Atto quarto
Agide
SCENA PRIMA
Limitare del carcere di Sparta.
Leonida, Anfare, Popolo che si va introducendo.
Anfar. Tardo assai giungi; e il tempo stringe.
Leon. Al padrel’indugio dona: mi fu forza or dianzifin nella reggia accompagnar la figlia.Io dal fianco spiccarmela a gran penapotea, sí forte ella in pianto stempravasiper lo suo sposo. Assai gran doglia in coreil suo pianto mi lascia.Anfar. E che? turbato,commosso sei? Piú della figlia forseti cal, che non di tua vendetta?Leon. AbborroAgide piú, che non m’è caro il trono:ma pure, i detti della figlia, e i pianti,duri a me sono. — Eccomi all’opra: il tuttodisposto hai tu?Anfar. Nol vedi? In questo vastolimitar delle carceri mi parvefosser da porsi i seggi nostri; il loco,men capace che il foro, assai men fecciaragunerá di plebe: ma pur tanta
introdur quí sen può, quanta n’è d’uopo
a nostre mire. Havvi all’entrar chi veglia,e in copia ammette i nostri fidi. — Or mira;giá piú che mezzo è riempiuto il loco;né alcun v’ha quasi degli avversi a noi.Per anco il grido non s’è sparso appienodel gran giudizio: e spero, anzi che giungaa intorbidarlo con sua fera scortal’ardita madre, avrem compito il tutto.Leon. Ma, sei tu certo, che tornarne a dannoor non possa tal fretta?Anfar. Oltre la nostradignitá, stan per noi forze non poche.Grande accortezza, or nell’espor le accuse,vuolsi; e giusti mostrarci ai nostri stessidobbiamo, e del lor ben, piú che del nostro,caldi amatori. Alcun tumulto forseinsorger può; previsto è giá. Ma bastaper noi, che piú non esca Agide vivodi queste mura. Al primo impeto audacedella plebe far fronte i tuoi soldati,e i cittadini nostri appien potranno,e degli efori il nome, e l’ardir tuo.Tempo intanto si acquista; e avrem dal tempopiena poi la vittoria...Leon. Ecco il senato;ecco gli efori tutti: il popol moltoli segue, e par non torbido in aspetto;lieto anzi par di assistere all’accusadi un re sovvertitore. Ardire, ardire.Mentr’io gli animi lor, con opportunelusinghe adesco, al carcer entra, e in breveAgide a noi ben custodito traggi.
SCENA SECONDA
Leonida, Popolo, Efori, Senatori,
ciascuno collocato ordinatamente.
Leon. — Lode agli Dei! quí radunarsi veggio
i cittadini veri; e non frammisticon la torbida, audace, e sozza plebe,che col numero suo voi ne strascinanegli error suoi, mal grado vostro. — A Spartainaudito spettacolo si appresta;il maggior, che ad uom libero mai possaappresentarsi: un vostro re, dai vostriefori tratto, ed accusato, innanzia voi. Gli error ne udrete, e le discolpe,e il giudizio, di cui voi stessi partesarete, spero. Io, benché re, con giojapur ve l’annunzio. Ah! non ebb’io tal sortein quel funesto a me, non fausto a Sparta,orribil giorno, in cui dal trono in bandocacciato, in forse della vita io stetti.Non accusato, e non udito, a riaforza soggiacqui allora; eppur, piú dogliache l’ingiusto mio esiglio, erami al coreil sovvertito ordin di leggi, e il feroperiglio in cui lasciava io Sparta. Instruttivoi stessi al fin dai vostri danni appieno,me richiamaste, e in un le leggi, in trono:Agesiláo, Cleómbroto, e i lor fidiefori, a Sparta traditori, in bandocacciaste. Agide resta: havvi chi reonol vuole; e forse, ei reo non è. Ma intanto,io preso il volli, e ad altro fin nol tengo,che per chiarirlo in faccia a voi. S’ei fossereo convinto pur mai, primier mi udresteimplorar pel mio genero perdono:
che agli occhi vostri, e ai miei, sua giovinezza
nol rende affatto or di pietade indegno. —Efori, senatori, cittadini,la vera vostra maestá non sorsea dritto mai piú nobile di questo:conoscer oggi, e perdonare i fallidei vostri re: che sottopongo io pureoggi a voi l’opre mie. Prova non lievedel cor mio puro, e del regnar mio giusto,parmi, fia questa; ed io di darla anelo.A tremar delle leggi Agide insegnia Leonida re. — Ma, giá si appressaAgide al vostro tribunale: ed eccoch’io taccio, e seggo; io, cittadino, attendodai cittadin dell’alta lite il fine.Ben sostener d’ogni mia forza io giuro,qual ch’esser possa, la immutabil santalibera vostra unanime sentenza.
SCENA TERZA
Anfare, Agide fra guardie, Leonida,
Popolo, Efori, Senatori.
Anfar. Spartani, efori, re, costui ch’io traggo
davanti al vero tribunal di Sparta,Agide egli è d’Eudámida. Giá il regnocon Leonida ei tenne; il cacciò posciadal trono, a cui nuovo collega assunseCleómbroto. A voi piacque, indi a non molto,ridomandar Leonida, che il seggioritoglieva a Cleómbroto. Nel sacroasilo allor quest’Agide fuggiva:perché fuggisse, ei vel dirá. Fin ch’eglilá ricovrava, ei re non era; il tronoabbandonato avea: ma non privato
era ei perciò; che non avea deposta
sua dignitá, né stata eragli tolta:non innocente, poiché asil sceglieva;non reo, poiché niun l’accusava. In vostrapossanza il diero oggi di Sparta i Numi,senza che víolato il santo asilofosse da alcun di noi. Lo accuso io quindiora, a voi tutti, di mutate, infrante,tradite leggi; di tiranniche armiin Leonida e gli efori adoprate;di tiranniche mire, a cui fea basela ribellante compra infima plebe:e, per stringere in fin tutti i suoi tantidelitti in un, di aver tradita e lesala maestá di Sparta, a voi lo accuso.Agide — Solenne in vero, e dignitosa pompaquesta fia: ma, perché di affar tant’altoSparta non è quí testimonio intera?Perché, qual suolsi ogni accusato, al foronon son io tratto? — È ver, gli efori veggio,e un re quí stassi, e del senato un’ombra:ma pur per quanto l’occhio intorno io giri,non vegg’io cittadini, altri che pochi,potenti, e misti infra gli armati sgherri.La maestá del popolo di Spartafia questa or forse? Io, non che Sparta tutta,Grecia vorrei quí tutta a udire intentae le tue accuse, e le discolpe mie.Or, poiché tanta è in voi de’ miei delittil’ampia certezza, or dite: a che pur tormi,con sí gran parte d’ascoltanti, a un tempodella vergogna mia cosí gran parte?Leon. Per quanto il soffra il loco, assai gran folladi cittadini or vedi, Agide, accolta.Trarti dal limitar del carcer tuo,tu il sai, che fora un cimentar pur troppo
la dignitá degli efori, e la stessa
tua innocenza, ove l’abbi. Udiati Sparta,del tuo asilo in discolpa, addur finora,che tor cosí tu stesso alla tua plebede’ tumulti volevi ogni pretesto,e ogni mezzo di sangue: infra sue grida,come or vorresti al suo cospetto andarne,e un giudicio ottener libero e queto?Agide Questo giudicio, e il men dannoso a voi,stato sarebbe il percussor mandarmitosto al carcer: ma questo, assai men quetofia di quel che sperate. In me non parlail timor, no; del mio destin giá certo,securo quí, del par che al foro, io vengo.Giá la sentenza mia so senza udirla:ma, non ne avrò pur danno altro giammai,che quel ch’io da gran tempo ho fermo in coredi aver da voi. — Giudici; e, quai che siate,voi spettatori; io vi prevengo or tutti,ch’io, condannato in queste mura e ucciso,non perciò pace col morir vi rendo,com’io il vorrei: né voi, col trarmi a morte,in sicurtá vi rimanete. — Or siaciò ch’esser vuole. Udiam le accuse.Anfar. In nomeio ti parlo degli efori; me ascolta. —Agide, hai tu, senza né udirlo, astrettoall’esiglio Leonida?Agide Chiamatoei fu in giudicio; e sen fuggia.Leon. Chiamatoio fui, nol niego, ma davanti a feratumultuante plebe. Esser poteagiudicio, quello?...Agide Al par di questo, almeno.Ma, il fuggir ti fu dato: in carcer dunque
non eri tu. Mezzi a me pur di fuga
non mancavan finora; e al carcer venni,ed in giudicio stommi: e, qual ch’ei fia,no, nol pavento. Io ’l desiava, e gododi udire al fin; di farmi udire io godo.Anfar. Infrante hai tu le patrie leggi?Agide Intererestituir le sacre leggi io vollidel gran Licurgo: elle non fur mai tolte,ma inosservate, or da gran tempo. Opporsivolle a sí giusta e generosa impresaLeonida: pria l’arte, indi la forzaoprava in ciò; ma entrambe invano: alloravinto ei piú dalla propria sua vergogna,che dalla forza altrui, per minor penaei s’imponea l’esiglio. Ei stesso il dica,se danno io poscia, o securtade e vitaa lui recassi. Al suo fuggir, sol uno,di Sparta un grido, ogni oprar suo biasmava,ogni mio benediva. Allora spentieran gl’iniqui crediti; comunifeansi allor le ricchezze; allora in bandouscian di Sparta il lusso, e i vizj insieme,e il torpid’ozio: e risorgeano, in somma,virtude allora, e libertade. Avrestevoi di negarlo ardire? — Ecco i delittidel mio breve regnar, dopo la fugadi Leonida vostro.Anfar. Osi tu forsenegare ancor, che di tai beni all’escacolti e delusi i cittadini, in brevenon fosser tratti a fero strazio? I campipromessi ognora, e non divisi mai;fatti i ricchi, mendici; entrambi oppressi;negherai tu, che a trasgredite leggi,quai tu nomi le nostre, allor la cruda
tirannia di te sol non sottentrasse?
E tirannide, in ciò piú ria di tanto,che a se di leggi fea mendace velo.Agide Mentr’io per voi di Sparta in campo usciva,mentre agli Etoli in armi io pur mostrava,con danno lor, nuovi Spartani in armi;d’eforo fatto Agesiláo tiranno,ei commettea molt’opre in Sparta inique.Volete voi del suo fallir me reo?Io la pena ne accetto; ove pur colgad’alcune mie virtudi il frutto Sparta:virtú, che voi, di mal talento pieni,pur negar non mi ardite. — Offeso v’hanno,non di Licurgo le tornate leggi,(tant’io feci, e non piú) ma i crudi modid’Agesiláo? che fare altro vi resta,che me svenare, e proseguir mie imprese?Anfar. E a disfar Sparta Agesiláo ti mosse?Agide A rifar Sparta, io da me sol mi mossi,perché Spartan son io.Anfar. Di’; riconosciper vero re Leonida?Agide Conoscoun spartano Leonida, che caddein Termopile morto, con trecentoSpartani, a pro di Sparta.Anfar. In cotal guisarispondi tu? La maestá sí pocodel senato e degli efori rispetti?Agide La maestá di Sparta osservo, e adoro,nel risponder cosí.Anfar. Colpevol dunquetu ti confessi?Agide E me colpevol tienitu, che mi accusi? — Omai si ponga, omaifine si ponga al simulato gioco.
Discolpe io do pari all’accuse. Io venni
quí, per mostrare anco ai nemici miei,ch’io cittadino re, per quanto il possasoffrir l’altezza d’animo innocente,spontaneo me sottomettea pur ancodelle leggi all’abuso. — Or, quai che siate,udite, o voi, le mie parole estreme.Anfar. A udir, che resta?Agide Assai, ma in brevi detti.Anfar. Nulla dei dire...Agide Eforo tu, le legginon rimembri, o non sai? Parlano a Spartagli accusati, se il vonno. Odimi dunquetu stesso, e taci. — E voi, Spartani, udite. —In error sete or da piú cose indotti:d’Agesiláo l’oprar, d’Anfare i gridi,di Leonida l’arte, il tacer mio,tutto a gara ingannovvi. A tal siam giuntinoi tutti omai, che a trar d’error ciascuno,egli è mestier ch’Agide pera. Io stessogiá potea di mia mano a me dar mortelibera e degna; ma, il fuggir di vita,reo presso voi fatto mi avria. Ben certoera, e sono, in mio cor, che infamia nulla,bench’io soggiaccia a giudici qualunque,mai non fia per tornarmene. Lasciarmitrar vivo io quindi a’ miei nemici innanzisceglieva, e stovvi. Che il morir non temo,vedretel voi: ch’io vendervi ancor carapotrei mia vita ove il volessi, notofaravvel tosto di adirata plebeil terribile grido: in fin, ch’io tengopiú in pregio assai, che non me stesso, Sparta,ven fará certi il morir mio. — Vi esorto,e vi scongiuro, a trarre dal mio sanguel’util di Sparta, e il vostro. I campi, e l’oro,
che la mente or vi acciecano, e di pochi
in man ridotti, ai possessori al parifan danno, e a chi n’è privo; i campi, e l’oro,per non voler dividerli coi vostriconcittadini, a voi fian tolti, e in breve,dai nemici. La plebe, a voi sí vileperché mendica; la spartana plebe,che abborre voi ricchi possenti e fortipiú delle leggi, è molta; aspra la stringenecessitá feroce. Ove a voi giovirimembrar, che di Sparta e di Licurgofigli son essi al par di voi, ben ponnosplendor di Sparta esser costoro ancora,e in un, di voi salvezza. In altra guisa,Sparta e se stessi annulleranno, e voi.Maturo è omai, credete a me, maturoè il cangiamento: il ciel non vuol ch’io ’l vegga;ma vuol ch’ei segua: ad affrettarlo è d’uopod’Agide il sangue, e il sangue Agide dona.Di voi pietá, non di me, sento: e queste,parole son d’uom che morir sol brama,e che non reca altro desire in tomba,che di salvar la patria sua. Giá postod’Agide in salvo il nome: a far me grande,ch’altri ad effetto i miei disegni adducanon fia mestier; anzi, gran parte involaa me di gloria il riuscir d’altrui,dopo il tentar mio vano. Ultimo sfogodi vostra rabbia, il mio morir sia dunque;di vostra invidia spenta il frutto primosia la virtú ripatríata, e l’altedivine leggi di Licurgo in forzatornate, e la spartana eccelsa garadi patrio amor, di libertade, e d’armi.Popolo Grande è l’animo d’Agide: ingannatiforse noi fummo...
Anfar. Il sete, ora, da questi
sedizíosi detti...Agide Efori, or quantovi avanza a dir, m’è noto. — Appien compitoho di un re cittadin l’ufficio estremo.Io riedo al carcer mio, dalle cui muranulla uscirá d’Agide omai, che il nome.
SCENA QUARTA
Leonida, Anfare, Popolo, Efori, Senatori.
Popolo Ei qual reo non favella: è forza averne
maraviglia, e pietade.Leon. È ver, Spartani:sedotto ei fu da Agesiláo; par degnodi perdono il suo errore. Il chieggo io stessoda voi, per lo mio genero; per quello,che la vita salvommi...Anfar. Or stai davantial senato ed agli efori: con essiparlar tu dei, Leonida. Le tueragion private ai pubblici delittinon tolgon pena; né il perdon precedemai la condanna.Leon. Io, non che darla, udirlané pur vo’ dunque. Agide a morte porrenon volli io, no, benché morire ei merti.Trarlo fuor dell’asilo, udirlo, e innanziai giudici convincerlo; ciò soloimportava, ed io ’l feci: altro non restaa far contr’esso. — Ah! se del popol voce,se del re preghi vagliono al cospettodel senato e degli efori, da lorovedrassi (io spero) di clemenza, in breve,nobile al par che memorando esemplo.
SCENA QUINTA
Anfare, Popolo, Efori, Senatori.
Anfar. Generoso nemico, ottimo padre,
buon cittadin, Leonida; compiuteegli ha sue parti tutte: a noi le nostredi compier resta. — Agide è reo convintodi maestade lesa: a lui, qual penagiusta si aspetti, efori, il dite.Efori Morte.Popolo Efori, ah! grazia or vi chieggiam noi tutti,purch’ei lo stato omai non turbi...Anfar. Udite?...Lo udite voi, questo fragor tremendo,che a noi si appressa? In suo favor di nuovogiá tumultua la plebe. Agide vivo,e queta Sparta? ella è lusinga stolta.Efori A morte, a morte il traditor ribelle;Agide muoja...Anfar. Ei morto fia, vel giuro. —Con la rea sozza plebe ogni aspro incontrosfuggite intanto, o cittadini. E noi,efori, noi la maestá di Spartacon giusto ardir mostriamo. — Olá, schiudete,soldati, il passo. Andiam; né vil, né alterosia il nostro aspetto. Il non temer la plebe,tosto in se stessa a rientrar la sforza.