Canzone I

Ludovico Ariosto (1474–1533)

Opere minori — Poesie attribuite

Spirto gentil, che sei nel terzo giroDel ciel fra le beate anime asceso,Scarco del mortal peso,Dove premio si rende a chi con fedeVivendo, fu d’onesto amore acceso;A me, che del tuo ben non già sospiro,Ma di me che ancor spiro,Poich’al dolor che nella mente siedeSopr’ogni altro crudel, non si concedeDi metter fine all’angosciosa vita;Gli occhi che già mi fûr benigni tanto,Volgi ora ai miei, che al piantoApron sì larga e sì continua uscita:Vedi come mutati son da quelliChe ti soléan parer già così belli.L’infinita ineffabile bellezzaChe sempre miri in ciel, non ti distorniChe gli occhi a me non torni;

A me, cui già mirando, ti credestiDì spender ben tutte le notti e i giorni:E se ’l levargli alla superna altezzaTi leva ogni vaghezzaDi quanto mai quaggiù più caro avesti,La pietà almen cortese mi ti presti,Che ’n terra unqua non fu da te lontana;Ed ora io n’ho d’aver più chiaro segno,Quando nel divin regno,Dove senza me sei, n’è la fontana.S’amor non può, dunque pietà ti pieghiD’inchinar il bel guardo ai giusti preghi.Io sono, io son ben dessa. Or vedi comeM’ha cangiato il dolor fiero ed atroce,Che a fatica la vocePuò di me dar la conoscenza vera!Lassa! ch’al tuo partir partì veloceDalle guance, dagli occhi e dalle chiome,Questa a cui davi nomeTu di beltade, ed io ne andava altera,Chè mel credéa, poichè in tal pregio t’era.Ch’ella da me partisse allora, ed ancoNon tornasse mai più, non mi dà noja;Poiché tu, a cui sol giojaDi lei dar intendéa, mi vieni manco.Non voglio, no, s’anch’io non vengo doveTu sei, che questo od altro ben mi giove.Come possibil è, quando sovviémmeDel bel guardo soave ad ora ad ora,Che spento ha sì breve ora,Ond’è quel dolce e lieto riso estinto,Che mille volte non sia morta, o môra?Perchè, pensando all’ostro ed alle gemmeCh’avara tomba tiêmme,Di ch’era il viso angelico distinto,Non scoppia il duro côr dal dolor vinto?Com’è ch’io viva, quando mi rimembraCh’empio sepolcro e invidïosa polveContamina e dissolveLe delicate alabastrine membra?Dura condizïon, che morte, e peggioPatir di morte, e insieme viver deggio!

Io sperai ben di questo carcer tetroChe qui mi serra, ignuda anima sciôrme,E correr dietro all’ormeDelli tuoi santi piedi, e teco farmiDelle belle una in ciel beate forme;Ch’io crederei, quando ti fossi dietro,E insieme udisse PietroE di fede e d’amor da te lodarmi,Che le sue porte non potría negarmi.Deh! perchè tanto è questo corpo forte,Che nè la lunga febbre, nè il tormentoChe maggior nel cor sento,Potesse trarlo a desïata morte?Sicchè lasciato avessi il mondo teco,Che senza te, ch’eri suo lume, è cieco.La cortesia e ’l valor che stati ascosi,Non so in quali antri e latebrosi lustri,Eran molti anni e lustri,E che poi teco apparvero; e la spemeChe ’n più matura etade all’opre illustriPareggiassero i Publî e Gnei famosiTuoi fatti glorïosi,Sicch’a sentire avessero l’estremeGenti ch’ancor viva di Marte il seme;Or più non veggio: nè da quella notteCh’agli occhi mi lasciasti un lume oscuro,Mai più veduti fûro;Chè ritornaro a loro antiche grotte,

E per disdegno congiuraron, quandoDel mondo uscîr, tôrne perpetuo bando.Del danno suo Roma infelice accorta,Dice: — Poichè costui, Morte, mi tolli,Non mai più i sette colliDuce vedran che trionfando possaPer sacra via trâr catenati i colli.Dell’altre piaghe ond’io son quasi morta,Forse sarei risorta;Ma questa è in mezzo ’l cor quella percossaChe da me ogni speranza n’ha rimossa. —Turbato corse il Tebro alla marina,E ne diè annunzio ad Ilia sua, che mestaGridò piangendo: — Or questaDi mia progenie è l’ultima ruina. —Le sante Ninfe e i boscarecci DeiTrassero al grido, e lagrimâr con lei.E si sentîr nelluna e l’altra rivaPianger donne, donzelle e figlie e matri;E da’ purpurei patriAlla più bassa plebe il popol tutto;E dire: — O patria, questo di fra gli altriD’Allia e di Canne ai posteri si scriva.Quei giorni che captivaRestasti e che ’l tuo imperio fu distrutto,Non più di questo son degni di lutto. —Il desiderio, signor mio, e ’l ricordoChe di te in tutti gli animi è rimaso,Non trarrà già all’occasoSì presto il vïolente fato ingordo;Nè potrà far che mentre voce e linguaFormin parole, il tuo nome s’estingua.Pon questa appresso all’altre pene mie,Che di salir al mio signor, Canzone,Sì ch’oda tua ragione,D’ogni intorno ti son chiuse le vie.Piacesse a’ venti almen di rapportarliCh’io di lui sempre pensi, o pianga o parli!