III. Per la morte del Principe di Baviera
Poesie varie
Alma real, che la tua frale spogliasdegnando e i nostri bassi alberghi e questitanto carchi d’error pensier mortali,spiegando anzi il tuo di le rapid’alil’eccelso volo inver colá prendesti,dove al fine s’adempie umana voglia:da quella eterna sogliamira il gran genitor che ancor ricusaudir conforto e a nome ancor ti chiamae ’l contrario de’ fati ordine accusae a te sol pensa e di seguirti ha brama.Mira poscia, o beatospirto, il tuo acerbo lagrimevol fatodi quanto duol tutte le fronti adombrae di quanti sospiri il mondo ingombra.Deh se d’arbor gentil frutto non maivien colto in suo fiorir, né mai recidese non adulta l’arator sua messe,perché crudel funerea falce oppressegerme augusto reai, che pur si videspuntare a pena e aprirsi a’ primi rai?Quanti nembi di guaisorger vedransi, or che colui si giaceche vincer solo il reo destin potea!Colui che, spenta a discordia la face,re di tante favelle esser dovea,da cui de’ mali i semi
eran tolti, per cui da’ casi estremicredeasi Europa or or secura a pieno.Quanto è fallace immaginar terreno!Che se dovea si tosto esserne toltol’amato pegno, perché in quella salmafecer natura e ’l ciel tutte lor prove?Qual fu a mirar quel regio aspetto, e dovepiú vivi lumi e del valor de l’almavidesi mai piú ben impresso un volto?Ah ch’ei fra l’armi avvoltocerto sen giva un di, volgendo gli anni,per gran possanza e per gran core alterol’Asia superba a ricoprirvi d’affannie a far gridar mercede al turco impero.O nostri voti assorti!Non sia chi in Tracia la novella porti,perché al nostro martir la gente infidanon insulti e nel duol nostro non rida.Ma il gran tesor che Parca empia ne furafra noi piangasi ogn’or, ché non fur vistipiú bei sospir, né fu piú giusto il pianto:E benché in mesto aspetto e ’n fosco ammantogente infinita senza fin s’attristinon agguaglia il dolor l’alta sventura.Sorte spietata e dura!Giacque il regio fanciul, qual fior sul camposuol per crudo cader ferro reciso.Duro veder la bella spoglia, il lampospento dei lumi e tutto morte il viso,cinta d’eterno gelodir quasi: — E perché anch’io non vado al cielo? —Ahi sembianza, onde morte ancor s’infranse!Di che mai piangerá chi allor non pianse?L’alto duce che ’n cento e cento impreseportò fra’ piú crudeli orror di mortesicuro petto e imperturbabil fronte,
qual argin vinto cui gran rio sormonte,col duol che le grand’alme assai piú fortetutto il cor cesse, allor che ’n le distesemembra lo sguardo intese.— Ahi figlio (disse) ahi non piú mio, qual’empiodestin te prese e me lasciò? Che stranalegge te spense e vuol ch’io viva esempiode’ padri sventurati? O speme vanache i cor d’inganno pasci!Dove, figlio, ten vai, dove mi lasci?io non so come ancor resista il coree veggio ben ch’uom di dolor non more.Deh qual fu teco e senza te qual fiamia vita! In grembo io giacerò del duolosempre, né vedrò piú sereno un giorno.E quando e di sua luce adornoe quando involto è d’ombre cieche il suolo,te cercherò, te chiamerò qual pria;che se tal doglia obliapadre giá mai, ben di soffrirla è degno.Iniqua sorte a ciò dunque serbastiil viver mio che tra ’l fulmineo sdegnod’armi nemiche illeso ognor lasciasti?Sono questi gl’imperi,onde m’empievi or or tutti i pensieri?Ahi destino crudel, tu ben m’intendi;tienti i tuoi regni e ’l figlio mio mi rendi. —Ma sciolto intanto il lieto spirto e scarcofendea con l’ali sue le vie serenee tea di sé meravigliar le sfere.Volgeansi al suo apparir quell’alme altere,e tal dicea: — Come giá le terrenecose lascia, né porta a questo varcosegno del frale incarco? —Ed altra soggiugnea: — Di lui privarsifinse per brevi di l’eterno amante;
ché ponno ben sì rare alme mostrarsi,ma lasciarsi non ponno al mondo errante.Ei trapassava e lungegiungea colá dove pensier non giunge;quivi da l’alta parte ov’eí s’assisechinò il guardo e mirò suoi regni e rise.Ma quest’occhi mortai che nulla sannoun lagrimoso allor nembo coperse,e suonò d’ogn’intorno il dolce nome.Qual le afflitte donzelle e l’auree chiomeoltraggio fèr di gran pallor cosperse,e quanti non s’udir gridi d’affanno!Ma indarno ancor sen vannopur d’ogni parte al ciel voci dogliose,ché lamenti e sospir morte non sente.Or chi col grembo pien di gigli e rosecorre a l’urna, per cui sempre dolentefia ogni bell’alma e spandeacanto e mirto e d’ogni fior ghirlandesul marmo alter che ’n breve giro or serralui che nacque a regnar, ma non in terra.A l’alta donna de l’Etruria bellavanne, o flebil canzon; ma se la scorgiturbarsi al negro ammanto,perché nuovo dolore e nuovo piantoal cor non le ritorni e ’l sen le inondi,fuggi misera allor, fuggi e t’ascondi.