Cantare settimo
Morgante
1 Osanna, o Re del sempiterno regno,che mai non abandoni i servi tuoie perdonasti a quel che gustò il legnoche gli vietasti già, per gli error suoi;aiuta me, sovvien tanto il mio ingegnoche basti al nostro dir, come tu puoi,sì ch’io ritorni alla mia istoria bellacogli occhi volti a te come a mia stella.
2 Rinaldo il conte Orlando rimirava;Orlando non sapea di tale effetto;ed Ulivieri spesso sogghignava:non gli cognosce, ch’avevon l’elmetto.Allor Rinaldo a parlar cominciava:- A questi dì trovamo in un boschettotre cavalier cristian feroci e forti,e tutti a tre gli abbiam lasciati morti.
3 Per certo oltraggio che ci vollon farea corpo a corpo insieme ci sfidamo,e cominciamo le spade a menare;finalmente di forza gli avanzamo.Credo che’ lupi gli possin trovare,ché nel boschetto morti gli lasciamo.Ma cavalier parean da spada e lanciach’eran venuti del regno di Francia. -
4 Orlando, quando udì queste parole,rispose presto: - Ben avete fatto:tutti son rubator; non me ne duole;io n’ho già gastigati più d’un tratto:così sempre a’ nimici far si vuole.Ma dimmi, cavaliere, a ogni pattoi nomi lor, per veder s’io cognoscodi questi alcun ch’uccidesti in quel bosco. -
5 Disse Rinaldo: - Egli ha nome Ulivieril’un di costor, che dice era marchese;l’altro da Montalban quel buon guerrierich’aveva fama per ogni paese;credo che ’l terzo anco era cavalieri,Dodon chiamato, figliuol del Danese. -Orlando udendol si maravigliava,ma del lïon con seco dubitava.
6 Seguì più oltre il suo ragionamentoRinaldo: - Io intendo mostrarvi i cavagli. -Orlando disse: - Io ne son ben contento,che’ nomi lor non posso ritrovàgli. -Vanno a vedere. Orlando ebbe spaventosùbito come comincia a guardàgli,perché e’ conobbe presto Vegliantino,e disse: «Il ver pur dice il saracino».
7 Alla sua vita mai fu più doglioso,e poco men che in terra non cadea.Ulivier, che ’l vedea sì doloroso,drento all’elmetto con seco ridea.Tornano in sala. Il paladin famosovendetta farne fra sé disponea,e disse: - S’altro tu non vuoi parlarmi,a Manfredonio al campo vo’ tornarmi. -
8 Disse Rinaldo: - Alquanto v’aspettate -;e menò in una camera il barone;e poi che l’arme sue s’ebbe cavate,la sopravvesta e l’altre guernigione,mostrava le divise sue sbarrate;trassesi l’elmo, e così il borgognone.Orlando, quando Rinaldo suo vede,per gran letizia tramortir si crede.
9 Abbraccia mille volte il suo cugino;Ulivieri abbracciava il suo cognato;diceva Orlando: - O giusto Iddio divino,che grazia è questa, ch’io t’ho qui trovato! -Poi domandò dell’altro paladino:- Dodon dove è, che tu m’hai nominato? -Disse Rinaldo: - Sappi che Dodoneè quel che venne preso al padiglione. -
10 Morgante vide costoro abbracciare,e disse al conte: - Per tua gentilezza,chi son costor non mi voler celare,che tu gli abbracci con tal tenerezza. -E poi che udì Rinaldo ricordareed Ulivieri, avea grande allegrezza,e inginocchiossi e per la man poi preseRinaldo presto e ’l famoso marchese;
11 e pianse allor Morgante di buon core.Re Caradoro in zambra era venuto.Dicea Rinaldo: - Cugin di valore,per mio consiglio, s’a te par dovuto,non tornerai nel campo: io ho timoreche Manfredon non t’abbi conosciuto,o come a Carador Gan gli abbi scritto.Ma Dodon nostro ove riman sì afflitto? -
12 Disse Morgante: - Lascia a me il pensiero:io lo condussi al padiglion di peso,così l’arrecherò qui come un cero. -Orlando disse: - Morgante, io t’ho inteso,e del tuo aiuto ci fa qui mestiero. -Morgante più non istette sospeso;disse: - A me tocca appiccar tal sonaglio;ma ogni cosa farò col battaglio. -
13 A Manfredonio andò caütamente,e per ventura giugneva il giganteche Dodone era a Manfredon presente,che lo voleva impiccar far davanteal padiglion; Dodone umilementesi raccomanda; in questo ecco Morgante,e disse a Manfredon: - Che vuoi tu fare? -Manfredon disse: - Costui fo impiccare.
14 Non lo impiccar: - disse Morgante presto- dice Brunoro ch’io il meni alla terra,e dè’ saper per quel che faccia questo:tu sai ch’egli è fidato e che e’ non erra. -Rispose Manfredon: - Venga il capresto;io vo’ impiccarlo come s’usa in guerra:sia che si vuole o seguane alfin doglia,ch’io mi trarrò, Morgante, questa voglia. -
15 Dicea Morgante: - Il tuo peggio farai,ché si potrebbe disdegnar Brunoro,e se tu perdi lui, tu perderaime e ’l tuo stato col tuo concestoro.Io il menerò, se tu mi crederrai.Credo che accordo tratti Caradoro,e forse ti darà la sua figliuola,ch’io n’ho sentito anco io qualche parola. -
16 Manfredon disse: - Per lo iddio Maconeè già due dì ch’io giurai d’impiccarlo,come tu vedi, innanzi al padiglione:non è Macone iddio da spergiurarlo. -Allor chiamava il suo Cristo Dodoneche non dovessi così abbandonarlo.Morgante, udendo far questa risposta,a Manfredon più dappresso s’accosta
17 e ’l padiglione squadrava dintorno:vide ch’egli era un padiglion da sogni;prima pensò d’appiccarli un susornoal capo, e dir ch’a suo modo zampogni;poi disse: «Questo sare’ poco scorno,e credo ch’altro unguento qui bisogni».E finalmente il padiglion ciuffavadi sopra e tutte le corde spezzava.
18 Dètte una scossa sì forte e villanach’arebbe fatto cadere un castello,o s’egli avessi scossa Pietrapana,arebbe fatto come e’ fece a quello.Così in un tratto il padiglion giù spiana,e d’ogni cosa ne fece un fardelloe Manfredonio e Dodon vi ravvolse,e fuggì via, e ’l suo battaglio tolse.
19 E in su la spalla il fardel si gittava;dall’altra man col battaglio s’arrosta,e ’l capo a questo e quell’altro spiccavadi que’ pagan che volevon far sosta;talvolta basso alle gambe menava,tanto che ignuno a costui non s’accosta,e teste e gambe e braccia in aria balzano:la furia è grande e le grida rinnalzano.
20 Sùbito il campo è tutto in iscompiglioe corron tutti come gente pazza.Morgante fece il battaglio vermigliodi sangue e intorno con esso si spazza,ed a chi spezza la spalla, a chi il ciglio.E Manfredon quanto può si diguazzae grida e scuote e chiamava soccorso;Dodon più volte l’ha graffiato e morso.
21 Morgante il passo quanto può studiava,ed a dispetto di tutti i paganipassato ha il fiume e ’l fardel ne portava,tanto menato ha il battaglio e le mani.Ma finalmente Dodone affogava,onde e’ gridò: - Se scacciati hai que’ cani,posami in terra, ch’io son mezzo morto,per Dio, Morgante, e donami conforto. -
22 Morgante in terra posava il fardello,ché non aveva più dintorno gente,e confortava Dodon cattivello.Ma poi di Manfredon poneva mentech’era ravvolto come il fegatello:vide che morto parea veramente,e disse: - Te non porterò alla terra:poi che se’ morto, finita è la guerra. -
23 Disse Dodon: - Deh, gettalo nel fiume. -Morgante vel gittò sanza più dire.Ma presto ritornâr gli spirti e il lume,però che l’acqua lo fe’ risentirecome egli è sua natura e suo costume,e Manfredon comincia a rinvenire;e corse là di pagani una tresca,tanto che infine costui si ripesca.
24 Morgante con Dodon suo se n’andavae rimenollo a Rinaldo ed Orlando,e la novella a costor raccontavacome il pagan venne al fiume gittandoe che sia morto con seco pensava,e come il padiglion venne spianando:non dimandar che risa fuor si caccia.E Dodon mille volte Orlando abbraccia;
25 e intese tutto ciò ch’era seguito,e come Gan gli seguitava ancora.Re Manfredon, che s’era risentito,con gran sospiri in sul campo dimora,maravigliato del gigante ardito,e come uscito dell’acqua era fora;e d’ogni cosa che gli era incontratogli pareva a lui stesso aver sognato.
26 In questo giunse un messaggier di Ganoche l’avvisava come Caradoro,e come e v’è il signor di Montalbanoed Ulivieri e Dodon con costoro,e nel suo campo il sanator romano;e che cercavan sol del suo martoro,e come il tradimento doppio andavaper pigliar due colombi a una fava.
27 «Ah!» disse Manfredonio «or la cagioneso perché Orlando è ito alla cittade;e quel prigion doveva esser Dodone.Or si conosce la lor falsitade;or son tradito, or son giunto al boccone,e vassi pure a Roma per più strade.Ma traditor non credevo che ’l contefussi né ignun del sangue di Chiarmonte.
28 Ora aremo acquistata qua la damae Caradoro vinto con assedio:questi son paladin di tanta famach’io non cognosco al mio stato rimedio.Questo gigante ha condotta la trama,perché più in dubbio mi teneva e tedioche fussin tutti baroni affricanti,ché tra’ cristian non suole esser giganti».
29 Ebbe re Manfredon tanta paurache si pensò la notte di fare alto;poi disse: «Noi siàn sì sotto alle murache non si può spiccar qui netto il salto:e’ ci bisogna provar l’armaduraed aspettar de’ nimici l’assalto;non sarà giorno, che Rinaldo e ’l conteed Ulivieri scenderanno il monte,
30 e tutto il campo mio sarà in travaglio;e ne verrà Dodon per far vendetta,e quel dïavol con quel suo battaglioalla mia gente darà grande stretta.Pur ci convien stare fermi al berzaglio,e Macon priego che le man ci metta».E mentre che e’ dicea queste paroletutti i baron per suo consiglio vuole;
31 ed accordârsi che si stessi saldo.Tutta la notte stetton con sospetto.Morgante, ch’era di potenzia caldo,la sera al conte Orlando aveva detto:- Poi ch’egli è morto Manfredon ribaldo,non sarà prima dì, ch’io vi promettoch’io voglio andar col mio battaglio solotra que’ pagani in mezzo dello stuolo,
32 ed arder le trabacche e’ padiglioni:colla granata gli voglio scacciare.Vedrete che bel fummo da’ balconie tutto il campo a furia spulezzare:io gli farò fuggir come ghiottoni.Le pecchie soglion pel fuoco sbucare:io porterò il battaglio e ’l fuoco meco;vedrete poi che mazzate di cieco.
33 Mancato è il capo, male sta la coda:adunque male star dèe tutto il dosso.Per gli occhi a tutti schizzerà la broda;io schiaccerò la carne e’ nervi e l’ossoquand’io darò qualche bacchiata soda.So ch’al principio n’arò molti addosso,ma tutti poi gli vedrete fuggire. -Orlando per le risa è in sul morire,
34 e disse: - Va’, ch’io ne son ben contento -;e poi si volse ove Caradoro era,e sì dicea: - Questo ragionamentoso che saranno parole da serache come fummo ne le porta il ventoo distruggonsi al sol qual neve o cera.A me par, Caradoro, da vederequel che fa il campo e le pagane schiere.
35 Se per se stessi si dipartiranno,lasciàgli andar, che mi par più sicuro,però che sempre è nel combatter danno,e solo Iddio sa il tutto del futuro.Vedren pur che partito piglieranno,e starenci doman qui drento al muro.Non si partendo il dì, poi gli assaltiamo,ché in ogni modo te salvar vogliamo.
36 Poi ci darai la tua benedizionee cercheremo ancor meglio il Levante. -E così disse Rinaldo e Dodoneed Ulivier; ma non v’era Morgante.Vannosi a letto con questa intenzione,ch’avevon tutti cenato davante;e Caradoro avea massimo onorea tutti fatto e con allegro core.
37 Morgante avea mangiato quel che vuole,un gran castron che gli fu dato arrosto;andossi prima a letto che non suole,ché come e’ disse fare era disposto.Né prima in orïente apparì il solel’altra mattina, che e’ si lieva tosto;prese il battaglio e certo fuoco in manoed avvïossi nel campo pagano.
38 E saracin trovò ch’erano armati,ma pure il fuoco in un lato appiccòedove erano i destrier sotto i frascati,tanto che molti di quegli abbruciòe.Ma furon presto scoperti gli agguatie in mezzo a più di mille si trovòe,e tutto il campo a furia sollevossi:ognuno addosso al gigante cacciossi.
39 E gli feciono intorno un rigolettoche lo faranno cantare in tedesco:al ponte di Parisse era in effettoin mezzo a’ saracini, e stava fresco!Chi getta lance e chi sassi nel petto;pure al battaglio stavano in cagnesco;ma tanta gente alla fine v’è corsoche gli bisogna a Morgante soccorso;
40 e tuttavia più la turba s’affolta.Era sì grande e sì grosso il gigantech’ognun che getta facea sempre còlta.Pur molti morti n’aveva davante,ché chi toccava il battaglio una voltalo sfracellava dal capo alle piante;e spesso tondo il battaglio giravae cento capi per l’aria balzava,
41 tanto che ’l cerchio facea rallargare;alcuna volta menava frugoniche si sentien le corazze sfondare,e pesta loro i fegati e’ polmoni;quando si sente arnesi sgretolaree d’ogni gamba farne due tronconi.E grida e mugghia il gigante feroce,tanto che assai ne stordisce la voce.
42 E’ pareva ogni volta che mugghiavaquando Cristo - Quem queritis - diceva,ch’ognuno a quella voce stramazzava.E tanti morti dintorno n’avevach’ognun discosto alla fine lanciava,e chi con dardi e chi archi traeva;tal che Morgante di molte uova succiaper le ferite, e come orso si cruccia.
43 Egli era come a dare in un pagliaio;e già tutto forato come un vaglioe’ si volgeva come un arcolaioa’ saracin che faceano a sonaglio;e mai non uccideva men d’un paioquando e’ menava più lento il battaglio;e più di cinquemila n’avea morti,ma ricevuto da lor mille torti.
44 Avea nel dosso migliaia di zampilliche gettan sangue già per le punturech’erano state d’altro che d’assilli;chi dà percosse di mazze e di scure,chi il petto par, chi le gambe gli spilli,chi dà sassate che parevon dure:era un diluvio la gente ch’è intornoper ammazzare il gigante quel giorno.
45 E già pel campo il romore è sì fortech’alla città ne fu tosto sentore;le guardie ch’eran lasciate alle portecominciorno a gridar con gran furorecome Morgante era presso alla morte.Diceva Orlando: - Vedrai bello errore:che Manfredonio sarà iscampato,e questo matto ha il suo campo assaltato.
46 Tanto andata sarà la capra zoppache si sarà ne’ lupi riscontrata.Questa sua furia alcuna volta è troppa;e fece pure inver pazza pensatad’ardere un campo come un po’ di stoppa,e come a’ topi far colla granata;ma il topo sarà egli in questo caso,al cacio nella trappola rimaso. -
47 Sùbito fece i suoi compagni armare,e Caradoro le sue gente tutte,perché Morgante si possi aiutareda’ saracin che gli davon le frutte:così avvien chi pel fango vuol trottaree può di passo andar per le vie asciutte.E fece a Vegliantin la sella porreOrlando, ché ’l destrier suo vuol pur tòrre;
48 a Ulivier si fe’ dar Durlindana,ed a lui dètte Cortana e Rondello;e la bella e gentil MeredïanaUlivieri arma, che è ’l suo damigello.Corsono al campo alla turba paganasì presto ognun, che pareva un uccello.Morgante vide il soccorso veniree col battaglio riprese più ardire.
49 E cominciava a sgridar que’ paganie far balzar giù molti della sellae capi e braccia in tronco e spalle e mani:tocca e ritocca e risuona e martella,e’ saracini uccide come cani:un mezzo braccio v’alzâr le cervella;e sopra i corpi morti si cacciavaaddosso a’ vivi, e la rosta menava;
50 ed ogni volta levava la mosca,ma ne portava con essa la gota,o dove e’ par che bruttura cognoscasempre col pezzo ne lieva la nuota.L’aria pareva sanguinosa e fosca,sì spesso par che ’l gigante percuota;balzano i pezzi di piastra e di magliacome le schegge dintorno a chi taglia.
51 E spesso avvenne ch’un capo spiccòe,e poi quel capo a un altro percossesì forte che la testa gli spezzòe,e morto cadde che più non si mosse.Oh quanti il giorno all’inferno mandòe!Quanti morti rimason per le fosse!E Manfredonio già s’è messo in puntocon molta gente, e in quella parte è giunto.
52 Dall’altra parte Orlando è comparito,e ’l sir di Montalban tanto gagliardoche accetta prima ch’uom facci lo ’nvito;e fece un salto pigliare a Baiardoin mezzo dove il gigante è ferito:sopra gli uomin saltò sanza riguardo,e ritrovossi al rigoletto in mezzode’ saracin, ch’omai faranno lezzo.
53 Quando Morgante vedeva quel salto,parve che ’l cuore in aria si levasse,ché più di dieci braccia andò in aria altoBaiardo, prima che in terra calasse.Or qui comincia il terribile assalto.Rinaldo presto Frusberta sua trasse,quella che fésse il mostro da l’inferno,per far de’ saracin crudo governo:
54 punte, rovesci, tondi, stramazzoni,mandiritti, traverse con fendenti,certi tramazzi, certi sergozzoni:in dieci colpi n’uccise ben venti;e chi partiva insin sotto agli arcioni,chi insino al petto, e ’l manco insino a’ denti;e le budella balzavan per terra:mai non si vide tanto crudel guerra.
55 Orlando nostro sprona Vegliantino:giunse d’un urto tra quel popol felloche più di cento caccia a capo chino;poi cominciava a toccare a martello:non tocca il polso sopra il manichino;facea de’ saracin come un macello;ed avea detto: - Non temer, Morgante:Cesare è teco ove è il signor d’Angrante. -
56 Queste parole avean sì sbigottitii saracin, che assai del popol fugge;e buon per que’ che son prima fuggiti,tanto i nostri baron già ciascun rugge:e’ ne facean gelatine e mortiti;a poco a poco la turba si strugge.Ed Ulivieri e Dodon giunti sonocon romor grande che pareva un tuono;
57 e Manfredonio in sul campo scontrava:la lancia abbassa, ché lo conoscea.Re Manfredonio il cavallo spronava,ed Ulivieri allo scudo giugneae insino alla corazza lo passava,tanto che tutto d’arcion lo movea:e sì gran colpo fu quel che gli diedech’Ulivier nostro si trovava a piede.
58 Ed ogni cosa la donzella vide,ch’era venuta con sua gente al campo,e fra se stessa di tal colpo ride.Ulivier come un lïon mena vampoe per dolore il cor se gli divide,dicendo: «Appunto al bisogno qui inciampo:caduto son dirimpetto alla dama,donde ho perduto il suo amore e la fama».
59 Guarda se a tempo la trappola scocca!Non si potea racconsolar per nulla.Sempre Fortuna alle gran cose imbrocca,e insin sopra la soglia ci trastulla.Non domandar se questo il cor gli tocca.Per gentilezza allor quella fanciullase gli accostava e diceva: - Ulivieri,rimonta, vuoi tu aiuto?, in sul destrieri. -
60 Or questo fu ben del doppio lo scorno,e parve fuoco la faccia vermiglia:are’ voluto morire in quel giorno.Meredïana pigliava la briglia,dicendo: - Monta, cavaliere adorno. -Or questo è quel ch’ogni cosa scompiglia,e per dolor dubitò sanza fallonon poter risalir sopra il cavallo.
61 Morgante aveva ogni cosa veduto,come Ulivier dal gran re Manfredoniodel colpo della lancia era cadutoe la donzella vi fu testimonio;e disse: «Io proverrò, come è dovuto,s’io gli potessi appiccar questo conio:io intendo d’Ulivier far la vendetta»;e inverso Manfredon presto si getta.
62 Meredïana, che ’l vide venire,gridava: - Indrieto ritorna, Morgante! -e Manfredonio correva assalireper far vendetta del suo caro amante.Morgante pur lo veniva a ferire,e come e’ giunse gridava il gigante:- Tu se’ qui, re di naibi o di scacchi?Col mio battaglio convien ch’io t’ammacchi! -
63 Disse la dama: - La battaglia è mia;e se ci fussi al presente qui Orlando,non mi faresti sì gran villania:tìrati addrieto, io ti darò col brando.Venuto è qua colla sua compagniala fama e ’l regno di tòrmi cercando. -Morgante indrieto alla fine pur tornaper ubbidir questa fanciulla adorna.
64 Trovò Dodone in luogo molto stretto,ch’era venuto tra cattive mane:pur s’aiutava questo giovinetto;e cominciava a dar mazzate strane,a questo e quello spezzando l’elmetto,tanto che gli elmi faceva campanequando egli assaggion di quel suo picciuolo;ma dà di sopra come allo orïuolo.
65 E rimaneva il segno ove e’ percuote:quanti ne tocca il battaglio ferocenon si ponea più le mani alle gote,ché ne facea com’e’ fusse una noce;alcuna volta facea certe ruotech’a più di sette domava la boce;com’un nocciol di pèsca ogn’elmo stiacciae fa balzar giù capi e spalle e braccia;
66 e rimisse Dodon sopra il destrieri.Dodon gridava: - Ah, popol soriano!io ne farò vendetta e d’oggi e di ieri,quando impiccar mi volea quel villano. -In questo tempo il famoso Ulivieriera pel campo colla spada in mano,e dove Manfredon combatte arrivacolla donzella florida e giuliva.
67 Una ora o più combattuto insieme hanno,e non si vede de’ colpi vantaggio.Ulivier tutto arrossì, come fannogli amanti presso alla dama, il visaggio,e disse: - Dama, non ti dar più affanno:lascia pur me vendicare il mio oltraggio.Io vorrei esser morto veramentequand’io cascai che tu v’eri presente.
68 Alla mia vita non caddi ancor mai;ma ogni cosa vuol cominciamento. -Disse la dama: - Tu ricascherai,se tu combatti, cento volte e cento;e sempre avvenir questo troverraia cavalier che sia di valimento:usanza è in guerra cascar del destriere;ma chi si fugge non suol mai cadere.
69 Io vo’ con Manfredon tu mi consentiche la battaglia mia sia in ogni modo,per vendicar non una ingiuria o venti,ma mille e mille, e che paghi ogni frodo. -Disse Ulivier: - Se così ti contenti,che poss’io dir, se non ch’io affermo e lodo? -Re Manfredon, che le parole intese,in questo modo parlava al marchese:
70 Per Dio ti priego, baron d’alta fama,tu lasci me come amante fedeleperdere insieme e la vita e la dama,ché così vuol la Fortuna crudele.Cercato ho quel che cercar suol chi ama:trovato ho tòsco per zucchero e mèle;e poi che la mia morte ognun la vuole,per le sue man morir non me ne duole.
71 So ch’io non tornerò più nel mio regno;so che mai più non rivedrò Soria;so ch’ogni fato m’avea prima a sdegno;so che fia morta la mia compagnia;so ch’io non ero di tal donna degno;so ch’aver non si può ciò ch’uom desia;so che per forza di volerla ho il torto;so che sempre ove io sia l’amerò morto. -
72 Non poté far Meredïana allorache del suo amante pur non gl’increscessi,e disse: «Così va chi s’innamora!Se mille volte uccider lo potessi,per le mie man non piaccia a Dio ch’e’ mora,quantunque a morte si danni egli stessi».E pianse, sì di Manfredon gli dolse,ché essere ingrata a tanto amor non volse.
73 E ricordossi ben che combattendol’aveva molte volte riguardata;dicea fra sé: «Perché d’ira m’accendocontro a costui? Perché son sì spietata?Ciò che fatto ha, com’io pur veggo e intendo,è per avermi lungo tempo amata:non fu lodata mai d’esser crudelealcuna donna al suo amante fedele;
74 questo non vuol per certo il nostro Iddio».Non sa più che si far Meredïana,e disse: - Manfredon, se ’l tuo desioè di morir, non voglio esser villana.Se tu facessi pel consiglio mio,per salvar te con tua gente paganatu soneresti a raccolta col cornoe in Orïente faresti ritorno.
75 Poi che non piace al tuo fero distinoch’io sia pur tua, come tu brami e vogli,perché pugnar pur contra al tuo Apollino?Io veggo il legno tuo fra mille scogli:tórnati col tuo popol saracinoe ’l nodo del tuo amor per forza sciogli. -A questo Manfredon rispose forte:- Non lo sciorrà per forza altro che morte. -
76 Allor seguì la donzella più avante:- O Manfredon, di te m’incresce assai! -e diègli un prezïoso e bel diamante:- Per lo mio amor dicea - questo terrai,per ricordanza del tuo amor costante;e pel consiglio mio ti partirai.E se tu scampi e salvi le tue squadre,d’accordo ancor mi ti darà il mio padre.
77 Ogni cosa si placa con dolcezza,e chi per forza vuol tirar pur l’arco,benché sia sorïan, sai che si spezza;ogni cosa conduce il tempo al varco.E priego te per la tua gentilezzache tu comporti ogni amoroso incarco,e sia contento di qui far partitae in ogni modo conservar la vita.
78 La dipartenza, perché e’ non ci avanzatempo, ch’io veggo morir la tua gente,tra noi sia fatta, e questo sia abbastanza,poi che più oltre il Ciel non ci consente.E quel gioiel terrai per ricordanzach’io t’ho donato, sempre in Orïente;e se Fortuna e ’l Ciel t’ha pure a sdegno,aspetta tempo e miglior fato e segno. -
79 Questa ultima parola al cor s’affissea Manfredonio, udendo la donzella,che mai più fermo in dïaspro si scrisse;volea parlare e manca la favella;ma finalmente pur piangendo disse:- «Aspetta tempo e miglior fato e stella,poi ch’al Ciel piace, e tórnati in Soria»:quanto son vinto da tal cortesia!
80 Quando sarà quel dì quando fia questo?Or quel che non si può, voler non deggio.Io tornerò, per non t’esser molesto;ricòrdati di me, ch’altro non chieggio;col popol mio, con quel che c’è di resto,ché molti morti pel campo ne veggio,ritornerò sanza speranza alcunanel regno mio, se così vuol Fortuna.
81 E per tuo amor terrò questo gioiello:questo sempre sarà presso al mio core.S’io ho peccato, lasso meschinello,contra al tuo padre e contra al mio signore,incolpane colui ch’è stato quelloche m’ha condotto dove e’ vuole, Amore;e in ogni modo a te chieggio perdonoe viver per tuo amor contento sono. -
82 E poi si volse al marchese Ulivierie chiese a lui perdon del cadimento;Ulivier gli perdona volentieri,ché del suo dipartir troppo è contento,perché eran due gran ghiotti a un taglieri,ed era stato alle parole attentoche dette avea Meredïana a quello,e confirmato e postovi il suggello.
83 E poi ch’egli ebbe lacrimato alquanto,re Manfredonio alfin s’accomiatava;e la donzella con sospiri e pianto,- Addio! - dicendo, la man gli toccava;e dèi pensar se si cavorno il guanto.Ulivier presto Orlando ritrovavae dicea ciò ch’egli avea fermo e saldo;e molto piacque a Orlando e Rinaldo.
84 Venne per caso quivi Caradoro,e intese come l’accordo era fatto.Morgante, insieme veggendo costoro,inverso lor col battaglio era trattoe quel che fussi saper vuol da loro;ma col battaglio non dava di piatto.Orlando disse: - Non far più, Morgante. -Allor più forte combatté il gigante.
85 Re Manfredonio e la sua compagniacontento è di lasciar Meredïana -diceva Orlando - e tornarsi in Soria. -Morgante allora il battaglio giù spiana,e disse: - Orlando, questa era tra via -,e dètte a uno una picchiata strana;un altro ammacca che parve di cera,ed anco questo ne’ patti non era.
86 Orlando disse: - Il battaglio giù posa:assai morti n’abbiàn per questo giorno. -Re Manfredon sua gente dolorosaper tutto il campo rauna col corno.E così la battaglia sanguinosaa questo modo quel dì terminorno,come nell’altro dir seguirò poi.Cristo vi guardi e sia sempre con voi.