CXLIII. Capitolo ad Andrea Chénier
Rime varie
Ecco alfin giunta quella tanto attesaDolce epistola tua, Chénier diletto,
Ch’io avrei bramata un pocolin piú estesa.Ma la tua pigrizietta in blando aspettoSí ben sapesti appresentar, ch’io credoNon fosse il tacer tuo di amor difetto.Io, che pure in pigrizia a nullo cedo,Vo’ non solo risponderti, ma in versiE magri assai, per quanto io già mi avvedo.Ma perché appunto io so che gli alti e tersiPiacciono a te, che bevitor del fonteCarmi scrivi di mèle attico aspersi;Voglio or perciò queste rimacce impronteFarti ingoiare in pena del silenzio,Cui giusto è pur che in modo alcun tu sconte.Odo che amara è a te piú che l’assenzioCodesta Londra, ove stranier ti trovi:Ed è vero il supplizio di MezenzioLo star fra gente, ove nessun ti gioviCo’ bei legami d’amistà giuliva.Ah! ben tu osservi che di ferro ha i chioviNecessitade, inesorabil Diva;Solo Nume a cui cede anco il tiranno,
Quand’ella a farsi gigantesca arriva.Di quant’io dico un bell’esempio or dannoQuesti tuoi Galli a libertà vicini,Perché forse il servir logorat’hanno.Qui non s’ode altro piú, grandi e piccini,Uomini e donne, militari e abati,Tutti soloneggiando i PariginiNon s’ode altro gridar che «Stati Stati»:Onde, se avran gli Stati e mente e lena,Cesserà, pure, il regno dei soldati.La trista gente onde ogni Corte è piena,Mormora pure; e fra se stessa speraChe risaldar potrassi la catena.Quel che avverrà nol so: ma trista seraGiunger non puovvi omai, che vie men tristaDella notte non sia che in Francia v’era.Io frattanto, cui l’alma non contristaNé stolta ambizïon né avara sete,Traggo mia vita dolcemente mista
Di gloria e amor presso alle luci lieteDella mia Donna, a cui tu pure hai scritto;E imparo che l’allòr punge a chi ’l miete:Ma instancabile sto, tenace, invittoNel sublime proposto; e giorno e notteLimo, cangio, e riscrivo il già riscritto;Perch’alle mie tragedie non si annotte,Quand’io poi muto giacerommi in tomba,Come accader suol delle carte indòtte.E’ ci vuol molto a far suonar la trombaDella ciarliera che appelliam poi Fama,Se de’ secoli a lei l’eco rimbomba.Pur può in me tanto questa eterna brama,Ch’io sopporto per essa anco i tormentiDel duol che a torto morte non si chiama;Cioè, del rivedere i mancamentiDe’ correttori e stampatori e proti,L’un piú dell’altro stolti e disattenti:Quind’io tra punti e côme ed effi e iotiVo consumando i giorni e mesi ed anni,Perch’a intender pur m’abbian gl’idïoti. —Ma tu che fai tra i liberi Britanni,La cui pur mesta taciturna facciaDelle dense lor nebbie addoppia i danni?Non v’è fra i dotti lor uom che ti piaccia?Ciò avvien, perché da quelli è d’uopo a stentoUncinar la risposta che t’agghiaccia.
Si apparecchia costà, per quel ch’io sentoPel risanito Re pomposa festa:Ben di letizia è ricco l’argomento.Maraviglia davver fu espressa questa(Tale ai saggi almen par), non ch’ei trovasseMa ch’ei smarrir potesse un Re la testa.Se ne rallegri or dunque Londra, e passeIl bel nuovo miracolo ai futuri,Per tornagusto a quei ch’un Re noiasse.Tu scaccia intanto i pensamenti oscuri;E allo scriver sol pensa, a scriver nato;Ché non è cosa al mondo altra che duri.Amami; e riedi ove ognor sei bramato.