Paradiso — Canto XV

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Benigna voluntà, in che si liquaSempre l’amor che drittamente spira,Come cupidità fa ne l’iniqua,4Silenzio puose a quella dolce lira,E fece quietar le sante corde,Che la destra del Cielo allenta e tira.7Come saranno ai iusti preghi sordeQuelle sustanzie che, per darmi volliaCh’io le pregasse, a tacer for accorde?10Ben è che senza termine si dolliaChi, per amor di cosa che non duriEternalmente, quello amor si spollia.13Quale per li seren tranquilli e puriDiscorre ad or ad or subito foco,Movendo li occhi che si stan sicuri,16E pare stella che tramuti loco,Se non che da la parte, onde s’accende,Nulla si perde, et esso dura poco;19Tale dal corno, che ’n destro si stende,Al piè di quella Croce corse un astroDella costellazion che lì risplende;

22Nè si partì la gemma dal suo nastro;Ma per la lista radiai trascorse,Che parve foco dentro ad alabastro.25Sì pia l’ombra d’Anchise si porse,( Se fede merta nostra maggior Musa )Quando in Elisio del figliuol s’accorse28O sanguis meus, o super infusa

Gratia Dei, sicut tibi, cuiBis unquam Caeli janua reclusa!

31Così quel lume; ond’io attesi a lui,Poscia rivolsi a la mia donna il viso,E quinci e quindi stupefatto fui:34Chè dentro alli occhi suoi ardeva un risoTal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondoDe la mia grazia e del mio paradiso.37Inde, ad udire e vedere iocondo,Iunse lo spirto al suo principio cose,Ch’io nolle ’ntesi: sì parlò profondo.40Nè per elezion mi si nascose;Ma per necessità: chè ’l suo concettoAl segno de’ mortal si soprapuose.43E quando l’arco dell’ardente affettoFu sì sfogato, che ’l parlar disceseIn ver lo segno del nostro intelletto,46La prima cosa che per me s’intese,Benedetto sia Tu, fu, trino et uno,Che nel mio sangue se tanto cortese.

49E seguio: Grato e lontan digiunoTratto, leggendo del maggior volume,U’ non si muta mai bianco, nè bruno,52Soluto ài, fillio, dentro a questo lume,In che ti parlo, mercè di colei,Ch a l’alto volo ti vestì le piume.55Tu credi che a me tuo pensier meiDa quel ch’è primo, così come raiaDall’un, se si cognosce, il cinque e ’l sei;58E però ch’io mi sia, nè perch’io paiaPiù gaudioso a te, non mi dimandi,Che alcun altro in questa turba gaia.61Tu credi ’l vero, che i minori e i grandiDi questa vita miran ne lo spellioIn che prima, che pensi, il pensier pandi.64Ma perchè ’l sacro amor, in che io vellioCon perpetua vita, e che m’assetaDi dolce disiar, s’ adempia mellio,67La voce tua sicura, balda e lietaSuoni la voluntà, suoni ’l disio,A che la mia risposta è già decreta.70Io mi volsi a Beatrice; e quella udioPria ch’io parlassi, et arrisommi un cenno,Che fece crescer l’ali al voler mio;73Poi incominciai così: L’affetto e ’l senno,Come la prima qualità n’apparse,D’un peso per ciascun di voi si fenno:

76Però ch’al Sol, che v’allumò et arseCol caldo e co la luce, en sì equali,Che tutte simillianze sono scarse.79Ma vollia et argomento nei mortali,Per la cagion ch’a voi è manifesta,Diversamente son pennute l’ali.82Ond’io, che son mortal, mi sento in questaDisagguaglianza; e però non ringrazio,Se non col cuore a la paterna festa.85Ben supplico io a te, vivo topazio,Che questa gioia preziosa ingemmi,Perchè mi facci del tuo nome sazio.88O fronda mia, in che io compiacemmiPur aspettando, io fui la tua radice:Cotal principio, rispondendo, femmi.91Possa mi disse: Quel da cui si diceTua cognazione, e che cent’anni e piueGirato à ’l monte a la prima cornice,94Mio fillio fu, e tuo bisavo fue:Ben si convien che la lunga faticaTu li raccorci co l’ opere tue.97Fiorenza dentro da la cerchia antica,Onde ella tollie ancora Terza, e Nona,Si stava in pace sobria e pudica.100Non avea catenelle, non corona,Non donne contigiate, non cintura,Ch’a veder fusse più che la persona.

103Non faceva nascendo ancor pauraLa fillia al padre, chè ’l tempo e la doteNon fuggian quinci e quindi la misura.106Non avea case di famiglia vote,Non v’era iunto ancor SardanapaloA mostrar ciò che ’n camera si puote.109Non era vinto ancora MontemaloDal vostro Uccellatoio, che come vintoFu nel montar; così sarà nel calo.112Bellincion Berti vidd’io andar cintoDi cuoio e d’osso, e venire a lo specchioLa donna sua senza il viso dipinto.115E viddi quel dei Nerli e quel del VecchioEsser contenti a la pelle scoperta,E le suo donne al fuso et al pennecchio.118O fortunate! e ciascuna era certaDe la sua sepultura, et ancor nullaEra per Francia nel letto deserta.121L’una veghiava a studio della culla,E consolando usava l’idioma,Che pria li padri e le madri trastulla;124L’altra, traendo a la rocca la chioma,Favoleggiava co la sua familliaDe’ Troiani e di Fiesole e di Roma.127Serea tenuto allor tal meravilliaUna Cinghella, un Lapo Saltarello,Qual or serea Cincinnato, e Cornillia.

130A così riposato, a così belloViver dei cittadini, a così fidaCittadinanza, a così dolce ostello133Maria mi diè, chiamata in alte grida;E ne ’l antico vostro BatisteoInsieme fui cristiano e Cacciaguida.136Moronto fu mio frate et Eliseo;Mia donna venne a me di Val di Pado,E quinci il sopra nome tuo si feo.139Poi seguitai lo ’mperador Currado,Et ei mi cinse de la sua milizia:Tanto per bene oprar li venni in grado.142Dietro li andai incontra a la nequiziaDi quella gente, il cui popul usurpa,Per colpa dei pastor, nostra iustizia.145Quivi fu’io da quella gente turpaDisviluppato dal mondo fallace,Il cui amor molte anime deturpa,148E venni dal martiro a questa pace.