CXXIII. Le Mosche e l'Api
Epigrammi
D’api un libero sciameIndustrioso e lietoSe ne vivea felice:Stuol di mosche inquieto,A cui la fame — anco l’invidia accrebbe,Un suo moscon per capo eletto s’ebbe;E l’una sì gli dice:— Noi siam pur tante!L’api pochissime.Ciò non ostanteSon potentissime.
Esca abbondante,Securo tetto,Pace e diletto...E che non hannoQuelle iniquissime?E il tutto fannoRette a repubblica.E noi chi siamo?Noi pur vogliamoLibertà pubblica. —Era il mosconeUn vero omone,Saggio, prudente,E dell’api sapiente.Onde a quel dire opponeIl ragionar seguente:— Care mie figlie, è facileIl chiacchierar; ma il fareDà un po’ più da studiare.L’api son insettoni,Aspre di pungiglioni,Che le fan rispettare.Ma noi di tempra gracile,Che faremo in battaglia,Se un soffio ci sparpaglia?Le pure api si pasconoDittamo, erbette e rose:E in noi sempre rinasconoMille voglie golose.La libertà di svolazzar qua e là,Col periglio temprataDi una qualche ceffata,Sia dunque ognor la nostra:Nè questa a noi giammai tolta verrà,Se il senno il ver dimostra. —Così il dotto moscon, lor viste foscheRalluminando, aprìaChe non potrìa — mai farsi un Popol mosche.