Purgatorio — Canto V

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Io era già da quelle ombre partito,E seguitava l’orme del mio Duca,Quando dirieto a me, drizzando il dito,4Una gridò: Ve’, che non par che lucaLo raggio da sinistra a quel di sotto,E come vivo par che si conduca.7Li occhi rivolsi al suon di questo motto,E viddili guardar per meravilliaPur me, pur me, e lume ch’era rotto.10Perchè l’animo tuo tanto s’impillia,Disse il Maestro, che l’andar allenti?Che ti fa ciò che quivi si pispillia?13Vien dietro a me, e lassa dir le genti:Sta come torre ferma, che non crollaGiammai la cima per soffiar de’ venti:16Chè sempre l’omo, in cui pensier rampollaSovra pensier, da sè dilunga il segno,Perchè la foga l’un dell’altro insolla.19Che poteva io dir, se non: Io vegno?Dissilo, alquanto del color cosperso,Che fa l’om di perdon tal volta degno.

22Intanto per la costa da traversoVenien gente dinanzi a noi un poco,Cantando Miserere a verso a verso.25Quando s’accorser, ch’io non dava loco,Per lo mio corpo, al trapassar de’raggi,Mutar lor canto in uno O lungo e roco;28E du’ di lor in forma di messaggiCorsero incontra noi, e dimandarne:Di vostra condizion fatene saggi.31E il mio Maestro: Voi potete andarne,E ridir a color che vi mandaro,Che il corpo di costui è vera carne.34Se per veder la sua ombra restaro,Com’io avviso, assai è lor risposto:Faccianli onore, et esser può lor caro.37Vapori accesi non vidd’io si tostoDi prima notte mai fender sereno,Nè, sol calando, nuvule d’agosto,41Che color non tornasser suso in meno;E giunti là, colli altri a noi dien volta,Come schiera che scorre senza freno.43Questa gente, che preme a noi, è molta,E vegnonti a pregar, disse il Poeta;Però pur va, et in andando ascolta.

46O anima, che vai per esser lieta,Con quelle membra co le quai nascesti,Venian gridando, un poco il passo queta.49Guarda se alcun di noi unqua vedesti,Sì che di lui di là novelle porti:Deh perchè vai? deh perchè non t’arresti?52Noi fummo tutti già per forza morti,E peccatori infine a l’ultima ora:Quivi lume del Ciel ne fece accorti,55Sì che, pentendo e perdonando, foraDi vita uscimmo a Dio pacificati,Che del disio di sè veder ne accora.58Et io: Perchè ne’ vostri visi guati,Non ricognosco alcun; ma se a voi piaceCosa ch’io possa, spiriti ben nati,61Voi dite, et io farò per quella pace,Che dietro a’ piedi di sì fatta Guida,Di mondo in mondo cercar mi si face.64Et uno incominciò: Ciascun si fidaDel beneficio tuo senza giurarlo,Pur che il voler non posse non ricida.67Und’io, che solo, inanzi alli altri parlo,Ti prego, se mai vedi quel paeseChe siede tra Romagna e quel di Carlo,70Che tu mi sii de’ tuoi preghi corteseIn Fano, sì che ben per me s’adori,Perch’io possa purgar le gravi offese.73Quindi fu’ io; ma li profondi fori,Unde uscì il sangue, in sul quale io sedea,Fatti mi funno in grembo alli Antenori,

76Là dove più siguro esser credea:Quel da Esti il fe far, che m’avea in iraAssai più là che il dritto non volea.79Ma s’io fusse fuggito inver la Mira,Quando fu’ sopraggiunto a Doriàco,Ancor serei di là dove si spira.82Corsi al padule, e le cannucce e il bracoM’appigliar sì, ch’io caddi, e lì vidd’ioDe le mie vene farsi in terra laco.85Poi disse un altro: Deh se quel disioSi compia che ti tragge all’alto monte,Con buona pietade aiuta il mio.88lo fui di Montefeltro, io son Bonconte:Giovanna, e li altri non àn di me cura;Perch’io vo tra costor con bassa fronte.91Et io a lui: Qual forza, o qual venturaTi traviò sì fuor di Campaldino,Che non si seppe mai tua sepultura?94Oh, rispuose elli, a piè del CasentinoTraversa un’acqua che à nome l’Archiano,Che sovra l’Ermo nasce in Apennino.97Dove il vocabul suo diventa vano,Arrivai io, forato ne la gola,Fuggendo a piede, e sanguinando il piano.100Quivi perdei la vista, e la parolaNel nome di Maria finio; e quiviCaddi, e rimase la mia carne sola.

103Io dico il vero, e tu il ridì tra’ vivi:L’Angel di Dio mi prese, e quel d’infernoGridava: O tu del Ciel, perchè me privi?106Tu te ne porti di costui l’eternoPer una lagrimetta ch’el mi tollie;Ma io farò dell’altro altro governo.109Ben sai come nell’aire si raccollieQuell’umido vapor che in acqua riede,Tosto ch’ei sale dove il freddo collie.112Giunto quel mal voler, che pur mal chiede,Co lo intelletto mosse e il fumo e il ventoPer la virtù, che sua natura i diede.115Inde la valle, come il di’ fu spento,Da Pratomagno e il gran giugo coperseDi nebbie, e il giel di sopra fece intento118Sì, che il pregno aire in acqua si converse:La pioggia cadde, et ai fossati venneDi lei ciò che la terra non sofferse:121E come ai rivi grandi si convenne,Ver lo fiume real tanto veloceSi ruinò, che nulla la ritenne.124Lo corpo mio gelato in su la foceTrovò l’Archian rubesto; e quel sospinseNell’Arno, e sciolse al mio petto la croce,127Ch’io fei di me, quando il dolor mi vinse:Voltommi per le ripe e per lo fondo,Poi di sua preda mi coperse e cinse.130Deh quando tu serai tornato al mondo,E riposato de la lunga via;Seguitò il terzo spirito al secondo,

133Ricorditi di me, ch’io son la Pia:Siena mi fe, e disfecemi Maremma:Salsi colui che innanellata pria,136Disposando, m’avea co la sua gemma.