Inferno — Canto IX

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Quel color, che viltà di fuor mi pinse,2Vedendo il Duca mio tornar in volta,3Più tosto d'entro il suo nuovo ristrinse.4Attento si fermò com'uom, ch’ascolta:5Chè l'occhio nol potea menare a lunga6Per l'aere nero, e per la nebbia folta.7Pure a noi converrà vincer la punga,8Cominciò el: Se non.., tal ne sofferse...9Oh quanto tarda a me, ch'altri qui giunga!10Io vidi ben, sì com'ei ricoperse11Lo cominciar con l'altro, che poi venne,12Che fur parole alle prime diverse.13Ma non di men paura il suo dir dienne:14Perch'io traeva la parola tronca,15Forse a piggior sentenzia, ch'e' non tenne.16In questo fondo della trista conca17Discende mai alcun del primo grado,18Ch'à sol per pena la speranza cionca?

19Questa question fec’io; e quei: Di rado20Incontra, mi rispuose, che di nui21Faccia il cammin alcun, per qual io vado.22Ver è, ch’altra fiata qui giù fui23Congiurato da quell’Eriton cruda,24Che richiamava l’ombre ai corpi sui.25Di poco era di me la carne nuda,26Ch’ella mi fece entrar dentro a quel muro,27Per trarne un spirto del cerchio di Giuda.28Quell’è il più basso loco e il più oscuro,29E il più lontan dal Ciel che tutto gira:30Ben so il cammin; però ti fa sicuro.31Questa palude, che il gran puzzo spira,32Cinge d’intorno la città dolente,33U’ non potemo entrare omai sanz’ira.34Et altro disse; ma non l’ò a mente:35Perocchè l’occhio m’avea tutto tratto36Ver l’alta torre alla cima rovente,37Dove in un punto furon dritte ratto38Tre furie infernal di sangue tinte,39Che membra feminili aveano et atto,40E con idre verdissime eran cinte:41Serpentelli e ceraste avean per crine,42Onde le fiere tempie eran avvinte.43E quei, che ben conobbe le meschine44Della reina dello eterno pianto,45Guarda, mi disse, le feroci Erine.

46Quell’è Megera dal sinistro canto:47Quella, che piange dal destro, è Aletto:48Tesifone è nel mezzo; e tacque a tanto.49Con l’unghie si fendea ciascuna il petto:50Batteansi a palme e gridavan sì alto,51Ch’io mi strinsi al Poeta per sospetto.52Vegna Medusa: sì il farem di smalto,53Dicevan tutte, riguardando in giuso:54Mal non vengiammo in Teseo l’assalto.55Volgiti in dietro, e tien lo viso chiuso:56Chè se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi,57Nulla sarebbe di tornar mai suso.58Così disse il Maestro; et elli stessi59Mi volse, e non si tenne alle mie mani,60Che con le sue ancor non mi chiudessi.61O voi, che avete l’intelletti sani,62Mirate la dottrina, che s’asconde63Sotto il velame delli versi strani.64E già venia su per le torbide onde65Un fracasso d’un suon pien di spavento,66Per cui tremavan amendue le sponde.67Non altrimenti fatto che d’un vento68Impetuoso per li avversi ardori,69Che fier la selva, e sanza alcun rattento70Li rami schianta, abbatte fronde e fiori,71Dinanzi polveroso va superbo,72E fa fuggir le fiere e li pastori.

73Li occhi mi sciolse, e disse: Drizza il nerbo74Del viso su per quella schiuma antica75Per indi, ove quel fummo è più acerbo.76Come le rane innanzi alla nimica77Biscia per l’acqua si dileguan tutte,78 Fin ch'a la terra ciascuna s’abbica;79Vidi più di mille anime destrutte80Fuggir così dinanzi ad un, ch’al passo81Passava Stige con le piante asciutte.82Dal volto rimovea quell’aer grasso,83Menando la sinistra inanzi spesso,84E sol di quella angoscia parea lasso.85Ben m’accors’io, ch’elli era dal Ciel messo,86E volsimi al Maestro; et el fe segno87Ch’io stesse cheto et inchinassi ad esso.88Ahi quanto mi parea pien di disdegno!89Venne alla porta, e con una verghetta90L’aperse, che non ebbe alcun ritegno.91O cacciati del Ciel, gente dispetta,92Cominciò elli in su l’orribil soglia,93Ond’esta oltracutanza in voi s’alletta?94Perchè ricalcitrate a quella voglia,95A cui non puote il fin mai esser mozzo,96E che più volte v’à cresciuto doglia?97Che giova nelle fata dar di cozzo?98Cerbero vostro, se ben vi ricorda,99Ne porta ancor pelato il mento e il gozzo.

100Poi si rivolse per la strada lorda,101E non fe motto a noi; ma fe sembiante102D’uomo, cui altra cura stringa e morda,103Che quella di colui che li è davante.104E noi movemmo i piedi in ver la terra,105Sicuri appresso le parole sante.106Dentro v’entramo sanza alcuna guerra;107Et io ch’avea di riguardar disio108La condizion, che tal fortezza serra,109Com'io fui dentro, l’occhio intorno invio,110E veggio ad ogni man grande campagna111Piena di duolo e di tormento rio.112Sì come ad Arli, ove il Rodano stagna,113Sì come a Pola appresso del Carnaro,114Che Italia chiude e i suoi termini bagna,115Fanno i sepolcri tutti il lito varo;116Così facevan quivi d’ogni parte,117Salvo che il modo v'era più amaro.118Chè tra li avelli fiamme erano sparte,119Per le quali eran sì del tutto accesi,120Che ferro più non chiede verun'arte.121Tutti li lor coperchi eran sospesi,122E fuor ne uscian sì duri lamenti,123Che ben parean di miseri e d’offesi.124Et io: Maestro, quai son quelle genti,125Che sepellite dentro da quest’arche126Si fan sentir con li sospir dolenti?127Et elli a me: Qui son li eresiarche128Coi lor seguaci d’ogni setta, e molto129Più, che non credi, son le tombe carche.

130Simile qui con simile è sepolto,131E i monimenti son più e men caldi.132E poi che a la man destra si fu volto,133 Passammo tra’ martìri e li alti spaldi.