Atto quarto
Abèle
SCENA PRIMA
Vasta campagna.
Abèle, preceduto da Lucifero invisibile ad esso.
Abèle Ecco, ch’io giá del buon desio su l’orme
tratto mi son fino al deserto piano;e appena appena ancor la selva io veggo,che mi lasciai da tergo. Oh quante voltegridato ho giá, Caín, Caíno! ed eglidi tempo in tempo mi va rispondendo,né so di donde; e mai veder nol posso.Or da un lato, or dall’altro, e innanzi spessoe talor dalle spalle, averlo parmi,ma vie piú sempre la voce allontanasi,quant’io m’inoltro piú. — Caín, Caíno:fratel mio caro...Lucif. Oh! se’ tu quivi, Abèle?Abèl. Sí, son io: deh, ti mostra! — Or, come maiin cosí vasto e ignudo pian sua vocesuonar mi puote, e ch’io nol vegga? Ah, questa,questa è per certo inconcepibil cosa.Caín, Caíno; pregoti, a me vieni;stanco son io; deh vieni... Ei piú non s’ode.Ma che fia mai? deh! come solo io sono!
Come farò a tornarmene senz’esso?
Che dirá il padre? e il suo dolore? e quellod’Eva infelice? e il mio dolore? io starmisenza Caíno? Un po’ ripresa ho lena:vo’ seguir oltre: addietro esser non puote.Caín, Caíno, ove sei tu?Lucif. Quá oltre.Abèle Eccol di nuovo: oh come lungi ei suona!Or m’avveggo: ei s’è tratto infin lá dovescorre profondo incassato il gran fiume,ch’io mai non vidi; ma cel disse il Padre,ch’evvi lá il fiume. Il troverò lá dunque.Veder nol posso, perché la scoscesaripa il nasconde: il troverò. Caíno,io vengo, io vengo; aspettami. Lá volo.
SCENA SECONDA
L’Invidia, e La Morte, trasfigurate.
La Morte Dove, dove mi trai
trasmutata cosí?Potrò uccidere omai?Quando avrò preda? di’.L’Invidia Seguirmi dei, tacerti, o dir ben poco,e al mio inganno dar loco.Madre or mi sei: sotto quel denso velocela ben ben tuo ceffo:e breve breve, ogni qual volta io accennirisponderai, ma con materno zelo.Ben sai ch’io non ti sbeffo;non mi guastar l’opra che a fare io venni.La Morte Farò, dirò:ma nulla so,fuorché falciar;dei tu in mio pro’messe apprestar.
L’Invidia Vieni, in disparte tratti: ecco Caíno.
Pria di mostrarci noi,udiam se ha cor ferino,s’ei bevve appieno il fiel de’ serpi suoi.
SCENA TERZA
Caíno.
Che fai, Caíno? ove t’aggiri?... Io ’l piede,
per ritornar, piú volte ho giá ritorto,e vie piú sempre una incognita forzatornami a spinger lungi dal paternodesiato ricetto. Insolita irami divora, mi strugge; e in chi sfogarla,non so. — Ma pur sul cuore a un tempo stessoi flebili lamenti mi rimbombanodei Genitori miseri, che indarnoor mi cercano, al certo. E il dolce miofratel d’amore... Or, di chi parlo? ahi stolto,che pensi tu? nel loro Abèle han tuttoi Genitori tuoi; sol esso bastae a’ tuoi parenti, e a Dio: sí, il Creatoredel solo Abèle i sagrificj a gradopar ch’ei si tenga. — Ah, di Caín non havvichi cerchi, no; né di Caín chi curi.E sia pur ciò: né di nessuno io curo. —Ma, donde il sai? Che t’han mai detto, o fatto,che di ciò ti convinca? In piena pace,ier sera all’annottar, dopo la lietacena, non eri benedetto il primotu, Caín, dal tuo padre? e quindi al fianco,
anzi abbracciato strettamente al collo
del tenero amorevole fratellonon ti addormivi tu, beato? Or donde,come, perché, fra smanie orrende io sorsi;e fuggitivo, e sconoscente, e errante,sordo a ragion, dal ver diviso, (ahi lasso!)imperversando io vò? Su via, si vinca;sí la malnata passíon si vinca.Torno a voi, giá ritorno, o dolci, o amatimiei Genitori; a voi, che al par d’Abèlemi amate, ah sí; piú assai che nol merto io. —Ma, che veggo? ben veggo? a me davantisi appresentan due umane creature?e s’inoltrano? e vestono com’Eva!Oh! l’una il viso ha come Abèl fiorito,ma piú leggiadro ancora! altri v’ha dunquedi nostra specie in terra? eppure il padrediceami ognor, che i soli eramo noi...
SCENA QUARTA
L’Invidia, Caíno, La Morte.
L’Inv. O giovine, che titubi, e consideri,
fra palpiti atrocissimi, il gran fiedereche addoppiano col brivido, ond’assideri,quegli aspidi che avvinghianti com’edere;deh, piacciati (se impavido desideria giubilo incessabile pur riedere)deh piacciati alle limpide acque intendere,che debbono lietissimo l’uom rendere.Caíno Oh! chi sei tu, che in cosí strani accentimi favelli? Altri dunque, a noi non noti,uomini v’ha su questa terra? Ah! trammidi dubbio tu: dimmi chi sei: ma adopra
un favellar piú alquanto al mio simile,
sí ch’io piú lieve intendati; ten prego.L’Inv. D’Adamo il figlio, al tuo parlar ravviso.Non bastò dunque al padre tuo di farsiegli sbandir, con sua vergogna tantadal bel terrestre Paradiso, ov’iocon infiniti altri mi albergo? a luino non bastò ciò dunque? al proprio figlioei volle inoltre ogni notizia torredi un tanto ben perduto, e torgli a un tempoal racquistarlo ogni possibil via?Caíno Oh! che mi narri? un Paradiso in terraevvi; e in bando mandatone fu Adamo?Ed egli ad un suo figlio un ben sí immensocela, e impedisce?L’Inv. Ingiusto e duro padre,al proprio figlio invidia egli quel bene,ond’ei mostrossi indegno. Oltre alle rivelá del gran fiume, io stavami con questadolce mia madre: ed io di lá vedea(che il tutto vede e sa, chi quivi alberga)te fuggiasco, lasciata la capannadel padre tuo, venirne errante...Caíno Or, comedi me sai tutto, ed io?L’Inv. Pari non siamo.A noi beati abitator perennidi quella opposta spiaggia, il tutto è lieve:ivi lontana o non saputa cosa,o impossibile a noi, son nomi ignoti:ivi in gran copia siam, fratelli e suore,e figli e padri; ivi ad ogni uom si aggiungeuna, com’io; qual vedi Eva congiuntaviver col padre tuo. — Pietá mi presedell’ignoranza tua; quíndi a incontrartiio fin quí m’inoltrai. Sol che ti attenti
varcar le limpid’onde, a me tu pari
tosto sei fatto; e lá, s’ella a te piace,posseditor di questa mia beltadefarti potrò; come pur teco ogni altromio ben divider quivi mi fia dato,che tanti aduna quel beato suolo.Caíno Ma come mai quell’ottimo mio padre,che tanto ci ama, un tanto ben potea,crudel celarci? In core alto contrastoprovar mi fai, col parlar tuo. Mi muovela tua beltade assai; la lusinghieraspeme di te; quel favellar tuo dolce,cui non udiva il pari io mai; mi muove,tutto in te: ma poss’io pur fra gli stentidell’incessante affaticarsi ingratoabbandonare i miei, per trarre io poscia,io fra delizie in ozio agiata vita?L’Inv. Ben pensi tu. Servi, su dunque, e pena,e affaticati, e suda. Altri frattantopria di te quivi occuperá il tuo stato.Caíno Altri? chi mai?L’Inv. Cieco ben sei.Caíno Ma, forserimane lá loco sol uno?L’Inv. A un solofigliuol d’Adamo il varco ivi è concesso:celato a te, ma non a tutti...Caíno Oh quale,qual gel di nuovo entro mi scorre! orrendom’agita un dubbio...L’Inv. È manifesta cosa,non dubbia omai: tuoi pensier tutti io scerno:Adamo, sí, tutto al suo Abèl svelava,quanto a te nascondea...Caíno Che sento!...
L’Inv. E il loco
per lui si serba.Caíno Oh rabbia! Or tutta, appienotutta or si sgombra la caligin densache le viste offuscavami: quel moto,che in me feroce incognito indistinto,all’aspetto talor, talvolta al nomesolo d’Abèle, in tutto me sentiva;eccone il fonte.L’Inv. Or tutto sai. Sol bada,che i passi tuoi non antivenga Abèle.Giunto tu appena all’altra riva, incontroa te farommi, e tua sarò: ma tecodato non m’è d’irne a tal varco: intanto,a confermarti in tuo proposto, or badaquant’io farò. — Madre, per dargli un lievesaggio di nostra avventurata gente,ch’oltre a quell’acque ei troverá, non fora,dimmi, opportuno un bel drappello elettofargliene quí subitamente innanzibaldo apparire?La Morte A senno tuo puoi farlo,amata figlia.L’Inv. Or tu vedrai, Caíno,popol leggiadro, e tra soavi noteagili danze armoniche, onde rattosará il tuo core. — Almi fratelli, a volo,rapidi al par del mio pensier, giungete.
SCENA QUINTA
La Morte, L’Invidia, Caíno, Coro di danzatori e danzatrici.
Coro di cantatori e cantatrici.
Coro Chi la giojosa nostra
terra abitar non puote,di lagrime le gotee di sudor la fronte allagherá:ma chi nell’aurea chiostrapon le beate piante,ha scritta in adamantel’intera eterna sua felicitá.Coro dest. In quest’orrido desertoqual fia mai l’uom sventurato,che a selvaggio vitto incertodal destin fu condannato?Coro sinist. Uomo, ah no, quel che quí alberga,uom non è come il siam noi:lo percosse orribil vergache ha cangiato i Fati suoi.Coro intero Ma, chi non gustò del pomoperderá il bell’esser d’uomo?Una voce del CoroNol perderá, no, no.Tu, che del rigidorotto divietonulla pur sai;tu dei nel frigidobel fiume lietotuffar tuo’ guai.
Che perder l’uom non può
suo dritto mai.Coro intero Nol perderá, no, no.Una voce di Donna, dal CoroVieni, o figliuol d’Adamo,lá, dove in festa eternauguale alla supernavita noi pur viviamo.Né il Sol tu splendere,qual colá splende,né visto hai scendere,qual colá scende,dolce manna dal Ciel:Una voce d’Uomoné il rio trascorrerecandido latte;né all’uom soccorrerel’elci e le fratte,di purissimo miel.Le due voci, d’Uomo e DonnaVieni, o figliuol d’Adamo,lá, dove in festa eternauguale alla supernavita noi pur viviamo.Coro intero Vieni, o figliuol d’Adamo,lá, dove noi viviamo.Affrettati, su su:che quanto tardi piú,tanto piú lieve puòaltri preceder te.Se il bene sai quant’è,nol perderai, no, no.
SCENA SESTA
La Morte, Caíno, L’Invidia.
L’Inv. Destati omai dal tuo stupor, Caíno.
Vedesti, udisti: a me non resta or altroche darti, in pegno di mia fe, mia destra.Prendila, prendi.
SCENA SETTIMA
Caíno.
Or, deh, trattienti. — Oh quale
brivido fiero al cor m’è corso! il sanguegelido par quivi stagnarsi... Oh qualetosto sottentra orribil vampa! io corrosu i passi tuoi pria che il fellon d’Abèlenon mi precede lá.
SCENA OTTAVA
Caíno, ed Abèle.
Abèle Caín! che veggio?
Caíno Ah, traditor, di lá tu vieni? io tostoten punirò.Abèle Madre, soccorso, aíta.Caíno Fuggi pur tu, raggiungerotti io ratto.