Paradiso — Canto XII

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Sì tosto come l’ultima parolaLa benedetta fiamma per dir tolse,A rotar cominciò la santa mola;4E nel suo giro tutta non si volse,Prima ch’ un’altra d’un cerchio la chiuse,E moto a moto, e canto a canto colse;7Canto, che tanto vince nostre Muse,Nostre Sirene, in quelle dolci tube,Quanto primo splendor quel che rifuse.10Come si volgen per tenue nubeDue archi paralelli e concolori,Quando Iunone a sua ancilla iube,13Nascendo di quel d’entro quel di fori,A guisa del parlar di quella vaga,Ch’amor consunse come Sol vapori,16E fanno qui la gente esser presagaPer lo patto, che Dio con Noe poseDel mondo, che giammai più non s’allaga;19Così di quelle sempiterne roseVolgeansi circa a noi le due ghirlande,E sì l’estrema all’intima rispuose.

22Poi che ’l tripudio e l’altra festa grandeSì del cantare e sì del fiammeggiarsiLuce con luce gaudiose e blande25Insieme al punto, et al voler quetarsi,Pur come li occhi, ch’al piacer che i move,Conviene insieme chiudere e levarsi,28Del cor dell’una de le luci noveSi mosse voce, che l’ago a la stellaParer mi fece e volger al suo dove;31E cominciò: L’amor, che mi fa bella,Mi tragge a ragionar dell’altro duca,Per cui del mio sì ben ci si favella.34Degno è che dov è l’un, l’altro s’inducaSì che, com’elli ad una militaro,Così la gloria loro insieme luca.37L’esercito di Cristo, che sì caroCostò a riarmar, dietro a la ’nsegnaSi movea tardo, sospettoso e raro,40Quando lo ’mperador, che sempre regna,Providde a la milizia, che era in forse,Per sola grazia, e non per esser degna;43E, com’è detto, a sua sposa soccorseCon du’ campioni, al cui fare, e ’l cui direLo popolo sviato si raccorse.46In quella parte, ove surge ad aprireZefiro dolce le novelle fronde,Di che si vede Europa rivestire,

49Non molto lungi al percuoter dell’onde,Dietro a le quali per la lunga fogaLo Sol tal volta ad ogni om si nasconde,52Siede la fortunata CalerogaSotto la protezion del grande scudo,In che soiace il Leone e soioga.55Dentro vi nacque l’amoroso drudoDella Fede cristiana, il grande atleta,Benigno a’ suoi et a nimici crudo;58E come fu creata, fu repletaL’anima sua di divina virtuteChe ne la madre lei fece profeta61Poi che le sponsalizie fuor compiuteAl sacro fonte tra lui e la Fede,U’ si dotar di mutua salute,64La donna, che per lui l’assenso diede,Vidde ’l nel sonno il mirabil frutto,Ch’uscir dovea di lui e de le rede;67E perchè fusse quale era costrutto,Quinci si mosse Spirito a nomarloDel possessivo, di cui era tutto,70Domenico fu detto; et io ne parloSì come de l’agricola, che CristoElesse all’orto suo per aiutarlo.49Ben parve messo e familiar di Cristo:Chè ’l primo amor, che ’n lui fu manifesto,Fu al primo consillio che diè Cristo.

76Spesse fiate fu tacito e destoTrovato in terra dalla sua nutrice,Come dicesse: Io son nato a questo,79O padre suo veramente Felice!O madre sua veramente Ioanna,Se ’nterpretata val, come si dice!82Non per lo mondo, per cui mo s’affannaDietro ad Ostiense et a Taddeo;Ma per amor della verace manna,85In picciol tempo gran dottor si feo,Tal ch’ei si misse a circuir la vigna,Che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.88Et a la sede, che fu già benignaPiù a’ poveri iusti, non per lei;Ma per colui, che i siede e che traligna,91Non dispensare o due o tre per sei,Non la fortuna di primo vacante,Non decimas, quae sunt pauperum Dei,94Addimandò; ma contra ’l mondo erranteLicenzia di combatter per lo seme,Di che si fascian vintiquattro piante.97Poi con dottrina e con voler insieme,Coll’officio apostolico si mosse,Quasi torrente ch’alta vena prieme;100E nelli sterpi eretici percosseL’impeto suo più vivamente quivi,Ove le resistenzie eran più grosse.

103Di lui si fecer poi diversi rivi,Unde 1’ orto catolico s’irriga,Sì che’ suoi arboscelli stan più vivi.106Se tal fu l’ una ruota de la biga,In che la santa Chiesa si difese,E vinse ’n campo la sua civil briga,109Ben ti dovrebbe assai esser paleseL’ eccellenzia dell’altra, di cui TommaDinanzi al mio venir fu sì cortese.112Ma l’orbita, che fe la parte somma,Da sua circunferenzia è derelitta,Sì che è la muffa dov’era la gromma.115La sua famiglia, che si mosse drittaCoi piedi a le suo’ orme, è tanto volta,Che quel dinante a quel dirieto gitta;118E tosto s’avvedrà de la ricoltaDe la mala coltura, quando il giollioSi lagnerà che l’arca li sia tolta.121Ben dico, chi cercasse a follio a follioNostro volume, ancor troverea carta,U’ leggerebbe: Io mi son quel ch’io sollio.124Ma non fie da Casal, nè d’Acquasparta,Là onde vegnon tali a la scrittura,Ch’uno la fugge, e l’altro la coarta.127Io son la vita di BonaventuraDa Bagnoreo, che ne’ grandi officiSempre pospuosi la sinistra cura.130Illuminato et Augustin son quici,Clic fuor dei primi scalzi poverelli,Che nel capestro a Dio si fero amici.

133Ugo da Sanvittore è qui con elli,E Pietro Mangiator, e Pietro Spano,Il qual giù luce in dodici libelli;136Natan profeta, e ’l MetropolitanoGrisostimo et Anselmo e quel Donato,Ch’a la prima arte degnò poner mano:139Rabano è qui, e lucemi da latoE1 calavrese abate IoacchinoDi spirito profetico dotato.142Ad inveggiar cotanto paladinoMi mosse la ’nfiammata cortesiaDi fra Tomaso e ’l discreto latino,145E mosse meco questa compagnia.