Canzone XXX

Francesco Petrarca (1304–1374)

Le rime di M. Francesco Petrarca

DI pensier in pensier, di monte in monteMi guida Amor; ch’ogni segnato calleProvo contrario alla tranquilla vita.Se ’n solitaria piaggia, rivo, o fonte,Se ’n fra duo poggi siede ombrosa valle,Ivi s’acqueta l’alma sbigottita;E, com’Amor la ’nvita,Or ride, or piagne, or teme, or s’assicura;E ’l volto che lei segue, ov’ella il menaSi turba, e rasserena,Ed in un’esser picciol tempo dura:Onde alla vista, uom di tal vita espertoDiria, Questi arde, e di suo stato è incerto.Per alti monti, e per selve aspre trovoQualche riposo: ogni abitato locoÈ nemico mortal degli occhi miei.A ciascun passo nasce un penser novoDella mia donna, che sovente in giocoGira ’l tormento ch’i’ porto per lei:Ed appena vorreiCangiar questo mio viver dolce amaro:Ch’i’ dico; Forse ancor ti serva AmoreAd un tempo migliore:

Forse, a te stesso vile, altrui se caro:Ed in questo trapasso sospirando,Or porrebb'esser vero, or come, or quando.Ove porge ombra un pino alto, od un colle,Talor m’arresto: e pur nel primo sassoDisegno con la mente il suo bel viso.Poi ch’a me torno, trovo il petto molleDella pietate; ed allor dico, Ahi lasso,Dove se giunto, ed onde se diviso?Ma mentre tener fisoPosso al primo pensier la mente vaga,E mirar lei, ed obbliar me stesso;Sento Amor sì da presso,Che del suo proprio error l’alma s’appaga:In tante parti, e sì bella la veggio;Che se l’error durasse, altro non cheggio.I’ l’ho più volte (or chi fia che mel creda?)Nell’acqua chiara, e sopra l’erba verdeVeduta viva, e nel troncon d’un faggio;E ’n bianca nube sì fatta, che LedaAvria ben detto, che sua figlia perde;Come stella che ’l Sol copre col raggio:E quanto in più selvaggioLoco mi trovo, e ’n più deserto lido,Tanto più bella il mio pensier l’adombra:Poi, quando il vero sgombraQuel dolce error, pur lì medesmo assidoMe freddo, pietra morta in pietra viva;In guisa d’uom che pensi, e pianga, e scriva.Ove d’altra montagna ombra non tocchi,Verso ’l maggiore, e ’l più spedito giogoTirar mi suol un desiderio intenso:Indi i miei danni a misurar con gli occhiComincio; e ’ntanto lagrimando sfogoDi dolorosa nebbia il cor condenso,Alor ch’i’ miro, e penso,

Quanta aria dal bel viso mi diparte,Che sempre m’è sì presso, e sì lontano:Poscia fra me pian piano,Che sai tu lasso? forse in quella parteOr di tua lontananza si sospira:Ed in questo penser l’alma respira.Canzone, oltra quell’alpeLà, dove il ciel è più sereno, e lieto,Mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,Ove l’aura si senteD’un fresco, ed odorifero Laureto:Ivi è ’l mio cor', e quella che ’l m’invola:Qui veder puoi l’imagine mia sola.