Atto quinto
Agide
SCENA PRIMA
Interno del carcere di Sparta.
Agide.
Fere urla io sento, e un immenso frastuono
intorno al carcer mio. — Numi di Sparta,deh! salvatela voi. — Duolmi, che un ferroio non serbava, onde troncare a un tempocon la mia vita ogni tumulto. A lungopur tardar non dovrian quei che a svenarmimandati avrá Leonida. — Consorte,...diletti figli,... amata madre,... addio...Piú non vedrovvi!... A voi, memoria caralascio di me... Ma, per la madre io tremo:sta in poter di Leonida... Che ascolto?Chi vien? Si schiude il carcere!... Che miro?...O mia sposa...
SCENA SECONDA
Agide, Agiziade.
Agiz. Son teco, Agide amato...
Dalla reggia del padre or mi sottraggo,ove a custodia ei mi tenea. La plebe,del tuo carcer la strada hammi disgombra;
e di vietarmen l’adito i soldati
non ebber core. — Al fin son teco. — Io vengo,sposo, a salvarti, ove salvarti io possa;o a morir teco io vengo.Agide Oh dolce sposa!...Il cor mi squarci... Oh quanto il rivedertimi è gioja,... e pena!... A conservar mia vita,(ch’io ’l potrei, se il volessi, con la mortedi cittadini assai) l’amor tuo verotrarmi or solo potria. Ma, il sai, che amartipiú che la patria mia, donna, nol deggio,e tu stessa nol vuoi. Me dunque lasciamorire; e tu, serbati in vita; i caripegni tu salva, i figli nostri...Agiz. Invanodi Leonida al fero odio sottrargliio tenterei: barbaro padre; appienonella prospera sorte ora il conosco;nell’avversa ingannommi. A me null’armeriman, che il pianto; egli nol cura: i nostrifigli salvar dalla sua rabbia, o il puoteSparta con l’armi, o nulla il può. — Ma padredovresti almen mostrarti; e, pe’ tuoi figli,serbar tua vita...Agide Oh ciel! qual mai mi portiterribil guerra in questo punto estremo?Amo i figli, e tu il sai: ma, non ben certoè il morir loro; e certo fia, che a rividei cittadini scorrerebbe il sangue,s’io di forza mi armassi. E questi, e quelli,son figli miei; ma i cittadini sonodi un giusto re figli primieri. — O donna,meglio di me, se sopravviver m’osi,tu puoi salvarli. Quel sublime, a un tempotenero ardir, con cui seguivi il padre;quello, con cui del mio destin ti eleggi
farti or compagna; quell’ardir sia scorta
a te, per porre i figli nostri in salvo.Per quanto reo Leonida e crudeleesser possa, ei t’è padre: ove i tuoi figlifra tue braccia tu stringa; ove il tuo pettoagli innocenti miseri sia scudo;cuor non avrá di trucidarli. Ah! corri,vola al lor fianco, in lor difesa veglia;per essi vivi, o sol con essi muori;che al viver piú, nulla ti sforza allora.Agiz. Lassa me!... che farò?... S’io te lasciassi,...serbarmi a forza il duro padre in vitavorria;... qual vita! orba di te... Ma, s’ancovivi ei pur lascia i figli nostri,... il tronoa lor fia tolto... Ah! morir teco io voglio...Agide Donna, deh! m’odi, e acquetati... Sarestimadre or men forte, che giá figlia t’eri?L’ira mia non temevi, il dí che il padreseguivi; e i figli, e il tuo consorte amatoper lui lasciavi; or, di quel padre istessotremerai tu, quando pe’ figli il lasci?Fuggir tu puoi con essi: assai grand’armehai contra lui; la tua virtude: hai millemezzi a tentar, pria di morire. Ah sposa!te ne scongiuro, tentali; ripiglial’alto tuo core, e non mi torre il mio,coi non maschi lamenti. Or, deh! vorrestich’io morissi piangendo? ah! no. — Se degnad’Agide sei, non mi sforzare a cosache sia d’Agide indegna.Agiz. E di qual padrefu indegno mai l’amar suoi figli, il porglia se medesmo innanzi?Agide Ai figli innanzila patria va. Sacro il mio sangue ad essaho da gran tempo; ai nostri figli amatitu dei, s’è d’uopo, il tuo donar: ma prova
d’amor ben altro ad essi e a me tu dai,
se a lor ti serbi in vita. Ancor può molto,piú che nol pensi, il pianger tuo: la plebe,se Leonida no, pietade avranne;e senza spander sangue, a lei fia lieveporre in salvo i miei figli. In somma, pensa,che, te viva, non muore Agide intero.In volgar donna ammirerei, qual provad’amore immenso e di valor sublime,il non voler sorvivere al consorte;ma da te spero, e da te chieggio, e il deid’Agide moglie, ad infelice vitatu dei serbarti, intrepida, pe’ figli...Piangendo io ’l chieggo; e ti rimanga in corequesto mio pianto... Ah! per te sola al fine,e pe’ fanciulli nostri, Agide hai vistolagrimar oggi.Agiz. Irrevocabil dunquefia il tuo morir?...Agide La mia innocenza è certa. —Prendi l’ultimo amplesso; e ai cari pegnirecalo, in nome mio. Di’ lor, ch’io moroper la patria; di’ lor, ch’ove al mio seggiopervenissero adulti, altra vendettanon faccian mai della morte del padre,che rinnovar su l’orme sue le leggidel gran Licurgo: e se in ciò pur, com’io,hanno avverso il destin, com’io da forti,nell’alta impresa perdano la vita.Agiz. Parlar non posso... Io... di lasciarti...Agide Un fidoconsiglio avrai, nella mia degna madre;...s’ella pur resta! — Or via; lasciami; vanne.Moglie, regina, madre, cittadina,Spartana sei; tuoi dover tutti adempi.Agiz. Per sempre?... oh ciel!...Agide Deh! cessa.
Agiz. Il piè tremante
mal mi regge...Agide Deh! vieni: uscita appena,troverai scorta, e appoggio.Agiz. Oimè!... Si schiudela ferrea porta...Agide Guardie, a voi la figliadel vostro re consegno.Agiz. Agide... Ah crudi!...Lasciar nol voglio... Agide!... addio...
SCENA TERZA
Agide.
— Me lasso!...
Misero me!... quante mai morti in unaaver degg’io?... Dolor qual mai si agguagliaal duol di padre, e di marito? — O Sparta,quanto mi costi!... Eppur, Leonid’ancoè padre: in cor grato un presagio accolgo,che alla sua figlia ei donerá i miei figli. —Or basta il pianto. — Al mio morir mi appresso:da re innocente, e da Spartano, io deggiomorire... Oh come vien lenta la morte! —Ma un’altra volta, ecco, ch’io strider sentodel mio career la porta?... e raddoppiarsiodo anco gli urli a queste mura intorno?...Che mai sará?... Chi veggio?
SCENA QUARTA
Agesistrata, Agide.
Agide O madre... Oh cielo!...
Agesis. Figlio, mancarti all’ultim’uopo mainon ti potea la madre. Io quí ti arrecolibertá, di noi degna. — In altra guisa
dartela volli; ma quand’era il tempo,
ogni mezzo tu stesso a me n’hai tolto.Agide E che? vuoi tu con le spartane grida?...Agesis. Sparta invan grida. Il traditor tirannosí ben munito ha di soldati il loco,che nulla or ponno i fidi nostri: indarnotentan sforzarli; perditor respintisono, ed inerti, ed avviliti. Innanziio mi spingeva a’ rei soldati in mezzo;fere voci suonavanmi da tergo,per me gridando: «Empj, alla madre arditetor l’accesso?». Mi vide Anfare allora;loco fe darmi, e quí son tratta.Agide Iniquo!Te pur fra lacci ei volle. Ahi madre! a qualerischio inutil per me?...Agesis. Rischio? che parli?Appo il mio figlio, a certa morte io vengo.Vedine, in prova, il don ch’io reco.Agide Un ferro? —Oh madre vera! — Altro desio, che un ferro,per salvar Sparta, e me sottrarre al colpod’infame man, non accogliea nel petto:e tu mel rechi? oh gioja! — Or dammi...Agesis. Scegli:due ferri son; quel che tu lasci, è il mio.Agide Oh cielo!... E vuoi?...Agesis. Donna mi estimi, o madred’Agide, tu? Pochi mi avanzan gli annidi vita: Sparta, che invan salva speri,serva è giá: la tua madre, ov’ella resti,di Leonida è serva. Or parla; io t’odo:osi tu dirmi, che a tai patti io viva?Agide Che posso io dir? son figlio. — O madre, almenosoffri che primo io pera: ancor che serva,Sparta estinta non è; quindi ancor salva,
altri può farla. In libertá il mio sangue
potrá ridurla forse: ma s’io, vile,per non versare il mio, lasciato avessisparger per me dei cittadini il sangue,giá piú Sparta or non fora.Agesis. In te (pur troppo!)Sparta or si estingue. — Ed alla patria, al figliosopravviver vorrá spartana madre? —Figlio, abbracciami.Agide Oh madre!... Anco m’avanzinell’altezza dei sensi. — Or dammi, e prendil’ultimo amplesso. Io lagrimar non osonell’abbracciarti; che il tuo pianto io veggoda viril forza raffrenato starsisopra il tuo ciglio.Agesis. Agide mio,... sei degnodi Sparta in vero;... ed io di te son degna. —Ch’io ancor ti abbracci... Oh! qual fragore?...
SCENA QUINTA
Leonida, Anfare, Soldati col brando ignudo,
Agide, Agesistrata.
Leon. Al fine
vinto abbiam noi.Agesis. Che fia?Agide Deh! non scostartida me.Anfar. Soldati, ucciso Agide sia,pria della madre.Agide Il tuo pugnal nascondi,com’io, per poco; ed aspettiamgli; e taci.
Anfar. Or, chi v’arresta? a che indugiate? A forza
disgiungeteli tosto.Agide In noi por manoqual di voi, qual, si attenterebbe? — Il vedi,re Leonida, il vedi? anco i tuoi stessicompri soldati, instupiditi stannod’Agide a fronte immobili. — Ma, vogliotrarti tosto d’angoscia. A te sol’unacosa richieggo.Leon. E fia?Agide Che intento veglisu la tua figlia, affin che me non segua.Leon. T’ama ella tanto?Agide Piú che non mi abborri. —Ma te pur ama, e ten dié prova; e in somma,tu sei pur padre: i detti ultimi mieifur questi. — Io moro. — Pur... che... a Sparta giovi.Anfar. Un ferro egli ha?Agesis. Due ne recai. — Ti seguo,...o figlio;... e morta... sul tuo... corpo... io cado.Leon. Di maraviglia, e di terror son pieno...Che dirá Sparta?...Anfar. I corpi lor si dennoalla plebe sottrarre...Leon. Ah! mai sottrarli,mai non potrem, dagli occhi nostri, noi.