Scena II
Agamennone — Atto quinto
L’Opra compiesti?
Egisto...
Che veggo? Or quì, Donna, ti struggi in pianto?Intempestivo, tardo, vano è il pianto:Caro costar ne può.
Consiglio iniquo?....
E tuo non fu il consiglio?Amor tel diè, timor tel toglie. Or via,Poichè pentita sei, piacemi; e lietoIo mi morrò di non saperti rea.Ben’io tel dissi: dura era l’impresa;Ma tu fidando oltre il dovere in quello,Che in te non hai viril coraggio, al colpoTu stessa, tu, tua imbelle man sceglievi.Or voglia il Ciel, ch’anco il pensier del falloGià non ti torni a danno! Io qui di furtoA favor delle tenebre ritorno,Inosservato, spero. Era pur forza,Ch’io t’annunziassi, io stesso, esser mia testaSacra d’Atride irrevocabilmenteAlla vendetta già.
Come? che parli?Onde il sai?
Già del nostro amore intesePiù che non volle Atride; ed io già n’ebbiDi non più d’Argo movermi comando:Al dì nascente a se davanti ei vuolmiBen vedi, a me di morte è il parlamento.Ma non temer, che d’incolpar me soloOgni arte adoprerò.
Che ascolto? AtrideTutto sa?
Troppo ei sa: ma più sicuro,Miglior partito fia, s’io mi sottraggoCol morir tosto al periglioso esame.Salvo il tuo onor così: me scampo a un tempoDa morte infame. A darti ultimo avvisoDi quanto segue; a darti ultimo addioVenni, e non più... Vivi; ed intatta restiTeco la fama tua. Di me pietadePiù non ti prenda: io son felice assai,
Se di mia man per te morir m’è dato.
Egisto... oimè!... qual ribollir mi sentoFuror nel petto al tuo parlar!... t’arresta...A morte corri?
A morte.
Ed io t’uccido!...
Te vo’ salvar.
Qual mi ti mena innanzi,Egisto, qual furia d’Averno è scortaAi passi tuoi? S’io più te non vedea,I’ moria di dolor, sì; ma innocenteMoriami almen: già sento, mal mio grado,Me di bel nuovo al rio delitto spintaSol dal tuo aspetto... Oh Ciel!... tutte m’invadeLe fibre, e l’ossa incognito tremore...E fia pur ver; null’altro a far ne resta?...
Ma l’amor nostro al Re chi svela? dimmi.
E ‘l chiedi tu? di te, se non Elettra,Al Re parlar chi ardisce? In sen t’immergeMalvagia figlia il ferro; e, più che vita,Ti toglie anco l’onor.
Ma ver tu parli?
Io mento. Ecco, mia spada il ver diratti:Salva tu sei, s’io pero.
Egisto!... il brando...Che fai? riponi; io te l’impongo. — Oh notte,Orribil notte!... Ascolta... Atride in mente,Chi sa?...
Chi, non lo sa, che Atride offeso,Atride Re, nella superba menteAltro non volge, che vendetta, e sangue?Certa è la morte mia, dubbia la tua.
Ma s’ei ti serba a vita, a qual, tu il pensa.E s’io quì entrar, solo, in quest’ora, e starmiTeco parlar son visto; oimè! ch’io fremoD’orror per te. Sorge l’Aurora in breveDi fero dubbio a trarti; anzi che sorgaMorire io vo’: — Per sempre... addio.
T’arresta...No, non morrai.
Non d’altra man per certo,Che di mia mano. — O della tua, se il vuoi.Deh! vibra il colpo tu; svenami, e innanziAl severo tuo giudice mi traggiSemivivo, spirante: alta discolpaIl mio sangue ti fia.
Che parli?... ahi lassa!...Misera me!... che a perder t’abbia?...
No,... mai...
DobbiamoAtride, od io perir.
Sceglier....
T’è forza.
Tra ’l dare...
O l’aver morte.
Ah sì;...pur troppoNecessario è il delitto.
E breve è l’ora.
Ma... la forza,... l’ardire...
Ardire, forzaDaratti Amor.
Mi tremerà... la manoNel ferire... il marito.
AddoppieraiNell’uccisor d’Ifigenìa tuoi colpi.
Lungi... ho scagliato... il ferro.
Eccoti ferro;Tienlo; quest’è ben d’altra tempra; stavviRappreso su de’ figli di TiesteIl sangue ancor.. Va; del figliuol d’AtreoNel sangue il forbi: va; brevi momentiT’avanzan; va. Se male il colpo assesti,O se pria di ferir ti penti, il piede
Più non rivolgi a queste stanze, o Donna.Di propria man me quì svenato; immersoMe troveresti dentro un mar di sangue.Va, non vacilla, ardisci, entra, l’uccidi. —