Purgatorio — Canto X

Dante Alighieri (1265–1321)

Commedia

1Poi fummo dentro al sollio de la portaChe il mal amor dell’anime disusa,Perchè fa parer dritta la via torta,4Sonando la senti’ esser richiusa;E s’io avesse li occhi volti ad essa,Qual fora stata al fallo degna scusa?7Noi sallivam per una pietra fessa,Che si movea e d’una e d’altra parte,Come l’onda che fugge o che s’appressa.10Qui si convien usare un poco d’arte,Cominciò ’l Duca mio, in accostarsiOr quinci, or quindi al lato che si parte.13E questo fece i nostri passi scarsiTanto, che pria lo scemo de la lunaRigiunse al letto suo per ricolcarsi,16Che noi fussimo fuor di quella cuna.Ma quando fummo liberi et apertiSu dove ’l monte dritto si rauna,

19Io stancato et ambedu’ incertiDi nostra via, ristemmo su in un pianoSolingo più che strade per diserti.22Da la sua sponda, onde confina il vano,Appiè dell’alta ripa che pur sale,Misurrebbe in tre volte un corpo umano;25E quanto l’occhio mio potea trar d’ale,Or dal sinistro et or dal destro fianco,Questa cornice mi parea cotale.28Lassù non eran mossi i piè nostri anco,Quando cognobbi quella ripa intorno,Che di sallita dritta aveva manco,31Esser di marmo candido et adornoD’intalli sì, che non pur Policreto,Ma la natura lì avrebbe scorno.34L’Angel che venne in terra col decretoDe la molti anni lacrimata pace,Che aperse il Ciel al suo lungo devieto,37Dinanzi a noi pareva sì veraceQuivi intalliato in un atto soave,Che non sembiava imagine che tace.40Giurato si serè ch’el dicesse Ave;Perch’ivi era imaginata QuellaChe ad aprir l’alto amor volse le chiave;

43Et avea in atto impressa esta favella:Ecce ancilla Dei sì propriamente,Come figura in cera si suggella.46Non tener pur ad un luogo la mente,Disse ’l dolce Maestro, che m’aveaDa quella parte ove il cuor à la gente ;49Perch’io mi mossi e col viso vedeaDi rieto da Maria, da quella costa,Onde m’era colui che mi movea,52Un’altra storia ne la roccia imposta;Perch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,Acciocché fosse alli occhi miei disposta.55Era intalliato lì nel marmo stessoLo carro, e i buoi traendo l’arca santa,Perchè si teme officio non commesso.58D’inanzi parea gente, e tutta quantaPartita in sette cori, ai du miei sensiFacea dir l’un: Non; l’altro: Sì canta.61Similemente al fumo de l’incensiChe v’era imaginato, e li occhi e ’l naso,Et al sì et al no discordi fensi.64Lì precedeva il benedetto vaso,Trescando alzato, l’umile Salmista,E più e men che re era in quel caso.67Di contra effigiata ad una vistaD’un gran palazzo Micol l’ammirava,Sì come donna dispettosa e trista.70Io mossi ’l piè del luogo ov’io stava,Per ravvisar da presso un’altra storia,Che dietro da Micol mi biancheggiava.

73Quivi era storiata l’alta gloriaDel roman principe, il cui gran valoreMosse Gregorio a la sua gran vittoria;76Io dico di Traiano imperadore,Et una vedovella li era al freno,Di lagrime atteggiata e di dolore.79Intorno a lui parea calcato e pienoDi cavalieri, e l’aquile nell’oroSovr’esso in vista al vento si moveno.82La miserella entra tutti costoroParea dire: Signor, fammi vendettaDel mio filliuol ch’è morto, ond’io m’accoro.85Et elli a lei risponder: Ora aspettaTanto ch’io torni. E quella: Signor mio,Come persona in cui dolor s’affretta,88Se tu non torni? Et el: Chi fi’ dov’ioLa ti farà. Et ella: L’altrui beneA te che fi’, se tu ’l metti in oblio?91Et elli: Or ti conforta, che convieneCh’ io solva il mio dovere, anzi ch’io mova:Giustizia il vuole, e pietà mi ritiene.94Colui che mai non vidde cosa nova,Produsse esto visibile parlareNovello a noi, perchè qui non si trova.

97Mentr’ io mi dilettava di guardareL’imagini di tante umilitadi,E per lo fabro loro a veder care;100Ecco di qua, ma fanno i passi radi,Mormorava ’l Poeta, molte genti:Queste ne invieranno a li alti gradi.103Li occhi miei, che a mirar eran contentiPer veder novitadi ond’ ei son vaghi,A volgersi in ver loro non fur lenti.106Non vo’ però, Lettor, che tu ti smaghiDi buon proponimento per udire,Come Dio vuol che ’l debito si paghi.109Non attender la forma del martire;Pensa la succession; pensa che al peggioOltra la gran sentenzia non può gire.112Io comincia’: Maestro, quel ch’io veggioMuover a noi, non mi sembian persone,E non so che: sì nel veder vaneggio.115Et elli a me: La grave condizioneDi lor tormento a terra li rannicchia,Sì che i miei occhi pria n’ebber tenzione.118Ma guarda fiso là, e disviticchiaCol viso quel che vien sotto a quei sassi:Già scorger puoi come ciascun si picchia.121O superbi cristian, miseri, lassi,Sì de la vista e de la mente infermiFidanza avete nei ritrosi passi,124Non v’accorgete voi, che noi siam vermiNati a formar l’ angelica farfalla,Che vola a la giustizia senza schermi?

127Di che l’animo vostro in alto galla!Voi siete quasi antonoma in defetto,Sì come venne, in cui formazion falla.130Come, per sostener solaio e tetto,Per mensola tal volta una figuraSi vede giunger le ginocchie al petto,133La qual fa del non ver vera rancuraNascere a chi lor vede così fatti;Viddi io color quando puosi ben cura.136Ver è che più e men eran contratti,Secondo ch’avien più e meno addosso;E qual più pazienzia avea nelli atti,139Piangendo parea dicer: Più non posso.