Atto secondo
Merope
SCENA PRIMA
Polifonte, Soldati.
Polif. Guardie, inoltrar solo si lasci il reo.
SCENA SECONDA
Polifonte, Egisto.
Polif. Vieni; ti appressa... Oh! giovinetto assai
tu se’, per uomo di corrucci e sangue.Egisto Pur troppo è ver, contaminato io vengodi sangue, e, forse, d’innocente sangue:mira destino! ed innocente anch’io.Polif. Di qual terra se’ tu?Egisto D’Elide.Polif. Il nome?Egisto Egisto.Polif. Il padre?Egisto Oscuro, ma non servo.Polif. A che venivi?Egisto Giovenil talento,vaghezza mi spingea.Polif. Chiaro mi narra,e narra il ver, come tu mai giungessia eccesso tanto. Ove a sperar ti avanzi
piú nulla omai, se ingenuo parli, spera.
Egisto In altra guisa, io nol saprei: menzognadel mio libero stato non è l’arte. —Io m’era al vecchio genitor di furtosottratto incauto; e giá piú mesi attornomen giva errando per cittá diverse,quando oggi al fin quí m’avvíava. Un callestretto e solingo, che ai pedon dá vialungo il Pamíso, con veloci piantevenia calcando, impazíente moltodi porre il piè nella cittá, che mostrami fea da lungi vaga, e in un pomposa,d’alti palagi e di superbe torri.Quand’ecco, a me di contro altr’uom venirne,piú frettoloso assai: son d’uom che fuggei passi suoi; giovin l’aspetto; gli atti,arroganti, assoluti: ei di lontanocon man mi accenna, ch’io gli sgombri il passo.Angustissimo il loco, ad uno appenaadito dá: sul fiume alto scoscendeil mal sentier per una parte; l’altra,irta d’ispidi dumi, assai fa schivod’accostarvisi l’uomo. Il modo spiacquea me, libero nato, uso soltantod’obbedire alle leggi; e a ceder soloai piú vecchi di me: m’inoltro io quindi.Ei, con voce terribile; «Ritratti,o ch’io...» mi grida. Ardo di sdegno allora:«Ritratti tu» gli replico. Giá pressosiam giunti: ei caccia un suo pugnal dal fianco,e su me corre: io non avea pugnale,ma cor; lo aspetto di piè fermo; ei giunge;io sottentro, il ricingo, e in men che il dico,l’atterro: invan dibattesi; il conficcocon mie ginocchia al suol: sua destra afferrocon ambe mani; ei freme indarno, io salda
glie la rattengo, immota. Quando ei troppo
debil si scorge al paragone, a fintamercede viene; io ’l credo, il lascio; ei tostoa tradimento un colpo, qual quí il vedi,mi vibra; i panni squarcia; il colpo striscia:lieve è il dolor, ma troppa è l’ira: io cieco,di man gli strappo il rio pugnal;... trafittonel sangue ei giace.Polif. Assai tu se’ valente,se veritiero sei.Egisto Troppo mi dolse,sfuggito appena il colpo di man m’era.Non uso al sangue, io m’avvilii, temetti;che far, non mi sapea: prima il coltellolanciai nel fiume; indi pensier mi vennepur di lanciarvi il misero; di torreogni indizio cosí, parvemi; e il feci. —Vedi, se avvezzo era a’ delitti; ahi folle!cosí com’era insanguinato, io corsi,senza saper dove mi andassi, al ponte.Ivi da’ tuoi, ch’io non fuggía, fui preso;e quí m’han tratto. — Io nulla tacqui; il giuro.Polif. Simile assai parmi il tuo dire al vero:tu ben mi fai certa pietá; ma il chiedegiustizia pur, ch’abbi tua pena. Io voglio,non a malizia, ascriverti a sventural’aver tu il corpo, semivivo forse,sepolto lá nei vorticosi gorghidi rapid’onda: ma il delitto tuoquindi aggravasti, anco tu stesso il vedi:che s’uom malvagio era colui, qual dici,quali pur troppo attorno van molti altri,torbidi figli di civili risse,meglio era assai per te. Forse a salvartisol basterebbe or dell’ucciso il nome.Egisto Me misero! s’egli è destin ch’io cada
vittima quí d’involontario errore,
che posso io dirti, o re? qual vuoi piú penapronto a soffrir son io. Forte m’incresce;ma piú, se in colpa io mi sentissi. Ignudaparla per me la mia sola innocenza:avi non vanto, oro non ho; sembianteho di malvagio: e il sono, ah! il son, d’avervi,miseri miei genitori cadenti,disobbediti, abbandonati, postiin angoscia mortale; anco anzi tempotratti forse a morire. — Ah! s’ei respiraquel mio buon padre; ei, che null’altro diemmi,che incorrotti costumi; ei, ch’alto esemplodi onesta vita, e vivo specchio m’era;or che dirá in udir, ch’io d’omicidasupplizio ebbi in Messene? Ah! tal pensierom’è piú che morte duro.Polif. Odi: convintodi sparso sangue, il tuo dar tu dovrestiimmantinente, il sai; ma pur, piú mitea te mi fa il tuo dir semplice e franco.Sospender vo’ per or, finch’io piú certi,sí dell’ucciso, che di te, ritraggaindizj e lumi...
SCENA TERZA
Merope, Polifonte, Egisto.
Polif. Merope?... Che fia?
Tu vieni a me? Cagion qual mai?...Mer. La nuova,che or ora udii, mi guida. È ver, che ucciso,fu dianzi un uomo, e che nell’onda ei posciadall’uccisor scagliato?...Polif. È ver, pur troppo:
e l’uccisor n’era costui...
Mer. Che miro?...Questi?... Oh qual strana somiglianza io veggo!Polif. Se del mio regno la quíete internami prema, il sai: pur, se il rimiri o ascolti,quasi innocente il credi.Mer. È ver; l’aspettodi malvagio ei non ha: nobil sembianza...Ma, oimè! di sangue egli è grondante ancora.Egisto Donna, e chi ’l niega? Questo sangue a primatroppo mi danna: ma, se stato io fossidotto in versarlo, anco in mondarmen dottostato sarei: poca onda, e fermo viso,nelle tenebre eterne avrian sepoltoil fallo mio. Ma, credi, assai piú durapena, che il re non mi apparecchia, io provonel mio rimorso. Eppur, ch’altro potea?Sol, peregrino, ignoto, armi omicidenon io perciò meco arrecava: il ferro,che nel giovin superbo in mia difesafui sforzato adoprar, di man gliel trassi...Ah! credi; al sangue non son io cresciuto.Mer. Era l’ucciso un giovinetto?Egisto Ei parim’era d’etá.Mer. Che sento?...Polif. E par, ch’ei fossenon ben dritt’uom, se dice il ver costui.Fuggia correndo per romito calle...Egisto Anzi, or sovviemmi, ch’ei da pria celavacol pallio il volto in parte...Mer. Ei s’ascondeva?...Fuggia?... — Ma tu, nol conoscevi?Egisto Affattostranier quí sono; ed ei (l’ho sempre innante)straniero anco mi parve;... anzi, era, al certo;
ai panni almen, che d’Elide le fogge
mostravan piú che di Messene.Mer. Oh cielo!...d’Elide?...Egisto Sí; pari alle mie; ch’io sonopur d’Elide...Mer. Tu sei?...Polif. Ma, perché tantobramosa tu, sollecita?...Mer. Che parli?...Io sollecita?...Polif. Parmi. — In somma, un vilestranier, cui svena altro straniero oscuro...Mer. Chi sa qual fosse?... È ver... Non è ch’io prendapensier di ciò...Polif. Per me, s’io nol dovessi,tal reo per certo io non udrei. Tu, scevrad’ogni affetto, stupore in ciò non pocomi arrechi: or che ti cale?...Mer. In me,... fu... merabrama d’udire. — Eppur, men caso assai,ch’arte mi par, l’aver cosí dagli occhid’ogni uom tolto quel corpo: e tu sí mitever l’uccisor, che tanto in se securostassi... Non so.Egisto Timor m’indusse a trarrenell’onda il corpo; arte non fu: securoio sto, qual uom conscio a se stesso in core.Piú che nol pensi, addolorato io stava;ma tanto or piú, che te dolente io veggio,dubbia, e tremante per l’ucciso...Mer. Io dubbia?...Io tremante?... Nol son... Ma, gl’infelicipietade han tosto delle altrui sventure.Egisto Dunque di me pietá ti prenda. Io sonomisero assai, piú che l’ucciso; e il merto
meno assai. Temerario, ei fu che volle
senza ragione uccider me. Che valse,ch’io il pur vincessi, se in piú infame guisaio sto per perder la mia vita? E s’anconon mi vien tolta, a cor gentil qual puossidar pena mai, che la vergogna agguagli?Mer. Alto cor tu racchiudi in basso stato:quasi il tuo dir fa forza... Eppur,... se a lucel’ucciso, o il nome almeno...Polif. Or, poiché nuovabrama d’udir tai cose oggi ti prende;poi ch’io mi avveggio, o Merope, che imponefreno al tuo favellar l’aspetto mio,né so perché...Mer. Freno?... Che dici... Io tecoil lascio.Polif. No. Perché da lui piú sappi,se piú v’avesse, io teco il lascio. A fartiarbitra e donna d’ogni cosa, il sai,son presto, e il bramo; il sei tanto piú dunqued’affar sí lieve. A te costui si aspetta;di lui disponi a senno tuo. Sia questol’indizio primo, che da me non sdegniogni mio dono.Mer. E che?...Polif. Di ciò ti prego.Principio fosse al tuo regnar quest’atto!
SCENA QUARTA
Merope, Egisto.
Egisto E men di lui saresti a me pietosa?
Mia giovinezza per me non ti parla?Puro non vedi in sul mio volto il cuore?Non entri a parte del mortale affanno,
in cui miei genitori?... oimè!... Non fosti
madre anche tu? deh! della mia...Mer. Pur troppoio ’l fui,... pur troppo!... ed or, chi sa?... — Respiradunque ancor la tua madre?... E il padre tuod’Elide è pure?Egisto Ei di Messene è figlio.Mer. Di Messene? che ascolto?Egisto Io da bambinodir gliel’udiva.Mer. È Polidoro il nomeforse?...Egisto Cefiso è il nome.Mer. E l’etá?...Egisto Molta.Mer. Oh ciel!... — Ma pure il nome... — E di qual grado,di quai parenti era in Messene? il sai?nobile?...Egisto No: di pochi campi ei donno,cui per diletto coltivar godeacolle robuste libere sue mani,vivea felice, del suo aver contento,colla consorte e i figli.Mer. E di sí dolcevita chi ’l trasse; e perché mai sua stanzacangiava?Egisto Ei spesso a me narrò, che internedissensíon di questo regno a fugal’avean costretto; e che soverchia possad’alto nemico il perseguia. Quí tuttoera torbidi e sangue; onde ei tremanteper la sua prole... Oh quante volte io ’l vidi,ciò rammentando, piangere!Mer. Tu natodunque in Messene sei? Tuo padre secoti trafugava in Elide?
Egisto No: gli altri
miei maggiori fratelli ei seco trasse,cui morte cruda gli furò poi tutti.Io sol bevvi le prime aure di vitain Elide; a lui figlio ultimo nacqui; —misero padre! ed ultimo ti resto:se pur ti resto! — In cor, giá fin dai primigiovenili anni miei, desio m’entravadi Messene veder, quasi mia culla,poiché il padre vi nacque.Mer. Oh ciel! Che parli?... —Giovine egli è, di quella etade appunto...e quel cntegno,... e quei sembianti... Ei pare,eppur non è. — Ma dianzi anco dicevi,che l’ucciso era d’Elide.Egisto Mel parve.Mer. Ei s’ascondeva?Egisto Sí.Mer. Di cor?...Egisto Superbo.Mer. Di vesti?...Egisto Abbiette.Mer. Fuggitivo?...Egisto Ratto,quasi inseguito, e di sospetto pienovenia ver me.Mer. Barbaro, e tu l’hai morto?Egisto Uccider me volea.Mer. Ti disse ei nullamorendo?Egisto Io stetti un cotal po’ sovr’esso,piangendo... Ei fra i singulti era di morte...Mer. Ahi misero!...Egisto Sovviemmi... or... sí;... che avrebbeogni ferocia impietosito; in vocedi pianto, singhiozzando, ei domandava
la madre sua.
Mer. La madre? E tu fellone,perfido, e tu pur l’uccidevi? e il corpone scagliavi nell’onda? Oimè!... Perduto...Egisto Me misero! che feci? Il mio delittote in alcun modo offende? — Or, tu n’avestibalía dal re, di me disponi; e n’abbialta vendetta. — Oh ciel! come poteaoffender io te, Merope, cui semprenel mio cor venerai? — Sapea dal padrele tue dure vicende: al pianger suopiansi piú volte anch’io: la brama ardentedi pur vederti anco pungeami. Spessocol padre antico io porsi per te votial ciel; con man, ch’era innocente allora,spesso per te fiamma di puro incensoarsi davanti ai piccioli miei Lari. —Ed io ti offesi? Ah! mi punisci: il merto,il chieggo, il vo’. — Ma, come mai spettartipotea colui, che a truce aspetto univacor malnato?... Ma forse, ei tal non era:necessitá ’l fea tristo... Oimè! che dissi?Se tu il compiangi, egli è innocente; il tristoio solo il son; deh! fanne in me vendetta.Mer. — Ma, qual parlar! qual piangere!... Che fia?Mal mio grado ei mi tragge a pianger seco. —Di me il tuo padre ti parlava?Egisto Oh quantevolte di te, del tuo trafitto sposo,de’ figli tuoi narrommi!Mer. Oh ciel! de’ figli?...Egisto Sí; dei tre figli tuoi, svenati tuttida rio tiranno, il cui feroce aspettofremer mi fea quí dianzi. Assai piú gratom’è in te il rigor, qual sia, che in lui pietade.Mer. — Piú non reggo al suo dire. Inchino appena
l’alma a pietá, che un dubbio orribil tosto
a furor mi sospinge: appena io lasciotacer pietade, ecco, s’io ’l miro, o l’odo,a lagrimar son risospinta.Egisto In corequale hai battaglia? Infra te stessa parli?Pietá ti fo? che non l’ascolti?Mer. Ahi lassa!che mai farò? — Né condannar ti posso,giovinetto, né assolverti. Rimanientro la reggia intanto: io vo’ fra pocorivederti. Ben pensa; in te ripensaogni piú picciol caso di tua vita:e in un rimembra ogni atto, e motto, e segnodell’ucciso. Tornarti anco in pensierodei del tuo padre ogni piú lieve detto.Ma, sei tu certo che il buon vecchio il nomemai non cangiasse? di’.Egisto Certo ne sono.Io, balbettando, a dir Cefiso appresi. —Quando ei poi mi dicea, che di Messenefuggito s’era, e m’imponea ch’a ogni uomoil tacessi, del nome anco mi avriadetto il ver, se ciò fosse: era ei ben certo,ch’io ’l tacerei pur di mia vita a costo.Ch’egli è Messenio a te svelai; ma nullapoteva io mai nasconderti?Mer. Deh! basta;cessa per ora. — Alle mie stanze è forzach’io mi ritragga a sfogar lungamenteil rattenuto pianto. — A te la reggiasola assegno per carcere. Di nuovoudrotti or ora; e il tutto ridirai:a parte a parte, a tutto appieno, e a lungo,risponderai: ch’io veritier ti trovi...Ma, tu non hai di mentitor l’aspetto.
SCENA QUINTA
Egisto.
... Che mai sará! Dentro il suo cor qual prova
martíro al mio parlare? Or, piú che tigre,mi si avventa adirata: or, piú che madre,dolce mi parla; e tenera e pietosami guarda, e piange. A lei qual può mai dogliaquell’ucciso arrecare? Ov’ella affattoorba madre non fosse, e da gran tempo,parria che a lei svenato avessi un figlio.Ma pur, chi sa?... forse alcun altro avea,che caro l’era: o a’ suoi disegni forsestava aspettando alcuno; e quei... Ma invanoio vò dicendo; io nulla so. — Ben vedi,Egisto; or vedi, se diceati veroil tuo vecchio buon padre: «I grandi mainon abbassarti a invidíar; son essipiú infelici di noi». Vero è, pur troppo:né posso omai del mio destin dolermi,qual ch’io me l’abbia, ove pur tragger veggosí dolorosa vita da tanto altadonna, or deserta. — Ma, giá giá si annotta:poiché l’uscir di quí m’è tolto, il piedenel regal tetto inoltrerò: di questosangue mondarmi voglio. Ah! cosí tormipotessi il fallo mio! — Ma, giusto è il cielo;e tutto sa: puniscami, s’io il merto.