Paradiso — Canto III

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Quel Sol, che pria d’amor mi scaldò ’l petto,Di bella verità m’avea iscoverto,Provando e riprovando, il dolce aspetto.4Et io, per confessar corretto e certoMe stesso, tanto quanto si convenne,Levai ’l capo a proferir più erto.7Ma visione apparve che ritenneA sè me tanto stretto per vedersi,Che di mia confession non mi sovvenne.10Quali per vetri trasparenti e tersi,O ver per acque nitide e tranquilleNon sì profonde che i fondi sian persi,13Tornan dei nostri visi le postilleDebili sì, che perla in bianca fronteNon vien men forte alle nostre pupille;16Tali vidd’ io più facce a parlar pronte,Perch’ io dentro all’ error contrario corsiA quel che accese amor tra l’ omo e ’l fonte.19Sì subito com’ io di lor m’ accorsi,Quelle stimando specchiati sembianti,Per veder di cui fosser, li occhi torsi.

22E nulla viddi e ritorsili avantiDritti nel lume della dolce guida,Che sorridendo ardea nelli occhi santi.25Non ti meravigliar perch’ io sorrida,Mi disse, appreso il tuo pueril quoto.Che sopra ’l ver lo piè ancor non fida;28Ma te rivolve come suole a voto.Vere sustanzie son ciò che tu vediQui relegate per manco di voto.31Però parla con esse, et odi e crediChe la verace luce che li appagaDa sè non lassa lor torcer li piedi.34Et io all’ ombra, che parea più vagaDi ragionar, drizza’mi e cominciai,Quasi com’ om cui troppa vollia smaga:37O ben creato spirito, ch’ ai raiDi vita eterna la dolcezza senti,Che non gustata non s’ intende mai,40Grazioso mi fia se mi contentiDel nome tuo e della vostra sorte;Ond’ ella pronta e con occhi ridenti:43La nostra carità non serra porteAd iusto prego, se non come quellaChe vuol simile a sè tutta sua corte.46Io fui al mondo vergine sorella,E se la mente tua ben si riguarda,Non mi ti celerà l’ esser più bella;

49Ma ricognoscerai ch’ io son Piccarda,Che, posta qui con questi altri beati,Beata sono nella spera più tarda.52Li nostri affetti, che solo infiammatiSon nel piacer dello Spirito Santo,Letizian del suo ordine formati.55E questa sorte che par giù cotanto,Però n’ è data perchè fuor neglettiLi nostri voti, e voiti in alcun canto.58Ond’io a lei: Ne’ mirabili aspettiVostri risplende non so che divino,Che vi trasmuta dai primi concetti.61Però non fui a rimembrar festino;Ma or m’ aiuta ciò che tu mi dici,Sì che raffigurar m’ è più latino.64Ma dimmi: Voi, che siete qui felici,Desiderate voi più alto loco,Per più vedere o per più farvi amici?67Con quelle altre ombre pria sorrise un poco,Da indi mi rispuose tanto lieta,Ch’ arder parea d’ amor nel primo foco:70Frate, la nostra voluntà quietaVirtù di carità, che fa volerneSol quel ch’ avemo e d’ altro non ci asseta.73Se desiassemo esser più superne,Foran discordi li nostri disiriDal voler di Colui che qui ne cerne.

76Che vedrai non capere in questi giri,S’ esser in carità è qui necesse,E se la sua natura ben rimiri;79Anti è formale ad esto beato esseTenersi dentro alla divina vollia,Per che una fansi nostre vollie stesse.82Sì che come noi siam di sollia in solliaIn questo regno, a tutto ’l regno piace,Come a lo Re ch’ al suo voler n’ envollia.85E la sua voluntà è nostra pace:Ell’ è quel mare al qual tutto si muoveCiò ch’ ella crea, o che natura face.88Chiaro mi fu allor com’ ogni doveIn Cielo è paradiso, e sì la graziaDel Sommo Ben d’ un modo non vi piove.91Ma sì come elli avvien s’ un cibo sazia,E de l’ altro rimane ancor la gola,Che quel si chiere, e di quel si ringrazia;94Così fec’ io con atto e con parola,Per apprender di lei qual fu la tela,Unde non trasse infin al cò la spola.97Perfetta vita et alto merto incielaDonna più su, mi disse, alla cui normaNel vostro mondo giù si veste e vela,100Perchè sin al morir si vegghi o dormaCon quello sposo ch’ ogni voto accetta,Che carità al suo piacer conforma.

103Dal mondo, per seguirla, giovinettaFuggi’mi e nel suo abito m’ inchiusi,E promissi la via della sua setta.106Omini poi al mal più che al ben usiFuor mi rapitten della dolce chiostra:Dio lo si sa qual poi mia vita fùsi.109E questo altro splendor, che ti si mostraDalla mia destra parte e che s’ accendeDi tutto ’l lume della spera nostra,112Ciò ch’ io dico di me, di sè intende:Sorella fu, e così li fu toltaDi capo l’ ombra de le sacre bende.115Ma poi che pur al mondo fu rivoltaContra suo grado e contra buona usanza,Non fu dal vel del quor giammai disciolta.118Quest’ è la luce della gran Gostanza,Che del secondo vento di SoaveGenerò ’l terzo e l’ ultima possanza.121Così parlommi, e poi cominciò: AveMaria, cantando e cantando vanio,Come per acqua cupa cosa grave.124La vista mia che tanto la seguio,Quanto possibil fu, poi che la perse,Volses’ al segno di maggior disio.

127Et a Beatrice tutta si converse;Ma quella folgorò nel mio sguardoSì, che da prima il viso nol sofferse,130E ciò mi fece a dimandar più tardo.