Satira quarta. La sesqui-plebe

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Satire

Avvocati, e Mercanti, e Scribi, e tuttiVoi, che appellarvi osate il Ceto-medio,Proverò siete il Ceto de’ più Brutti.Nè con lunghe parole accrescer tedioAl buon Lettor per dimostrarlo è d’uopo;Che in sì schifoso tema anch’io mi tedio. —È ver, che molti prima e alquanti dopoDi voi nel gregge socïal si stanno:Ma definisco io l’uom dal di lui scopo.Certo è, che il vostro è di camparvi l’anno,E d’impinguarvi inoltre a più non posso,Di chi v’è innanzi e di chi dietro a danno.Il Contadin, che d’ogni Stato è l’osso,Con la innocente industre man si adopraIn lavori che il volto non fan rosso.Il Grande e il Ricco, la cui man null’opra,Spende il suo; quindi agli altri egli non nuoce,Ed è men sozzo perch’ei già sta sopra.Ma voi, cui l’esser poveri pur cuoce,E l’aratro sdegnate, o ch’ei vi sdegna,Bandita avete in su l’altrui la croce.Onde voi primi alta ragion m’insegnaCh’esser dobbiate infra le classi umane,Qualor sen fa patibolar rassegna.

Le cittadine infamie e le villaneVeggo in voi germoglianti in fido innesto,E in un de’ Grandi le rie voglie insane.De’ ceti tutti i vizj tutti; è questoIl patrimonio eccelso di vostr’arte;Ma non di alcun de’ ceti aver l’onesto.D’ogni città voi la più prava parte,Rei disertor delle paterne glebe:Vi appello io dunque in mie veraci carteNon Medio Ceto, no, ma Sesqui-plebe.