Atto secondo

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Ottavia

SCENA PRIMA

Poppea, Tigellino.

Poppea Comun periglio oggi corriam; noi dunque

oggi cercare, o Tigellin, dobbiamocomun riparo.Tigel. E che? d’Ottavia temi?...Poppea Non la beltá per certo; ognor la miaprevalse agli occhi di Nerone: io temoil finto amor, la finta sua dolcezza;l’arti temo di Seneca, e sue grida;e della plebe gl’impeti; e i rimorsidello stesso Nerone.Tigel. Ei da gran tempot’ama, e tu nol conosci? Il suo rimorsoè il nuocer poco. — Or, credi, a piú compiutavendetta ei tragge Ottavia in Roma. Lasciach’opri in lui quel suo innato rancor cupo,giunto al rio nuzíale odio primiero.Questo è il riparo al comun nostro danno.Poppea Securo stai? non io cosí. — Ma il francotuo parlar mi fa dire. Appien conoscoNerone, in cui nulla il rimorso puote:ma il timor, di’, tutto non puote in lui?Chi nol vide tremar dell’abborritamadre? di me tutto egli ardea; pur farmi

sua sposa mai, finch’ella visse, ardiva?

col sol rigor del taciturno aspettoBurro tremar nol fea? non l’atterrisceperfin talvolta ancor, garrulo, e vuotod’ogni poter, col magistral suo grido,Seneca stesso? Ecco i rimorsi, ond’iocapace il credo. Or, se vi aggiungi gli urli,le minacce di Roma...Tigel. Ottavia trarrepotran piú tosto ove Agrippina, e Burro,e tanti, e tanti, andaro. A voler spentala tua rival, lascia che all’odio anticonuovo timor nel core al sir si aggiunga.Ei non svelommi il suo pensier per anco;ma so, che nulla di Neron l’ingegnomeglio assottiglia, che il timor suo immenso.Roma, Ottavia chiamando, Ottavia uccide.Poppea Sí; ma frattanto un passeggiero lampopuò di favor sforzato ella usurparsi.Ci abborre Ottavia entrambi: a cotant’iraqual ti fai scudo? il voler dubbio e fraledi un tremante signore? A perder noisolo basta un istante; a noi che giova,se cader dobbiam pria, ch’ella poi cada?Tigel. Che un balen di favore a lei lampeggi,nol temer, no: di Neron nostro il coreella trovar non sa. Sua stolta pompad’aspra virtú gli incresce; in lei del pariobbedienza, amor, timor gli spiace;quell’esca stessa, ove ei da noi si piglia,l’abborre in lei. — Ma pur, s’io nulla posso,che far debb’io? favella.Poppea Ogni piú lievecosa esplorar, sagace, e farmen dotta;antivedere; a sdegno aggiunger sdegno;mezzi inventar, mille a Neron proporne,

onde costei si spenga; apporle falli,

ove non n’abbia; quanta è in te destrezza,adoprar tutta; andar, venir, tenerlo,aggirarlo, acciecarlo; e vegliar sempre: —ciò far tu dei.Tigel. Ciò far vogl’io: ma il mezzoottimo a tanto effetto in cor giá fittoNeron si avrá; non dubitar: nell’artedi vendetta è maestro: e, il sai, si sdegnas’altri quant’ei mostra saperne.Poppea All’iratutto il muove, ben so. Meco ei sdegnossidel soverchio amor mio poc’anzi; e ferosignor giá favellava a me dal trono.Tigel. Nol provocare a sdegno mai: tu moltopuoi sul suo cor; ma, piú che amor, può in luiimpeto d’ira, ebrezza di possanza,e fera sete di vendetta. Or vanne:meco in quest’ora ei favellar quí suole:ogni tua cura affida in me.Poppea Ti giuro,se in ciò mi servi, che in favore e in possanullo fia mai ch’appo Neron ti agguagli.

SCENA SECONDA

Tigellino.

Certo, se Ottavia or trionfasse, a noi

verria gran danno; ma, Neron mi affida.Troppo è il suo sdegno; troppa è l’innocenzad’Ottavia; scampo ella non ha. — Grand’arteoggi adoprar con esso emmi pur d’uopo:al suo timor dar nome di consiglioprovido; e fargli, a stima anco dei saggi,parer giustizia ogni piú ria vendetta. —

Signor del mondo, io ti terrò; sol io

terrotti, e intero. Intimorirti a tempoe incoraggirti a tempo, a me s’aspetta.Guai, se vien tolto a te il timor del tutto!Al mal oprar qual piú ti resta impulso;qual freno allora al ben oprar ti resta?

SCENA TERZA

Nerone, Tigellino.

Tigel. Signor, deh, perché dianzi non giungevi?

Udito avresti il singhiozzar di donna,che troppo t’ama. Aspra battaglia han mossonel cor tenero e fido di Poppeadubbio, temenza, amore. Ah! puoi tu tantoaffligger donna, che cosí t’adora?Ner. Cieca ella ognor di gelosia non giusta,veder non vuole il vero. Amo lei sola...Tigel. Gliel dissi io pur; ma chi calmar può megliole fere angosce di timor geloso,che ríamato amante? A lei, deh, celaquella terribil maestá, che in voltoti lampeggia. Acquetare ogni tempestadel suo sbattuto cor, tu il puoi d’un detto,d’un sorriso, d’un guardo. Osai giurarlein nome tuo, che in te pensier non entradi abbandonarla mai; che ad alto fine,bench’io nol sappia, in Roma Ottavia appelli;ma non a danno di Poppea.Ner. Tu il vero,fido interprete mio, per me giurasti.Ciò le giurai pur io; ma sorda stette.Che vaglion detti? Il dí novel che sorge,compiuto forse non sará, che fermofia d’Ottavia il destino, e appien per sempre.

Tigel. E queta io spero ogni altra cosa a un tempo,

ove mostrar pur vogli Ottavia al volgorea, quanto ell’è.Ner. Poich’io l’abborro, è rea,quanto il possa esser mai. Degg’io di proveavvalorare il voler mio?Tigel. Pur troppo.Tener non puoi quest’empia plebe ancorain quel non cal, ch’ella pur merta. Ai roghid’Agrippina, e di Claudio, è ver, si tacque:tacque a quei di Britannico: eppur oggid’Ottavia piange, e mormorar si attenta.Svela i falli d’Ottavia, e ogni uom fia muto.Ner. Mai non l’amai; mi spiacque ognora e increbbe;ella ebbe ardir di piangere il fratello;cieca obbedir la torbida Agrippinala vidi; i suoi scettrati avi nomarmispesso la udii: ben son delitti questi;e bastano. Giá data honne sentenza;ad eseguirla, il suo venir sol manca.Roma saprá, ch’ella cessava: ed eccoqual conto a Roma del mio oprare io debbo.Tigel. Signor, tremar per te mi fai. Bollenteplebe affrontar, savio non è. Se giustamorte puoi darle, or perché vuoi che appajavittima sol di tua assoluta voglia?De’ suoi veri delitti in luce trarreil maggior, non fia ’l meglio? e rea chiarirla,qual ella è pur, mentre innocente tiensi?Ner. Delitti... altri... maggiori?...Tigel. A te narrarliniun uomo ardí: ma, da tacersi sono,or che da te repudíata a dritto,piú consorte non t’è? Stavasi in cortel’indegna ancora; e dividea pur tecotalamo, e soglio; e si usurpava ancora

gli omaggi a donna imperíal dovuti;

quando giá in cor fatta ella s’era vilepiú d’ogni vil rea femmina; quand’eragiá entrato in suo pensiero e il nobil sangue,e il suo onore, e se stessa, e i suoi regj aviprostituire a citarista infame,ch’ella adocchiando andava...Ner. Oh infamia! Oh ardire!...Tigel. Eucero schiavo, a lei piacea; quindi ellacon pace tanta il suo ripudio, il bando,tutto soffriva. Eucero a lei ristorodel perduto Nerone ampio porgea;compagno indivisibile, sollievoera all’esiglio suo;... che dico esiglio?Recesso ameno, la Campania mollenelle lor laide voluttá gli asconde.Tra l’erba e i fior, lá di fresc’onda in riva,stassi ella udendo dalla imbelle destradolcemente arpeggiar soavi notealternate col canto: indi l’altezzagiá non t’invidia del primier suo grado.Ner. Potria smentir di Messalina il sangue,chi d’essa nasce? — Or di’; possibil foraprove adunar di ciò?Tigel. Di sue donzelleconscia è piú d’una; e il deporran, richieste.Detto io mai non l’avrei, se Ottavia maiavuto avesse l’amor tuo. Ma, stolto!che parlo? Ove ciò fosse, ove mertatoella avesse il tuo cor, non che mai fartioltraggio tal, pensato avrialo pure?Ragion di stato, e mal tuo grado, in mogliecostei ti diede. Ella di te non degnaben si conobbe, e quindi il cor suo bassobassamente locò.Ner. Ma oscuro fallo,

temo, che il trarlo a obbrobríosa luce...

Tigel. L’infamia è di chi ’l fece.Ner. È ver...Tigel. Sua tacciaabbia ognun dunque: ella di rea; di giustotu, che senza tuo danno esserlo puoi.Ner. — Ben parli. In ciò, senza indugiar, ti adopra.

SCENA QUARTA

Seneca, Nerone, Tigellino.

Seneca Signor, giá il piè nella regal tua soglia

pone Ottavia: se infausta, o lieta nuovaio ti rechi, non so. Me non precorreinvido niun di tale onore: a tristoaugurio il tengo.Ner. Or, Tigellino, vanne;miei comandi eseguisci: — e tu, ricalcal’orme tue stesse; Ottavia incontra, e dille,ch’io solo quí sola l’aspetto.

SCENA QUINTA

Nerone.

È rea

Ottavia assai; qual dubbio v’ha? sol duolmiche a convincerla primo io non pensai.E fia pur ver, ch’altri ad apprender abbiamezzi a Neron per atterrar nemico? —Ma presso è il giorno, ove, a disfar chi abborro,non fia mestier che dal mio soglio un cenno.

SCENA SESTA

Nerone, Ottavia.

Ottav. Tra ’l fero orror di tenebrosa notte,

cinta d’armate guardie, trar mi veggoin questa reggia stessa, onde, ha due lune,sveller mi vidi a viva forza. Or, licech’io la cagione al mio signor ne chiegga?Ner. — Ad alto fine in marital legamec’ebber congiunti i genitori nostrifin da’ piú teneri anni. Ognora posciadocil non t’ebbi al mio volere in opre,quanto in parole: assai gran tempo io ’l vollisoffrir; piú forse anco il soffria, se madredi regal prole numerosa e bellafossi tu stata almeno; ond’io ne avessiristoro alcun di affanni tanti. Invanoio lo sperai; sterile pianta, il tronoper te d’eredi orbo restava; e toltom’era, per te, di padre il dolce nome. —Ti repudiai perciò.Ottav. Ben festi; ov’altra,troppo piú ch’io nol fui, felice sposafarti di cari e numerosi figlilieto potea, ben festi. Altra che t’amiquant’io, ben so, non la trovasti ancora,né troverai. Ma che? mi opposi io forseai voler tuoi? Nel rimirarti in bracciod’altra, ne piansi; e piango. Altro che pianto,e riverenza, e silenzio, e sospiri,forse da me s’udia giammai?Ner. Dolcezzahai su le labra molta; in cor non tanta.Traluce ai detti il fiel: tu mal nascondil’ira che in sen contro Poppea nudrisci;

e celasti assai meno altre superbe

tue ricordanze di non veri dritti.Ottav. Deh! scordarti tu al par di me potessiquesti miei dritti, veraci pur troppo,poi ch’io ne traggo sí veraci danni!...D’odio e furor lampeggiano i tuoi sguardi?Ah! ben vegg’io, (me misera!) che abborrime piú assai, che marito odiar non possasteril consorte. Oh me infelice donna!Piú ognor ti offesi quant’io piú ti amai.Ma, che ti chiesi? e che ti chieggo? oscurasolinga vita, e libertá del pianto.Ner. Ed io, pur certo che d’oscura vitati appagheresti meglio, a te prescrittal’avea; ma poi...Ottav. Ma poi, pentito n’eri:e ch’io non fossi abbastanza infelice,nascea rimorso in te. De’ tuoi novellilegami aver me testimon volevi:quí di tua sposa mi volevi ancella;favola al mondo, e di tua corte schernofarmi volevi. Eccomi dunque ai cennidel mio signor: che degg’io fare? imponi. —Ma in tua corte neppur misera appienofarmi tu puoi, se col mio mal ti appago.Or, di’: sei lieto tu? placida calmaregna in tuo core? ad altra sposa al fianco,securo godi que’ tranquilli sonni,che togli altrui? Quella Poppea, che orbatad’un fratello non hai, piú ch’io nol fea,ti fa beato?Ner. — In quanto pregio debbail cor tenersi del signor del mondo,mai noi sapesti; e il sa Poppea.Ottav. Poppeaprezzar sa il trono, a cui non nacque: io seppiapprezzar te: né al paragon si attenti

meco venirne ella in amarti. Ottiene

ella il tuo cor; ma il merto io sola.Ner. Amarmi,no, tu non puoi.Ottav. Ch’io nol dovrei, di’ meglio:ma dal tuo cor non giudicar del mio.So, che fuor me ne serra eternamenteil sangue, ond’esco; e so, che in me tua immago,contaminata del sangue de’ miei,loco trovar mai non dovria: ma forzadi fato è questa. — Or, se il fratello, il padre,da te svenati io non rimembro, ardiscitu a delitto il fratello e il padre appormi?Ner. A delitto ti appongo Eucero vile...Ottav. Eucero! a me?...Ner. Sí; l’amator, che merti.Ottav. Ahi giusto ciel! tu l’odi?...Ner. Havvi chi t’osarea tacciar d’impudico amor servile:or, per ciò solo io ti ritraggo in Roma.O a smentirlo, o a riceverne la pena,a qual piú vuoi, ti appresta.Ottav. Oh non piú intesascelleraggine orrenda! Ov’è l’iniquoaccusator?... Ma, oimè! stolta, che chieggo? —Nerone accusa, e giudica, ed uccide.Ner. Or vedi amore! odi il velen, se tuttodal petto al fin non ti trabocca; or, ch’iole tue arcane laidezze in parte scopro.Ottav. Misera me!... Che piú mi avanza? In bandodal talamo, dal trono, dalla reggia,dalla patria; non basta?... Oh cielo! interamia fama sola rimaneami; solami ristorava d’ogni tolto bene:sí preziosa dote erami indarnoda colei, che in non cal tenne la sua,invidíata: ed or mi si vuol torre,

pria della vita? Or via; Neron, che tardi?

Pace, il sai, (se pur pace esser può teco)aver non puoi, finch’io respiro: i mezzidi trucidar debole donna inermemancar ti ponno? Entro i recessi cupidi questa reggia, atro funesto albergodi fraude e morte, a tuo piacer mi traggi;e mi vi fa svenare. Anzi, tu stessopuoi di tua man svenarmivi: mia morte,non che giovarti, è necessaria omai.Del sol morir dunque ti appaga. Ogni altrastrage de’ miei ti perdonai giá pria;me stessa or ti perdono; uccidi, regna,e uccidi ancor: tutte le vie del sanguetu sai; giá in colorar le tue vendetteRoma è dotta; che temi? in me dei Claudjmuore ogni avanzo; ogni memoria e amoreche aver ne possa la plebe. I Numison usi al fumo giá dei sanguinosiincensi tuoi: stan d’ogni strage appesii voti ai templi giá; trofei, trionfison le private uccisioni. — Or dunquemorte a placarti basti: or macchia infameperché mi apporre, ov’io morte sol chieggo?Ner. — In tua difesa intero a te concedoquesto nascente dí. Se rea non sei,gioja ne avrò. — Non l’odio mio, ma temiil tuo fallir, che di gran lunga il passa.

SCENA SETTIMA

Ottavia.

Misera me!... Crudo Neron, pasciuto

di sangue ognor, di sangue ognor digiuno!