Atto quinto

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Sofonisba

SCENA PRIMA

Scipione, Centurioni.

Scip. Giá tutto io so. Nella imminente notte,

ciascun di voi delle romane tendea guardia vegli: ma comando espressovi do, che ostacol nullo, insulto nullonon si faccia ai Numídi. Itene; e quetapassi ogni cosa.

SCENA SECONDA

Scipione.

O Massinissa ingrato,

il tuo furor contro al mio solo pettosfogar dovrassi; o in me, qual onda a scoglio,infranger si dovrá. — Ma il passo incerto,ecco, ei ver me turbato porta: ei forsesa il destin di Siface... Oh qual mi prendepietá di lui! — Deh! vieni a me; deh! vieni...

SCENA TERZA

Scipione, Massinissa, Soldato Numida in disparte.

Massin. Quí mi attendi, o Guludda. — A questo incontro

non era io presto.Scip. E che? sfuggir mi vuoi?

Io son pur sempre il tuo Scipione: indarno

cerchi or te stesso altrove; io sol ti possorendere a te.Massin. Fuor di me stesso io m’era,certo, in quel dí, che di mia vita e onoretraffico infame, onde acquistar catene,io fea con voi. Ma, la dovuta ammendafaronne io forse; e fia sublime. Alloravedrai, che appien tornato in me son io.Scip. Giá tel dissi; svenarmi, o Massinissa,anco tu puoi: ma, fin ch’io spiro, è forzache tu mi ascolti.Massin. A ciò mi manca or tempo...Scip. Breve or tempo hai da ciò. — Ma omai, che speri?Ogni tua trama è a me palese: stannofurtivamente in armi entro lor tendei tuoi Numídi; impreso hai di sottrarreSiface, e in un...Massin. Se tanto sai; se l’artid’indagator tiranno a tanto hai spinte,ch’anco fra’ miei chi mi tradisca hai compro;a compier l’opra anche la forza aggiungi,poiché piú armati hai tu. Presto me vedia morir, sempre; a mi cangiar, non mai.Scip. Scipion tu oltraggi; ei tel perdona. Ah! tecospada adoprar null’altra io vo’, che il vero;e col ver vincerotti. La tua stessaSofonisba, che t’ama, (il crederesti?)ella stessa svelare a me tue trameappieno or dianzi fea...Massin. Che ascolto? oh cielo!...Scip. Sí, Massinissa; io te lo giuro. Or dianzi,per espresso comando di Siface,fu dal suo padiglione ella respinta;quindi e rabbia e dolore a tal l’han tratta,ch’ogni disegno tuo scoprir mi fea. —

Ma invano io ’l seppi: in tuo poter tuttora

sta, se il vuoi, di rapirla. Abbiati puresuo difensor Cartagine; nol vieto:avronne io ’l danno; io, che l’amico e insiemela fama perderò. Ma, il ciel, deh! voglia,che a te maggior poscia non tocchi il danno!Massin. E Sofonisba istessa,... a favor tuo...vuol contra me?... Creder nol posso. Or donde?...Scip. Ella, maggior del suo destino assai,prova d’amor darti or ben altra intende.Necessitá fa forza anco ai piú prodi:al suo gran cor sprone si aggiunge il forteultimo esempio di Siface.Massin. Or qualiambigui detti?... Di qual prova parli?Qual di Siface esemplo?...Scip. E che? nol sai?Giunto è Siface entro sua tenda appena,qual folgor ratto ecco ei si avventa al brandodel centurion, che a guardia stavvi; in terral’elsa ei ne pianta, ed a furor sovr’essosi precipita tutto...Massin. Oh, mille voltefelice lui! dalla esecrabil Romacosí sottratto...Scip. Spirando, egli impone,ch’ivi l’ingresso a Sofonisba a forzavietato venga.Massin. Ed ella?... Ahi! ch’io ben veggodel di lei stato appien l’orror... Ma troppodal destin di Siface è lunge il mio.Vinto ei da te, di propria man si svena:io, non vinto per anco, esser vo’ spentoda un roman brando, ma col brando in pugno.Scip. Ah! no; perir tu al par di lor non dei.Piú che il morire, assai di te piú degno,

sublime sforzo ora il tuo viver fia.

Massin. Viver senz’essa?... Ah! non son io da tanto...Ma, ch’io salvarla in nessun modo?... Io vogliovederla ancor, sola una volta.Scip. Ah! certo,gli alti tuoi sensi a ridestarti in petto,piú ch’io non vaglio, il suo parlar varratti. —Eccola; starsi alla mia tenda appressovuol ella omai; d’Affrica intera agli occhi,di Roma agli occhi, ogni dover suo crudoella compier disegna. Odila; secoScipion ti lascia: in ambo voi si affidail tuo Scipion; ch’esser di lei men grande,tu nol potresti.

SCENA QUARTA

Sofonisba, Scipione, Massinissa.

Sofon. Ah! ferma il piede. Io vengo

a te, Scipione; e tu da me ti togli?Scip. Sacro dover vuol che pomposo rogoal morto re si appresti...Sofon. Almen, quí tostoriedi; ten prego. Mia perpetua stanzafia questa omai: quí d’aspettarti io giuro.

SCENA QUINTA

Sofonisba, Massinissa.

Massin. Perfida! ed anco all’inumano orgoglio

il tradimento aggiungi?Sofon. Il tradimento?Massin. Il tradimento, sí: mentr’io mi apprestoa voi salvare, a morir io per voi,a Scipio sveli il mio pensier tu stessa?

Sofon. — Siface seco non mi volle estinta.

Massin. Meco salva ei ti volle.Sofon. Ei giá riebbesua libertá; quella ch’io cerco, e avrommi. —Teco sottrarmi dal romano campo,nol poss’io, se non perdo appien mia fama.Di vero amor troppo mi amasti e m’ami,per salvarmi a tal costo: io, degna tropposon del tuo amor, per consentirtel mai.Null’altro io dunque, in rivelar tue mire,ho tolto a te, che la funesta possadi tradir la mia fama e l’onor tuo.Massin. Nulla mi hai tolto; assai t’inganni: ancoratutto imprender poss’io: rivi di sanguescorrer farò: versare il mio vo’ tutto,pria che schiava lasciarti...Sofon. E son io schiava?Tal mi reputi or tu?Massin. Di Roma in manoti stai...Sofon. Di Roma? Io di me stessa in manoper anco stommi: o in mano tua, se in coreregal pietá per me tu ancor rinserri.Massin. Inorridir mi fai... Sovra il tuo aspetto,di risoluta morte alta forieraveggo, una orribil securtá... Ma, trarti...Sofon. Tutto fia vano: al mio voler, che figlioè del dovere in me, forza non havviche a resistere vaglia. È la mia mortenecessaria, immutabile, vicina;e fia libera, spero; ancor che inermeio sia del tutto; ancor ch’io, stolta, in Cirtal’amico sol dei vinti re lasciassi,il mio fido veleno; ancor che un sacrosolenne giuro di sottrarmi a Romadal labro udissi del mio stesso amante;...

giuro, cui sparso ha tosto all’aure il vento.

Fra quest’aquile altere ancor regina,figlia ancora d’Asdrubale, securain me medesma io quí non meno stommi,che se in Cartago, o se in mia reggia io stessi. —Ma, tu non parli?... disperati sguardipregni di pianto affiggi al suolo?... Ah! credi,che il mio dolor si agguaglia al tuo...Massin. Diverson’è assai l’effetto: io, di coraggio privo,men che donna rimango; e tu...Sofon. Diversolo stato nostro è assai: ma, non l’è il core...Credilo a me: bench’io non pianga, io sentostrapparmi il cor: donna son io; né pompad’alma viril fo teco: ma non restapartito a me nessuno, altro che morte.S’io men ti amassi, entro a Cartagin forseti avria seguito, e di mia fama a costoavrei coll’armi tue vendetta brevedi Roma avuta: ma per me non volliporti a inutile rischio. È omai maturoil cader di Cartagine: discordecittá corrotta, ah! mal resister puotea Roma intera ed una. Avrei pur troppigiorni vissuto, se la patria miastrugger vedessi; e te con essa andarne,per mia cagione, in precipizio. A Romafido serbarti, e al gran Scipion (qual dei)amico grato; in gran possanza alzarti;a tua vera virtú dar largo il campo;ciò tutto or puote, e sol mia morte il puote.Piú che il mio ben, mi sforza il tuo...Massin. Mi credidunque sí vil, ch’io a te sorviver osi?Sofon. Maggior di me ti voglio: esserlo quindi

tu dei, col sopravvivermi: ed in nome

della tua fama, a te il comando io prima.Vergogna or fora a te il morir; che solovi ti trarrebbe amore: a me vergognail viver fora, a cui potria sforzarmeil solo amore. È necessario, il sai,il mio morire: a me il giurasti; e ancorasariami grato di tua man tal dono:ma non puoi tormel tu, per quanto il nieghi.In questo luogo, al campo in faccia, in mutoimmobil atto, ancor tre giorni interich’io aggiunga a questo, in cui né d’acqua un sorsolibai, vittoria a me daran di Roma.Vedi s’è in te pietá, cosí lasciarmia morte lunga, allor che breve e degnagiurasti procacciarmela... Ahi me stolta!che in te solo affidandomi, quí venni...Massin. Tu dunque hai fermo il morir nostro...Sofon. Il mio.Se insano tu, contro a mia voglia espressa,l’arme in te volgi; odi or minaccia fera,e l’affronta, se ardisci; io viva in Romatrarre mi lascio, e di mia infamia a parteil tuo nome porrò... Deh! pria che riedaa noi Scipione, in libertade appienotornami or tu; se non sei tu spergiuro.Massin. Che chiedi?... oh ciel! Del brando mio non possoarmar tua mano... Incerto il colpo...Sofon. Il brandovuol mano, è ver, usa a trattarlo. Un nappodi velen ratto al femminil mio ardiremeglio confassi. Il tuo fedel Guluddavegg’io non lungi; ei per te stesso il recasempre con se: chiamalo; il voglio.Massin. — Oh giorno! —Guludda, a me quel nappo. — Or va, mi aspetta

alle mie tende. — È questo dunque, è questo

il don primier, l’ultimo pegno a un tempodell’immenso mio amor, che a viva forzatu vuoi da me?... Pur troppo (io ’l veggo) in vitatu non rimani, a nessun patto; e a lungamorte stentata lasciarti non posso. —Non piangerò,... poiché non piangi: a ciglioasciutto, a te la feral tazza io stesso,ecco, appresento... A patto sol, che in fondomia parte io n’abbia...Sofon. E tu l’avrai, qual merti.Or dell’alto amor mio sei degno al fine.Donami dunque il nappo.Massin. Oh ciel! mi tremala mano, il core...Sofon. A che indugiare? è forza,pria che giunga Scipione...Massin. Eccoti il nappo.Ahi! che feci? me misero!...Sofon. Consuntoho il licor tutto: e giá Scipion quí riede.Massin. Cosi m’inganni? Un brando ancor mi avanza;e seguirotti.

SCENA SESTA

Scipione, Massinissa, Sofonisba.

Scip. Ah! no; fin ch’io respiro...

Massin. Ahi traditor! dentro al tuo petto io dunquedella uccisa mia donna avrò vendetta.

Scip. Eccoti inerme il petto mio: la destra

sprigionerotti, affin che me tu sveni;ad altro, invan lo speri.Sofon. O Massinissa,ti abborrisco se omai...Scip. Me sol, me solouccider puoi; ma fin ch’io vivo, il ferronon torcerai nel petto tuo.Massin. — Rientroal fine in me. — Scipion, tutto mi hai tolto;perfin l’altezza de’ miei sensi.Sofon. Ingrato!...Puoi tu offender Scipione? Ei mi concede,come a Siface giá, libera morte;mentre forse ei vietarcela potea:a viva forza ei ti sottragge all’ontadi morte imbelle obbrobríosa: e ardisci,ingrato ahi! tu, Scipio insultar? Deh! cedi,cedi a Scipion; fratello, amico, padreegli è per te.Massin. Lasciami omai: tu invanoil furor mio rattieni. Morte,... morte...io pur...Sofon. Deh! Scipio... ah! nol lasciare: altrovefuor della vista mia traggilo a forza.Ei nato è grande, e il tuo sublime esemploil tornerá pur grande: a Roma, al mondosua debolezza ascondi... Io... giá... mi sentogelar le vene,... intorpidir la lingua. —A lui non do,... per non strappargli il core,...l’estremo addio. — Deh! va: fuor lo strascína...ten prego;... e me... lascia or morir,... qual debbed’Asdrubal figlia,... entro al... romano campo.Massin. Ah!... Dalla rabbia,... dal dolor... mi è tolta...ogni mia possa... Io... respirare... appena,...non che... ferir...

Scip. Vieni: amichevol forza

usarti vo’: non vo’ lasciarti io mai...né mai di vita il tuo dolor trarratti,se il tuo Scipione teco ei non uccide.