongonoAll’uscio un servidor per intromettereLi giocatori e li ruffiani, e spingereGli onesti cittadini in dietro, e gli uominiVirtuosi.Volpino. Se gli facessi intendereChe tu gli avessi a dir cose che importano,
Non crederei che ti negasse audienzia.Crisobolo.E come si potría farglilo intendere?Non sai, come gli uscieri ti rispondono?— Non se gli può parlar. — Fàlli, di grazia,Saper ch’io sono qui di fuor. — CommessemiCh’io non gli fêssi imbasciata. — RispostotiC’hanno così, non bisogna che replichiAltro. Sì che, serà meglio ch’io proprio,Senza altri mezzi, entri qua dentro e piglimiLe cose mie; ma pur ch’elle vi sieno.Volpino.Vi sono senza dubbio alcun: sì che entraviSicuramente, e pensato hai benissimo.Crisobolo.Intanto che aspettiam Critone, narrami,Fammi saper, come sai che involatamiAbbia la cassa il ruffiano, e che indicioN’hai tu.Volpino. Saría a contarlo lunga istoria,Nè ci sarebbe tempo. Facciamo operaPur di recuperarla; chè più comoda-mente ti farò il tutto ad agio intendere.Avrem tempo a bastanza.Crisobolo. O non potendomiPur dire il tutto, dinne parte.Volpino. PossoviCominciar, ma non già finir.Crisobolo. AvrestineGià detto un pezzo.Volpino. Poichè pur sei d’animoCh’io te lo dica, tel dirò. (Che diavoloGli dirò?)Crisobolo. Non rispondi?Volpino. Sto in gran dubbioChe non tardi Criton troppo, e dia comodoAl ruffian di nascondere e malmettereLe robe. Meglio è ch’io vada e sollicitiChe vengan ratti. (Vorrei pur con frottoleTenerlo a bada finchè comparisseroCostor).
Crisobolo. Non andar, no; non credo induginoPiù troppo. Dimmi: steste ad avvederveneMolto, dipoi che fu rubata?Volpino. Uditemi,Chè vel dirò, se pur volete intenderlo.Desinato avevamo, ed era ErofiloTornato a casa; il quale alcuni gioveniQuesta mattina convitato avevano.Il Nebbia venne a ritrovarlo, e dissegli:— Io voglio ir fuor di casa in un servizio:Ecco, questa è la chiave delle camereDi tuo padre, perchè intanto accadendotiVi possi entrar; — e gli la diè, senza esserliDomandata.Crisobolo. Questo assai buon prencipioFu d’ubbidirmi.Volpino. Erofil, che maliziaNon vi pensava, la pigliò; andò il NebbiaFuor.Crisobolo. E perchè? Non gli avevo espressissima-mente interdetto di mai non si muovereDi casa e della guardia delle camere?Volpino.Tu intendi. Stiamo così un pezzo in variiRagionamenti: entriamo d’un propositoIn un altro, siccome accade; all’ultimoVenimmo a ragionar di caccia. ErofiloSi ricorda d’un corno, ch’era solitoD’aver, e già molti giorni passavanoChe non l’avea veduto nè sentitoneNôva: volse veder se nelle camereTue fosse: piglia la chiave lasciatagliDal Nebbia, ed apre l’uscio: entra; io lo seguito.Tuo figliuol guarda, ed è primo ad accorgersiChe non v’è cassa; si volta, e domandamiS’io so che riavuta color l’abbianoChe appresso a te l’avean messa in deposito.Io guardo, e resto morto, non che attonito,Quando la cassa non ci veggo: dicoliChe nella tua partita ricordavomiD’avercila veduta, ove era solitaDi stare, in capo il letto. A un tratto avveggomiDella sciocca malizia del tuo Nebbia,
Che tosto che si è accorto che involata laCassa è stata, ha la chiave delle camerePortata a tuo figliuolo, acciò participeLo faccia della colpa, la qual debbesiDare a lui solo tutta quanta. Pigli tuQuel ch’io voglio inferir?Crisobolo. T’intendo; seguitaPur. Io lo tratterò ben come merita.Volpino.Fa il sciocco, ma gli è pieno più che ’l diavoloDi malizia. Tu nol conosci.Crisobolo. Seguita.Volpino.(Tardan costor sì a comparir, ch’io dubitoDi non aver tante ciance che bastino.)Crisobolo.Tu hai la mente altrove.Volpino. La pigriziaCh’io veggo di costor, che ancor non vengono,Mi tien sospeso e mi tol di memoria.Ma, come io dico, patron caro, accortomiCh’io fui di questo, insieme con ErofiloComincio a dire, a pensare, a discorrere,Chi la possa così aver tolta. DicemiEgli l’opinion sua, ed io anco dicoliLa mia: gran pezzo stiam senza risolverciChe modo abbiam da tener, che via prenderePer venir a notizia. Siamo in dubbioPiù che mai: non sappiamo ove ricorrere;Non sappiamo ove volgerci, ove battereIl capo. O patron caro, oggi trovatomiSono in tanto dolor, che bramavo essereMorto e sepulto, anzi di mai non essereNato. Ma ecco Criton, quando il diavoloHa pur voluto, ed ha seco suo generoEd il fratel.Crisobolo. Con tutte queste chiacchiereAncora non m’hai dato alcun indizioOnde io possa arguir che ’l ruffian abbia laMia cassa avuta, più che alcun altro.Volpino. EntraviSicuro, e se non la ritrovi, impiccami.
S’io non sapessi ben, non avrei animoCosì gagliardamente di affermartelo.
Critone.(Per tutto son dei ladri; ma più copiaN’è qui ch’in altro luogo. Ove esser debbonoSecuri i cittadin, se nelle proprieCase rubati son? Ma ecco Crisobolo.)Ci duol del caso: usa e vâlti dell’operaNostra dove ti par.Crisobolo. Io vi ringrazio.Ben m’incresce a quest’ora darvi incomodo:Un’altra volta tocchi, a benefizioVostro, a voi incomodarmi.Critone. Non accadonoTai parole con noi.Crisobolo. Vorrei, piacendovi,Che voi veniste meco, e testimoniiVoi mi foste qua dentro, ove ho notiziaChe troverò la roba mia.Critone. Verremovi,E volentier.Volpino. Non più parole; entriamoci.Crisobolo.Entriamoci.Volpino. Voi altri ritirateviQui lungo il muro, e i lumi si nascondano;E lasciate picchiar a me. Come aprono,Entrate tutti. Io non mi voglio muovereDi su la porta, acciò mentre cercando laCassa voi andassi in un lato, egli mettereDa un altro fuor la facesse, e nasconderlaIn altra parte.Crisobolo. Or su, picchia, e governaciCome ti par che sia meglio a proposito.
Fulcio.Son molti cianciatori che si vantanoDi far molte faccende e molto frappano,E poi giunti alla prova non ardisconoDi tentarle; fra’ quali io voglio mettereQuesto imbriaco di Volpin. PromesseciOggi di far a quel ruffian, con l’operaD’un suo compagno, un giunto riuscibileE veramente astuto, e con industriaMolto ben disegnato; e ad avvisarmeneVerrebbe immantinente che principioGli avesse dato, acciocchè poi seguissimoDal canto nostro noi, come era l’ordine.Siam stati Caridoro ed io aspettandoloTutta sera, ne ancora abbiamo uditoneNovella. Io vo a trovarlo per intendereSe mutati si sono di proposito,O pur se qualche impedimento postociIn mezzo, sia venuto ad interromperci.Volpino.(Sento un che vien di là; par che s’approssimiAll’uscio nostro, e che vada per battere.)Chi sei tu? olà, che cerchi? chi domandi tu?Fulcio.O Volpino, altri non vô che te.Volpino. O Fulcio,Io non t’avevo conosciuto.Fulcio. AbbiamotiDa aspettar più, che venghi con ErofiloA far quel che fu detto? di propositoSiete mutati pur?Volpino. Fulcio, postociHa il capo con tutte le corna il diavolo,Non pur solo la coda, come dicono;E tutti ha scompigliati li nostri ordini.Fulcio.Che v’è accaduto?Volpino. Ascoltami, e diròttelo.Deh taci, taci.Fulcio. Ma che moltitudineÈ questa, che con tal rumore e strepitoIo veggo uscir della casa di Lucramo?
Lucramo.A questo modo, uomo dabben, si trattanoI forestieri?Crisobolo. I cittadin si trattanoA questo modo, latron?Lucramo. Non ti credereChe passar me ne debbia così tacito:Me ne dorrò sin al cielo.Crisobolo. DolermeneTanto alto già non voglio io, ma dorròmmeneBen in loco ove la tua sceleraggineSarà punita.Lucramo. Non ti dar a intendere,Se ben io son ruffian, che non abbia essereUdito...Crisobolo. Ancora hai di parlar audacia?Lucramo.E ch’io non abbia lingua per esprimereLa ragion mia.Crisobolo. Cotesta un palmo mettereTi farà il boja fuor di bocca. E che? esserePotría più audace, se avesse trovata laSua roba in casa mia, come io trovata laMia ho qua dentro in casa sua?Lucramo. VogliomiPorre e vô che li miei tutti si ponganoAl tormento, e farò a qual vogli giudiceChiaro constar, che questa cassa datamiHa un mercatante pegno, finchè ’l prezio,Che ci siam convenuti d’una femminaChe da me innanzi comperò, mi numeri.Crisobolo.Ancora ardisci aprir la bocca, pubblicoE manifesto ladro?Lucramo. Chi è più pubblicoE manifesto di te, che venendomiA rubar, meni teco i testimonii?Crisobolo.Ghiotton, se tu non parli con modestia...
Critone.Non far parole seco, non rispondereAlle sue ciance. Andiam, chè convenevoleNon è a un par tuo gridar con questa bestia.Se da lui ti par forse di ricevereTorto, domani chiamalo in giudizio;Chè non è fuggitivo, com’ tu: lasciatiDinanzi al capitano di giustiziaVeder.Lucramo. Sì sì, ben mi vedrete: siateneSicuri: non passerà così facile-mente, come vi date forse a intendere.Ma sete troppi contra un sol: vedremociIn loco ove di par potrò rispondere.Crisobolo.Vedeste voi giammai tanta insolenzia?Vedeste ladro di tanta arroganzia,Come costui?Critone. Non mai. La tua, Crisobolo,È stata grande avventura.Crisobolo. Grandissima.Critone.Ci comandi tu altro?Crisobolo. Che accadendovi,Vi vagliate di me, come valutomiSono io di voi. Va, Volpino, accompagnaliA casa: piglia quel torchio: tu, daglielo.
Fulcio.Vuoi ch’io t’aspetti, Volpino?Volpino. Sì, aspettami,Perchè ho da ragionar teco.Fulcio. SollecitaDi tosto ritornar.
Volpino. Sarò qui subito.Fulcio.Vai tu lontan?Volpino. Anzi qui presso.Fulcio. VogliotiFar compagnia.Volpino. Gli è meglio, ch’avrò spazioDi conferir le cose nostre. Oh diavolo!Fulcio.Ti rompa il collo! c’hai tu?Volpino. Oimè, oimè misero!Son disfatto, son morto.Fulcio. C’hai tu, bestia?Che t’accadde?Volpino. Deh piglia il lume, Fulcio,Ed accompagna questi gentiluomini.Che maledetta sia la mia memoria!Fulcio.Deh tenetevel pur voi stessi, e fateviLume fra voi; perchè quanto accadutogli,O bene o mal di nuovo sia, vô intendere.Critone.Galanti servidor, cortesi gioveniAmendue siete. Certo, se pericoloNon ci fosse che i birri, ritrovandociSenza lume a quest’ora, ci pigliassino;E domattina, senza pur intendereChi siamo, o darci tempo di ricorrereAl signor per la grazia, ci facessinoMostrar in su la corda il cul al popolo;Per dio, poltroni indiscreti, v’avressimoLasciato il vostro torchio. Or su, facciamociLume noi stessi, e facciam, come i poveriCavalier, che l’un l’altro s’accompagnano.Fulcio.Che t’è di nuovo accaduto?Volpino. Oimè! il TrappolaÈ rimasto coi panni di CrisoboloIn dosso; ed io non ho avuto memoria,Prima ch’intrasse mio patron, di correreE farlo a un tratto dispogliar e rendergliIl suo gabban, ch’è dentro alla mia camera.Fulcio.O trascurato e dappoco uom! Va subito,E fàllo in qualche lato almen nascondere,Chè non lo vegga tuo patron.Volpino. Mi dubitoChe sarò tardi; e ben son tardi a giungere
Stato, chè già ne sento i gridi. DebbeloAver trovato. Eccolo fuor. Dio ajutami.
Crisobolo.Dove credi fuggir? Sta saldo; fermati,Viso di ladroncello. Donde toltamiHai questa veste?Volpino. (Che farai più, miseroE sciagurato Volpin?)Crisobolo. Tu debbi essereQuell’uom dabbene, che ancora involatamiLa cassa avevi.Volpino. (Oh potess’io accostarmigliAll’orecchio! )Crisobolo. Non ti farò rispondere,Ribaldo truffatore? Olà, ajutatemi,Chè non mi fugga. Finge non intendermiQuesto ghiotton, nè vuol parlar. O mutoloÈ costui certo, o che si finge d’essere.Volpino.(Non si potéa a sì improvviso infortunioTrovar miglior riparo. Or di soccorrerloÈ tempo.) C’hai tu a far, patron, col mutolo?Crisobolo.Ho ritrovato costui che vestitosiHa, come vedi, i miei panni.Volpino. Chi diavoloGli ha dato la tua veste, e chi condottolo,Ha in casa?Crisobolo. Nè gli posso far rispondereUna parola.Volpino. E come, se gli è mutolo,Vuoi tu che ti risponda?Crisobolo. È costui mutolo?Volpino.E che? non lo conosci tu?Crisobolo. VedutoloNon ho mai più.Volpino. Tu non conosci il mutolo
Il qual sta alla taverna della Scimia?Crisobolo.Che taverna? che mutolo? che scimiaVuoi ch’io conosca, manigoldo? PajotiUomo che vada alle taverne?Volpino. VeggoloVestito de’ tuoi panni.Crisobolo. E di che diavoloAltro mi corruccio io?Volpino. Veggo che postosiHa il tuo cappello ancora.Crisobolo. Anzi che postosiDalla camicia ha sino alle pantoffole.Volpino.Per dio, sì, questa è la più strana praticaDel mondo. Gli hai domandato chi datogliAbbia così i tuoi panni?Crisobolo. DomandatogliHo pur troppo: ma che vuoi, se gli è mutolo,Che mi risponda?Volpino. Vedi che accennandotiTe lo faccia saper.Crisobolo. Io non so intendereChi non parla.Volpino. Io sì ben.Crisobolo. Dunque l’interrogaTu, che lo intendi.Volpino. Io l’intendo benissimo,Nè men ch’io faccia ogni altro.Crisobolo. Tu domandagliDunque.Volpino. Chi t’ha dato cotesti? dicotiCotesti panni; cotesti, onde avuti liHai?Crisobolo. Vedi come ben fra lor ragionanoCon le mani, non meno che farebbonoCon lingua tutti gli altri! Dimmi, intendi tuCiò che vuol dir?Volpino. M’accenna che pigliati liSuoi stracci ha un qui di casa, e dato in cambioGli ha la tua veste e gli altri panni, e dettogliChe qui l’aspetti fin che torni.
Crisobolo. Accennagli,Che ti faccia saper, se gli è possibile,Chi sia questo di casa.Volpino. Sarà facile.Crisobolo.Lo guaterei mill’anni nè comprendereCosa potrei che voglia dir, nè un minimoConstrutto trar ne potrei. Che significaQuando lieva la mano, e va toccandosiIl capo e il volto, e spesso il naso, e gonfiaLa bocca?Volpino. Mostra che sia stato un picciolo,Ch’abbia gran naso, il capo riccio, pallidoIn viso, e parla alquanto in fretta.Crisobolo. PensomiChe ’l Nebbia voglia dir. Ma che notiziaPuò egli aver che parli in fretta? Un mutoloPuò dunque udir?Volpino. Non parla in fretta; dicotiChe partì in fretta. Senza fallo il NebbiaVuol dir: tu prima e meglio di me inteso loHai.Crisobolo. C’ha voluto far quel sciocco a mettersiIndosso i panni di costui?Volpino. M’immaginoChe, veduto mancar la cassa ed essereSua colpa, abbia pensato di fuggirsene;E perchè lo potríano, nel conoscerlo,Tenere ai passi, ch’abbia mutato abito.Crisobolo.E perchè non più tosto dovea dargli liSuoi panni il Nebbia, che li miei?Volpino. Che diavoloSo io? Gli è qualche volta temerario.Crisobolo.Or va; menalo in casa, e fagli mettereIndosso qualche veste convenevoleA lui, chè non macchiasse la mia.Volpino. LascianeA me la cura.Crisobolo. Per dio, potrebbe essereAnco altrimente: non è da passarseneCosì a chiusi occhi; e non si debbe crederePerò a Volpino ogni cosa, nè mettereOgni parola sua per evangelio.
Volpino, non andar ancora, fermatiUn poco. Non disse il ruffian, che datagliAvea la cassa un mercatante? E non ci loDipinse (s’io non son senza memoria)Ch’era vestito a questo modo proprio?Volpino.Che? tu ti vuoi fondar su quel che dettotiAbbia il ruffian?Crisobolo. Nè te, Volpino, giudicoMiglior terreno, in ch’io mi fondi. VogliolaFar altrimente. Gallo, Negro, Nespolo,Tenetemi costui saldo, e legatelo.Volpino.Perchè?Crisobolo. Vô al capitano di giustiziaMandarlo, per provar se buon rimedioFosse la fune a sanarlo del mutolo.Volpino.Non so certo io, patrone, s’egli è mutolo?Se pur vuoi meglio anco chiarirti, dammelo,Ch’io ’l menerò al ruffiano, acciò vedendolo,Dica se gli è il mercatante che data gliAbbia la cassa: chi ’l può me’ conoscere?Crisobolo.Io voglio che la fune abbia a chiarirmeneDel capitano, e non altri. Spacciatevi:S’altro non c’è da legarlo, portate laFune del pozzo. Questa è buona. LegaliLe mani dietro. Or, col malanno, levagliPrima di dosso la mia veste.Trappola. Scusami,Volpino: finchè le parole andavanoE le minacce attorno, nè venivasiA’ fatti, t’ho servito...Volpino. (Oimè, oimè, miseroVolpino! )Trappola. Ma per te già non voglio essereNè storpiato nè morto.Crisobolo. Per dio, meritaQuesta fune esser posta nel catalogoDe’ Santi, poi c’ha risanato un mutolo.Crederesti, Volpino, che avvolgendolaAl collo a te, potesse far miracolo
Di guarirti del ghiotto? Ora rispondimiTu; chi t’ha dato li miei panni?Trappola. DièmmeliTuo figliuolo.Crisobolo. E Volpin no?Trappola. Amendua eranoInsieme.Crisobolo. Ma a che effetto?Trappola. Mi mandaronoCosì vestito a pigliar una femminaDi casa d’un ruffiano.Crisobolo. Tu arrecastiviLa mia cassa?Trappola. Una cassa essi mi dierono;La qual mi feci portare, e lasciâvilaPegno, come essi appunto mi commisero.Crisobolo.A questo modo hai dunque avuto audacia,Volpin, di porre, con tanto pericolo,In casa, in mano, in potestà, in arbitrioD’un ruffian fuggitivo, d’un uom perfidoCotanta roba e di cotanto prezio?Non è mancato già per te di mettermiAl fondo, rubaldon! Così lodevoliCostumi insegni, così gentil’opere,A mio figliuolo, che raccomandatotiAvevo? E appresso mi dileggi, e credereMi vuoi far tai sciocchezze, ch’omai gli asiniLe dovríano conoscer, non che gli uomini?Non te ne vanterai, per dio. Levate laFune pur da colui tosto, e legatemiQuesto ribaldo.Volpino. O patron, comandòmmeloE mi sforzò tuo figliuolo. LasciastimiPerchè gli avessi a stare a ubbidïenzia,E non perchè gli comandassi.Crisobolo. LegaloBen forte. Se mi lascia anco Dio vivereFin a domani, io darò sì notabileEsempio a gli altri, che non avranno animo
D’ingannarmi mai più.Volpino. Misericordia,Patron!Crisobolo. Ribaldo! Vieni anco tu, e pigliatiLi panni tuoi; vieni anco; perchè intendereIo voglio appieno tutta questa pratica.
La cosa va mal per tutti, ma pessima-mente va per Volpin, chè la mutabileFortuna ha posto ogni cosa in disordine;La quale andata era un pezzo sì prospera,Ed anderebbe ancora, se impeditolaE fatta ritornar alla contrariaVia non avesse la poca memoriaDi questo sciocco. Or che consiglio prendereAltro debb’io, che confortar il gioveneMio patron, che l’impresa lasci, e volgasiAd altro che gli sia di maggior utileE di più onor? e se quel che desideraNon può aver, quel che possa aver desideri?Ma che farò per questo? Altra eloquenziaCi avría bisogno, altre ragion più valide,Ch’io non ho in pronto, per tôrgli dall’animoSì salda impressïon, che confermato gliAvevam poi Volpino ed io, mettendoloIn così certa speme e così prossimaD’ottener il suo intento. Or se in contrarioGli persüado, che voglia desistereDa questa impresa, sarà più pericoloChe ’l miser si disperi, che rimedioD’indurlo a cosa onesta e profittevole.Appresso, se per qualche via non operoChe possa al fin desiderato giungere,Non mi serà vergogna, biasmo, infamia?Non avrò nome di sciocco in perpetuo?Parrà ch’ordir io non sappia una astuziaSenza Volpino, e di quante successemiSon per l’addietro, avrà Volpin la gloria,
S’io manco in questa, ove io son solo. GuardimiDio, ch’io sia riputato mal discipuloDi Volpino, e mi lasci tanto obbrobrio,Tanta e sì brutta macchia in viso imprimere!Che farò, dunque? — Che farò? MettendomiPer questa via..., saría molto difficile:Che s’io vo per quest’altra..., è assai più facile,Pur non è piana, e ci son molti scrupoli.E per quest’altra...? È quasi la medesima.Ma s’io fêssi così...? Sì ben; ma dubitoD’esser scoperto. Che sarà, coprendomiIn questo modo? È manco male. Or mettiviQuesta coda...; tanto è. Che fia, giungendociQuesto uncino..., e poi questo...? Potrebbe essereAssai buono; anzi tutto buono, anzi ottimo:Sarà perfetto. Io l’ho trovato, voglioloFar a ogni modo, e non può non succedere.L’ho conclusa; così far mi delibero:E mostrerò ch’io non sono il discipulo,Ma son maestro de’ maestri. Or muovomiContra questo ruffian con uno esercitoDi bugíe: voglio dargli il guasto, e mettereA sacco. Così mi sii favorevole,Fortuna, ch’io fo voto, riuscendomiQuesta impresa, di star tre dí continuiImbriaco in tuo onor. Ecco, ch’uditomiHai, che ’l ruffian non vuol aspettar l’impetoMio, ma le porte apre e viensi a rendere.
Lucramo.Quanto più differisco a lamentarmene,Tanto più son le mie ragioni deboli.Io volea pur Furbo meco; ma indugiasiTanto a tornar, che serà forza andarmeneSolo.Fulcio. Dio! ch’io ritrovi in casa Lucramo,Per avvisarlo...Lucramo. Chi è che là mi nomina?Fulcio.Della rovina che lo viene a opprimere.
Lucramo.Che dice?Fulcio. Sì che almen non v’abbia a mettereLa vita.Lucramo. Oimè!Fulcio. Benchè v’è più pericoloChe sicurezza di salvarla. VoglioloOgni modo avvisar.Lucramo. Non bussar, Fulcio,Ch’io son qui, se di me tu cerchi.Fulcio. O misero,O infelice, o sciagurato Lucramo!Che fai tu che non fuggi?Lucramo. Per che diavoloHo da fuggir?Fulcio. O poverello! lievati,Lievati di qui tosto; fuggi, asconditi.Lucramo.Perchè vuoi tu ch’io fugga?Fulcio. Sarai subitoSubito appeso, meschin, se ti trovano.Fuggi; che tardi?Lucramo. Chi mi farà appendere?Fulcio.Mio patron, il capitan di giustizia.Fuggi, ti dico: ancor stai? fuggi, misero!Lucramo.E che ho io fatto che le forche meriti?Fulcio.Tu hai robato il tuo vicin Crisobolo.Lucramo.Cotesto è falso.Fulcio. Ed esso ritrovatotiCon testimoni (e con che testimonii!)Ha il furto in casa. Ed anco badi? Levati,Lévati, e fuggi ratto, e fuggi subito.Tu non ti muovi ancor?Lucramo. Se vorrà intendereIl tuo patron la ragion mia...Fulcio. Non perdereTempo, non star a dir parole, poveroUomo che sei! lievati, va col diavolo;Che non hai il bargel lontano quindiciBraccia, il qual ha commissïon di subito
Impiccarti, ed ha seco il boja. Or vedi seHai tempo di cianciar! Fuggi, dileguati.Lucramo.Ah, Fulcio, io mi ti raccomando, ajutami,Consigliami. Sai ben s’io t’amo, e amatotiAbbia sempre, dipoi che l’amiciziaNostra si cominciò.Fulcio. Per questo vengotiAd avvisar, e mi metto a pericoloD’esserne castigato...Lucramo. Ti ringrazio.Fulcio.Chè se ’l patron mio lo sapesse, dubitoChe mi faría teco impiccar. Ma lievatiDi qui, e non gracchiar più.Lucramo. Ma la mia poveraFamiglia e le mie robe, ove rimangono?Fulcio.Che famiglia, che robe! Meglio perdereE ogni altra cosa tua, che te medesimo.Fuggi: che tardi ancor?Lucramo. Ma dove, misero,Posso io fuggir? dove mi debbo ascondere?Fulcio.E che diavol so io? Ho fatto il debitoMio un tratto: tuo sia il danno, se t’impiccano.Io non vô già che teco mi ritrovino,E m’impicchino appresso.Lucramo. Ah Fulcio, ah Fulcio!Fulcio.Taci, non nominarmi, che possi essereSquartato: che non t’oda alcuno, e accusimiAl patron, ch’io sia corso ad avvisartene.Lucramo.Io mi ti raccomando. Deh! di grazia,Non mi lasciar.Fulcio. Al boja raccomandati,Non a me. Non vorrei per cento miliaDucati, che ’l patron venisse a intendereCh’io t’avessi parlato.Lucramo. Ah, per Dio, ascoltamiUna parola.Fulcio. Io non ti posso attendere;Chè mi par di sentir di qua, e mi dubitoChe sia il bargello.Lucramo. Io verrò teco.Fulcio. VoltatiAltrove pur, che non vô che ti trovino
Meco.Lucramo. Voglio venir.Fulcio. Non far, non.Lucramo. Piglia laVia che vuoi, chè seguirti mi delibero.