Il giaurro

Lord Byron (1788–1824)

Traducido del inglés por Pietro Isola

...........................l’opra compiuta; io parto,....E solo!......

IL GIAURRO.

Aura non spira, non si rompe fluttoSotto l’avèl de l’Ateniese; avello,Che su la terra ch’Ei fè salva indarno,Biancheggiar primo il rèduce naviglioVede, e il saluta. Oh, quando fia ch’a vitaNovella torni un tanto Eroe! * ** * * * *

Bella region! Sorride ivi benignaOgni stagion su l’isole felici,Cui se, da la distante di ColonnaCima, tu vedi, in te s’allegra il core,L’occhio rapito è sì, che dilettosaN’hai pur la solitudine. S’increspaPlacidamente de l’Egeo la faccia,

E i molti clivi, e i lor color’ ripeteDipinti in l’onda lieta, che le riveBagna di questi de l’Eöa marinaEden beati; e se talor fuggenteUn venticel, del liquido cristalloFrange l’azzurro, e il fior da l’arbor scuote,Giulivo, oh come! il navigante invocaOgni soffio gentil che desta, e guidaIl grato olezzo! Su per l’erta, o in gremboDe la valle, la Rosa è quì SultanaDe l’Usignuol, fanciulla cui da l’altoDi sue mille canzon volge il concento;A quel che narra l’amator, il senoSchiude la bella, e di rossor si tinge.Reina del giardin, e sua regina,La vaga Rosa quì non turbo atterraNon verno agghiaccia; ogni mattin l’irròra,La benedice ogn’aura ed ogni sole;In più morbido incenso al ciel conversa,Ogni dolcezza che le dièo natura,Manda costei; grato e ridente il cieloIl soave sospiro, e il suo vermiglioQuaggiù riversa. Qui d’Està ogni fiore,Cara ad amor qui ogn’ombra, ed ogni grottaChe di pace diresti, ma in suo cavo,

Ospite quasi, il reo Pirata asconde.Dietro lo scoglio protettor s’appiattaL’infida barca ad esplorar se passiLa pacifica prora, e quando il gajoLiuto del nocchier odesi, e l’astroDe la sera sfavilla, allor furtivoIl notturno ladron, dal fosco lidoCon insidioso remigar sul miseroSi getta, e il suo cantar volge in lamento.Strano destin! Là ’ve natura gode,Per gli Iddii come, schiudere un soggiorno,Ove ogni incanto, ed ogni grazia adunaIn fortunato Eliso, ivi si pasceL’uomo più di sventura, e il dolce locoCangia in deserto, e pari a bruto abbiettoCalpesta il fior, ch’a la sua fronte maiStilla non chiese, nè a la man fatica,Onde sbucciar su la fatata zolla,E perch’egli non sudi, e non s’affanni,Volontario germoglia, e dolcementeImplora sol che non l’uccida!.... StranoDestin! ’Ve tutto è pace intorno,L’orgogliosa passion, ivi più freme,E ogni tristo desìre, e la feroceRapina impera, e di tenèbre sparge

Il delizioso suol. Così vedrestiUscirne fuor da lo Tartareo regno,Démoni e furie, ad assalir le stelle,E i serafini, e sugli eterei troniStarsene vincitor, come esecratiVedi or tiranni, conculcar di questaTerra sacra al piacer l’ameno aspetto.Chi la sua fronte su recente salmaInclina, anzi che vólto il primo dieSia de la morte, il dì primo del nulla,De la sventura estremo, e del periglio;Anzi che stenda Distruzion il ditoA cancellarne di Beltà che langue,Anco la traccia; se il celeste, e dolceSembiante egli contempla, e del riposoL’estasi che ancor dura, e inanimati,Ma pur teneri i vezzi su la smortaPlacida guancia, ben che trista, e ascosaLa pupilla non arda, e non seduca,E non pianga, sebben gelido e strettoDa letale apatìa l’immoto ciglioDel doloroso, che lo guata, il coreDi terror empia sì, che quel destinoCh’un preme, l’altro pur divida e tema;Se questo ei vegga; oh, sol per questo, pochi

Istanti almen, un’ingannevol ora,Del poter del tiranno ei fia mal certo,Tanto il primo socchiudersi de l’occhioBello e quïeto è allor, che su vi gettaMorte l’ultimo sguardo.E il lido è questo,E questa è Grecia;.... ahi, Grecia dì!....viventeGrecia non più; amabil pur, ma fredda!Bella, ma spenta!.... Oh, chi d’orror non freme,Ora che spirto in sue leggiadre formePiù non alberga!.... Grazia, ma di morteHa ancor costei, grazia che coll’estremoSospir tutta non parte, ed ha bellezza,Ma di tal fior terribile, cui tingeDe la tomba il color; raggio di vitaCh’addietro si rivolge, ultimo raggio,Addio d’affetti omai lontani; aurataMeteora che girando va d’intornoA la ruina; di celeste focoScintilla forse, che risplende ancora,Ma la terra diletta, ahi! più non scalda....Region di prodi, innobliati figljDi patria che, per quanto il pian si stende,Sino all’antro del monte, allor soggiornoDi libertade, o fu di gloria tomba!

Arca de’ forti! E questo fia che soloOr di te avanzi? Umiliato e vileSchiavo t’appressa; di’ non son pur questeLe Termopili? E queste che d’intornoOnde azzurre ti fremono, qual mareSon esse mai? Qual lido è questo? Dillo,Serva stirpe di liberi!... Lo scoglioDi Salamina, ed il suo flutto.... Oh, questeScene, e la storia non ignota, omaiParlino, e tu le ascolta! Oh desta alfineDal cenere de’ Padri la favillaDe la prisca lor fiamma! E quei che spiriNe la battaglia, a l’onorato nomeTal nome aggiunga di terror, che l’odaIl tiranno, e ne tremi, e lasci il prodeUna fama, una speme a’ figlj suoi,Che di tradirla pria, vogliano morte.Guerra di Libertà s’avvien che insorga,Ben che spesso infelice, alfine è vinta.Teste o Grecia ten’ sia, la glorïosaPagina tua; dicanlo o Grecia, i tantiImmortali tuoi secoli! NascosiIn polverosa oscuritade Regi,Piramidi lasciâr, ma senza nome;I grandi tuoi, se da le tombe il veglio

Inesorabil tolta ha la colonna,Han monumento ben più eccelso; i montiDella terra natìa! Quivi, allo sguardoDe lo straniero vïator, le fosseMostra de’ forti, che perir non ponnoLa musa tua!.... Lungo a ridir, e mestoFora ogn’orma calcar, ch’a la sventura,Da lo splendor ti trasse; oh, a te sol basti,Che nemico lontan, unqua abbattutaL’alma tua non avrìa, se a lui d’innanziNon ti prostravi tu.... cedesti? Via -Facil n’ebber così, schiavi, e tiranni.Or, che mai dir potrà chi sul tuo lidoVa peregrino? Non leggenda ascoltaDegli antichi tuoi fasti, e non subbiettoPorgi a la Musa più, perchè sublimePoggi, siccome allor poggiò tua Musa,Quando l’uom degno del tuo Ciel crescea.I generati di tue valli in seno,Ardenti cor, i feri spirti audaci,Che i figlj tuoi lasciar potrieno a giorniDi gloria, e di valor, son da la cullaSchiavi tratti al sepolcro, a tutto sordi,Tranne a delitto, schiavi sì.... di schiavo!In quanto lezzo, di che mai polluta

Fu umana stirpe avvolti, ove de’ brutiSono a stento maggiori, di selvaggiaVirtù conforto non pur hansi, e pettiLiberi e grandi; a le vicine spondeDi chiare astuzie, e di lor frodi anticheCarchi sen’ vanno; il Greco allor maestroSol tu ritrovi, ed allor sol famoso.Alme avvezze a servir, invan s’affannaLibertade a destar, solleva indarnoFronti, che il giogo apprezzano; suoi danniOmai non piango io più, ma ben dolenteOr io storia dirò; colui che l’oda,Credala pur; chi primo udilla, pianse.* * * * ** * * * *

Fosca da lunge, de la rupe avanzasiL’ombra, guatando su l’onda cerulea;L’occhio del pescator la vede attonito,A lui venirne, e del ladron de l’isolaLa crede il legno, o del Mainota; palpitaPel suo picciol caicco, e va la dubbiaCala evitando; faticoso, ed ansio,Grave di sua squammosa preda, remigaForza adoppiando, e fugge fin che accolgalo

Salvo la baja del Lïone, fulgidaDi quella luce, onde sì bella ammantasiLa notte Orïental. * * * * ** * * * ** * * * *

E chi è costui, che come folgor viene,Su cavallo nerissimo, che scioltoHa il freno, e piè di vento? Intorno è destaAl suon del ferro strepitante l’EcoDe le caverne, ed il fragor ripeteDegl’iterati colpi, e d’ogni salto;Figlia diresti di marino fluttoLa spuma, ond’il corsier rigato ha il fianco;Ma il flutto lasso alfin ritorna in pace,E non è pace al cavaliere in seno.Turbin’, che sul mattin sorge fremente,Calmo, o Giaurro, è del tuo cor più assai!Non ti conosco io no; ma non abborroTua razza men, e sul tuo volto scorgoTraccia, che il tempo più farìa profonda,Cancellar non potrìa. Giovine ancora,In sulla fronte pallida, già sparsaHai la ruina, che lasciârvi i feriAffetti tuoi pugnando, e ancor ch’al suolo

Volga ognora malefico lo sguardo,Pur siccome metëora t’aggiri,Ed I’ ben scerno, ed uom se’ tu, cui dennoO spegnere, o fuggir, d’Otmanno i figlj.

E via, via s’affrettava; e in lui pupilleDi stupore I’ tenea. Benchè simìleA notturno demonio trascorrendo,Dal ciglio mio si dileguasse, in menteTale un confuso rammentar lasciommiChe lungo, lungo su lo scosso orecchioSuonò l’unghia terribile del neroSuo corridor.... Vè, collo spron lo incalza;È già presso al dirupo, che sporgenteOmbreggia il mar, aggirasi, ed affrettaPiù il suo fuggir; da l’occhio mio la rupeLo salva alfin, chè mal gradito è l’occhio,Che indagator s’affisa in uom che fugge.E non fulgida assai splende una stellaSovra costui, che senza posa corre.....Ei volteggiò; ma d’involarsi priaStrappommi anco un occhiata, ultima quasi,E il destrïer rattenne, ed un istanteRespirò in tanta foga, e sulla staffaUn istante rizzosse.... Oh, perchè ei guata

Il bosco degl’ulivi?.... Su la vettaSplende la Luna; ancor de la MeschìtaAlto la lampa tremula, e se voceD’Eco svegliar non può del TopaiccoIl distante fragor, mille di giojaVampe da lunge vedi nunziatriciDi Mussulmano zel, ch’omai s’ascoseDel Ramazan il Sole, e colla seraRitornò lieta del Bajram la festa;E colla sera.... Ma chi se’? qual seiTu, d’aspetto stranier, di fero ciglio?E a te, ed a tuoi, qual di tai cose or pungeCura, che incerto del fuggir ti lascia,O del sostar?.... Ei stette; avea dipintoSulla faccia il Terror; ma l’Odio sorseE discacciollo; e sorse non qual suoleImprovviso rossor d’Ira che passa,Ma pallido qual marmo, che più negra,E orrenda fa col suo candor la tomba.Bassa la fronte, e qual cristallo immotoAvea lo sguardo; feramente strettaLa destra, e al cielo feramente vôltoIl braccio quasi di rïeder fosseDubbioso, o di più andar; alto un nitrìtoMandò irrequeto per la sosta intanto

Il destrïer; la mano allor giù cadde,E afferrò il brando; al duro suon si ruppeL’insonne visïon, siccome destoFora il dormente a lo strillar del gufo.Punge lo spron del corridore il fianco.....Oh fuggi, fuggi! Egli sua vita or salva!Pronto e pari a Gerrid per l’aere spinto,Il sorpreso cavallo, all’aspro tocco,Dà un balzo, e parte. Già alle spalle è il monte,Già al calpestìo più non risponde il lido,Più non si vede la superba faccia,Non il cimiero del cristian. Sul frenoEi l’animoso barbero rattenne,Ma un sol momento, un solo ei s’arrestò!E ratto quinci e, come se il premesseMorte a tergo, sparì, ch’anni di gelo,Anni d’acerba rimembranza alloraPiombâr su l’atterrita anima forse,E vide forse in quel balen di tempoUna vita di pene, e di delittiUn secol tutto. Duol di lunga etadeQuell’istante fatal versa in un seno,Che speme, odio, amor sente; oh, qual potèoMoto colui provar? Colui ch’oppressoDa quanto fremer può dentr’uman petto

Sentìasi il cor? Oh, a misurar chi valeDi quella posa l’orrida lunghezza?Di quella posa, onde più amaro forseIl suo destin si fea? Nulla è ne l’ampioLibro del tempo, eternità al pensiero;Perchè innanzi al pensiero illimitatoSpazio infinito la coscienza ingombra,Spazio, che in se quant’havvi desolato,Senza fin, senza nome, atroce affannoRinchiuder può. Ma l’ora è lunge, omaiLunge è il Giaurro.... Salvo forse?.... Cadde?....Oh, trista l’ora in ch’egli venne! TristaL’ora in che s’involò!.... Con lui pur venne,De la colpa d’Hassan l’alta vendetta,Che lo palagio suo converso ha in tomba;Come infesto Simùm, ei giunse e sparve;Foriero de le tenebre, e del fatoIl soffio struggitor a morte piegaAnco il cipresso, arbore negra e mestaOgnora, ancor che il duol dell’uom sia muto,Arbor fido-piangente appo gli estinti!

Da le stalle il corsiero, e sparì il servoDa le sale d’Hassan; su per lo muroLïeve e grigia del solingo ragno

Si distende la tela, e lenta ondeggia;De lo Harem sotto il pergolo s’annidaLa nottola; il castel di sua possanza,E l’alto faro, usurpatrice albergaL’infausta upùpa; e per non spenta seteBieco e per fame, su la sponda latra,Il can selvaggio, or che il marmoreo lettoSchiva il ruscello, e desolata polveTutto lo veste, e vi germoglia il cardo.Bello a mirarse un giorno era il suo flutto,Quando scherzoso a temperar volgeaGli estivi ardori, ed in argenteo spruzzo,O in vortici fantastici fuggendo,L’aere d’intorno di freschezza, e in terra«Ne aspergeva i fioretti e la verdura!»Era pur bella sua scorrevol luce,Quando fulgenti per sereno cieloGìano le stelle; dolce per la notteL’armonìa de’ suoi giri! Oh, come spessoBambino Hassan del facile zampilloSi fea trastullo, o sul materno seno,Per la sua flebil melodìa più chetiDormiva i sonni! In giovinezza, assisoCome più spesso, sul suo margin stette,E lo rapìa de la bellezza il canto,

Ed a quel lusinghevole mescea,I suoi concenti! Ahi! Su l’amena rivaNon fia ch’Hassan più mai l’antico fianco,Quando imbruni il crepuscolo, riposi.Il rio fuggì ch’empiea l’adorna fonte;Versato è il sangue che in suo cor fervèa!D’ira, di duol, di gioja, umana voceQuì mai più non s’udrà, ch’ultima, tristaNota l’aura fè greve, e fu di DonnaFeroce esequia, lamentìo di morte;E lo sperse il silenzio; e tutto è muto;Sol de l’imposta, allor che mugge il vento,Il percotere ascolti; e giù a torrentiN’abbia varco la piova, e la buferaSoffj, non fia man che la chiuda, e sempreN’udrai lo strepitar. Qual, su la gabbiaDel deserto, trovar fora contento,Ruvida sì, ma traccia d’uom, quì voce,Anco di duol, consolatrice un’EcoSvegliar potrìa, che ti dicesse almeno» Tutto, no, non perì! Languendo vive,» Quì alcun, ma vive!» Oh, perchè regna in senoDe l’auree stanze solitudin tanta!Perchè ne l’alta cupola, l’edaceLenta distruzïon s’apre la via!

Negra è la porta, e su l’entrar non scorgiOstinato Fakir; non pellegrinoDervis il piè v’arresterà, chè lietaDel suo venir Bontà più non l’accoglie,Nè più straniero affaticato, il sacroSale ed il Pan benedirà; consortiRicchezza, e Povertade, appo la sogliaPassin neglette, e neghittose; morteCaddero con Hassan su la montagnaPietade e Cortesìa; l’ospite fuggeLa vóta sala, fugge i campi il servo,Poichè ad Hassan, de l’infedele il brandoIl turbante divise.* * * * * ** * * * ** * * * *

Odo il rumor d’un piè che vien; ma voce,D’amico suon, l’orecchio mio non scontra;È presso omai; già gli Attagan io contoDa l’argentee guaine, ed i turbanti,E forier de la schiera io già ne scernoL’Emír dal verde ammanto «Olà, chi sei?».—» L’umil saluto (alcun ripiglia) il dica;» Mussulmano di fè; ma gentilmente» Sostenti un peso tu, ch’ogni tua cura

» Chieder mi sembra, e n’avrìa premio forse,» Chi t’aìtasse; il povero mio legno» Lieto...» — » Ben dici barcaruol; t’accosta,» Salpa, ne togli al silenzioso lido;» Lascia raccolta pur la vela; afforza» Quel remo sì, che l’altro me’ secondi,» E va fra quelle rupi, ove profonde,» E vorticose, e fosche più son l’acque...» Or cessa dal vogar... così... son pago...» Ben fu rapido il viaggio... eppur d’ogn’altro,» Credi, viaggio quest’è più lungo assai,» Cui tal * * * * * * * ** * * * *

Piombò ritroso, e si sommerse; l’ondaCorse tranquilla a spumeggiar fra i scoglj;Ed I’ lo vidi, e parvemi che secoLo traesse il torrente; ma di luceRaggio quell’era, sul vivido gorgoSerpeggiante.... e I’ guatai fin che disparve,Come la selce ch’a lo sguardo scema,Più che giù scende; bianca poi si feoSul mar fulgida macchia, e I’ più non vidi.Dorme il segreto suo, profondo, notoDe l’Oceàno ai Genii sol, che in seno

De le lor grotte di coràl, tremantiBisbigliarne neppur’osan coi flutti.

Come, allor che in Oriente è primavera,La farfalletta dai purpurei vanni,Bella regina degl’insetti sorge,E sui prati dipinti di smeraldiIl fanciullin di Cassimiro adescaPerchè l’insegua, e d’uno in altro fioreA lunga caccia, ed a perduti stentiLo tragge, fin ch’alto volando il lassaCon petto ansante, ed umida pupilla;Così con ali allettatrici, e preste,Di fulgenti così colori adorna,Fatto garzon, Beltà il seduce a impresaD’inutili speranze, e di timori.Fatale impresa cui tentò follìa,Che nel pianto si compie, ancor che vintaSempre infelice, che di pari affannoE l’insetto, e la vergine circonda,E, qual più brami, di fanciul trastullo,.O ardor d’incauta giovinezza, ognoraVita è di pene, e di smarrita pace!

Il vago oggetto cui bramavi tanto,Tua preda è alfin; ma ogni suo bel perdèo,Perchè la man che lo rattenne, sperseN’ha le vivide tinte ad ogni tocco,Ed or, poi che color, bellezza, incanto,Dileguarse, fuggir lo lasci, o soloDerelitto cader... Con laceratiVanni, o con petto insanguinato, ahi! doveAvrà posa la vittima? Qual priaDa la rosa potrà, sua languid’alaSorgere al tulipàn? Potrà beltade,Cui tolto ha un soffio ogni splendor, sua giojaTrovarne ancor dove così splendea?No, sul compagno moribondo, il voloMai non raccoglie il più vivace insetto;D’error che suo non è, pietà non senteIl più tenero cor; femmineo ciglioPiange a ogni duolo, di sedotta suoraAl disonor non mai!...

Uomo ch’affanno di delitto cova,È simìle a scorpion in mezzo al foco;Arde, brilla la fiamma, e chiude, e stringeIl prigionier, sì ch’ei da mille angoscie

Vinto, di sdegno impazza; unico e tristoTrova conforto ne lo ascoso dardo,Ch’ai nemici serbava, avvelenatoChe mai non punse invan; tronca ogni penaCon un tormento sol, e il disperatoCerebro fere. Così ha fin de l’almaTutto l’orror, o così l’alma vitaHa simile a scorpion, in mezzo al foco;Uomo così, cui di crudel feritaIl rimorso ha trafitto, si contorce;Inutile a la terra, esul dal Cielo,Ha sotto i piè disperazion, sul capoTenebrìa, fiamme intorno, e in seno...morte!

Il fosco Hassan fugge lo Harem, nè a voltoDi donna più lo sguardo inclina; in caccieInusitate l’ore sue consuma,E sua non è del cacciator la gioja;Oh, così Hassan mai non fuggì, quand’eraBella del suo serraglio abitatriceLejla!... Ma quì costei più non alberga?...Tel’ dica Hassan; ei solo il può... SommessaVoce intanto sen’ va di labbro, in labbro,

Che Lejla s’involò, mentre all’occasoL’ultimo Sol del Ramazan volgea,E all’immenso Orïente annunziatriciDel festoso Bajram, dai MinaretiAlto splendeano mille faci, e mille.Scender disse a lavacro, e invan furenteCercolla Hassan, perchè di giovinettoGiorgian sotto le spoglie, allor da l’iraScampò del suo Signor, e da la possaDi Moslem lunge, del Giaurro in braccioLa rea s’abbandonò. Lieve ben n’ebbeSospetto Hassan, ma sì gentil, sì dolceEra colei ch’e’ troppo, ahimè! fidosseNe la schiava infedel, cui serbò tombaDegna del suo tradir. A la MeschìtaIn quell’ora fatal ei venne a prece,E tornò quindi a festeggiar securoNel suo Kïosco. I mal veglianti NubjCosì ti narran come Lejla sparve;Ma fama è pur che in quella notte, al raggioTremolante di Fingari, sul negroSuo corridore insanguinar lo sproneIl Giaurro fu visto, e fuggir soloLunghesso il mar, nè scorse alcun, che paggioSeco, o fanciulla in su l’arcion traesse.

L’occhio fisa di timida gazzella,E immaginar ben tu potrai qual fosseDe le luci di Lejla il dolce incanto.Eran ampie così, languide, e brune,Ma l’alma ne splendeva a ogni scintilla,Che lucida fuggìa da le palpebre,Pari a la gemma di Gianscid;... sì, l’alma!Creta spirante, a noi, ne le vezzoseForme, se vuol l’alto Profeta additi,No, per Allà, non fia ch’unqua mel’ creda;Foss’io su l’arco d’Al-Scirat che ondeggiaSul pelago tremendo; a me d’innanteSi dischiudesse il Ciel, e colle destreMe accennasser le Urì tutte del Cielo,Deh! chi potrìa di Lejla giovinettaUn occhiata scontrar, e sacra leggeAversi tal, ch’esser, ma polve, insegnaLa donna solo, inanimato oggetto,Trastullo di fantastico Tiranno?Deh! lei miri il Muftì, vedrà qual ardaNe la pupilla sua raggio immortale!Sovra la bella intatta guancia sparsoHa il melagrano lo sbucciante fiore,Fior che nuovo mai sempre ha il suo vermiglio;Pari a giacinti svolgonsi le chiome,

Se le raccolte ciocche ne sprigiona;E qual maggiore d’ogni ancella s’ergeNe le sale costei, così sue treccieBaciano il suol dove il suo piè si posa,Bianco assai più che non è d’alpe neve,Pria che dal nembo ond’ebbe vita caggiaIl suo candore a macular sul monte.Alteramente va per l’acque il Cigno,Tal su la terra la gentil Circassa,Del Franguestan amabil figlia! InnalzaL’augel del capo le increspate piume,E con ali d’orgoglio il flutto sperde,Allor che il piè de lo stranier s’aggiraSovra la sponda, che il suo laco inserra;E tal sorge di Lejla il niveo collo,E così frena di beltade armataOgni cupida brama, e ne respingeDi folle sguardo ammirator l’omaggio.Come, leggiadro ha il portamento, serbaCosì tenero il cor pel’ suo diletto.....Diletto?.... Oh, dimmi, fosco Hassan! Chi fia?Ahi! tuo non fu nome sì bel, giammai.

Sorto a vïaggio è il fero Hassan, e ventiSórti con lui son pur vassalli suoi,Qual denno i forti, di moschetto armati,E d’attagàn. Duce s’innoltra, e a guerraQuasi egli mova, tal s’adorna; a mancaHa scimitarra, nel migliore intintaArnauta sangue il dì, ch’osâr ribelliA lo stretto mostrarse, e tornâr pochiNe la valle di Parna a dir chi cadde.Quelle ch’ei cinge duo minori canne,Un Pascià già cingea, d’auro e di gemmeFulgenti, ed aspre; il reo ladron le guata,Ma n’ha terror. Va d’una sposa in tracciaHassan; sposa più dolce de la cruda,Di che il fianco ha diserto. Infida schiava!Al suo tetto involossi, e più che infida,Spergiura! corse del Giaurro in braccio.

Brillan del Sol gli ultimi rai sul colle,E ne sfavilla il rìo ch’esce dal fonte,Cui per chiare e fresch’acque benediceL’abitator de la montagna; il GrecoOzioso mercator, qui trova pace,Che cerca invan de la Cittade in seno,

Accanto al suo Signor, tremando ognoraPer gli ascosi tesor; pace quì, doveTiràn non scorge, uom tra i molti schiavo,Or nel deserto libero; qui doveDel vietato licor, colma securoTazza, che delibar non potè maiLabbro di Mussulman.

Ma dove in largo screpolo si parteLa rupe, giugne il Tartaro, di gialloTurbante ornato, e che foriero sempreDe la schiera vïaggia; incedon gli altri,In prolungata fila, il tortuosoStretto girando lentamente, sorgeDe la montagna altissima la vetta,Ove crudo sparviero il rostro aguzza,E d’onde fia ch’ a fero pasto scendaPria che spunti il mattin; gelido scorreAlla falda un torrente, che dal raggioDell’estate s’invola, abbandonandoSquallido letto d’ogni verde nudo,Tranne de l’arboscel, che su la rivaPovero nasce, per morirvi solo.A dritta, a manca, e ovunque ingombro è il calle

Di grigi avanzi del granìto, infrantoDal fulmine del monte, e da l’edaceTempo, giù tratti dall’antica cimaDelle nebbie dell’aere ognor vestita.Oh! ov’è colui che vide in ciel serenoDi Liakura il ciglion?

De’ pini il boscoToccano alfine.» Bismillah! siam salvi;» Schiudesi innanzi la pianura; forte» Punger potremo i Corridor!» esclamaIl Chiaùs, e ancor suonano i suoi detti, ....E sul suo capo già fischia la palla,....E il Tartaro forier morde la polve.Un solo istante è il rattener le briglie,Dai cavalli il balzar;.... ma su que’ dorsiNon fia che tre salgan più mai; nascosiI nemici gli han côlti, e i moribondiChieggon vendetta invan. Coi brandi ignudiCoi moschetti inclinati, appoggio fansiQuei dell’arcion, e del corsier difesa;Questi dietro la rupe il nuovo scoppioStansi aspettando, chè il caderne è greve

Per lo ferir di feritor non visto,E che da’ scogli onde si fe’ riparoUscir non osa. Non discende Hassano,Ch’anzi il cavallo più, e più spinge, e correFin che masnada di ladron discopre;Ma l’unico sentier tanto n’è folto,Che certa omai n’han la bramata preda;In suo furore Hassan la barba arruffa,E sguardi vibra di terribil foco;» Lunge soffj, o vicin, il fatal piombo,» Ben’io scampai da crude, più di questa,» Ore di sangue!.... « Allor dal tristo asìloSbocca il nemico minaccioso, e i suoiChiama a la resa; ma d’Hassano un detto,Un fremito, un girar del fero ciglio,Tremendo è più d’acciaro ostil; a terra,Carabina, o attagàn non volge alcunoDi sua piccola schiera, e vil non odiInsorger grido d’Amaùn! Vicine,E più vicine ancor, mostransi intantoLe ascose genti fuor del bosco, ed altoSui destrïeri avanzansi.... Chi duceÈ di costor? Chi colla destra serraStraniero brando sfavillante?....» È lui!» Or lo ravviso; è lui! Si lo conosco

» A la pallida fronte, all’occhio torvo» Malefico, ond’afforza il tradimento» De l’invido suo cor! Sì lo conosco» Al nerissimo barbero; le spoglie» Veste ei d’Arnauta invan, salvo da morte,» No, costui non andrà; di sua credenza» Vile apostata,.... è lui!.... Di mia perduta» Lejla l’amor! Ben in quest’ora giunse,» Maledetto Giaurro!....»E qual per negreSponde selvaggie, serpeggiando volgeIl fiume a l’Oceàn, e come l’ondaAlto-sorgente in rigogliose, azzurreColonne all’urto regge, e dal suo lidoLontan respinge in vorticose spume,E misti flutti la torba fiumana;E il mare intanto rimbalzato e rotto,D’Aquilo al soffio imperversando, in vastiGorghi s’aggira, o col fragor del tuonoBatte gli umidi vepri scintillanti,E de l’acque vampeggiano i baleniIn terribil bianchezza, su la spiaggiaChe splende, e trema sotto il mugghio orrendo,Così; e come il torrente, e il mar si guatano,Con onde che infuriar denno se scontransi;

Le avverse squadre da insultar scambievole,Da rabbia, e da destin sospinte assalgonsi;I contendenti acciar in scheggie volano,E lunge, e presso, dissonante svegliasi,Su l’orecchio dolente, eco di sibiliE di scoppj di morte; e gli urti, e il gemitoDe la guerra, e il frastuono, assordan l’aere,Sì che intronata n’è la valle, ai canticiUsa più del pastor. Quì pochi i numeriSon de le destre, ma il pugnar terribile,E tal, che voce non ascolta, o palpitoDi vita, e di perdon. TeneramenteL’un su l’altro posar duo giovinettiCuori ben ponno, e le dolci carezzeDividere d’amor; ma amore istessoAnelar non potrìa fervido tanto,Sospirosa beltade a far giuliva,Quant’odio anèla, allor che in fero ed ultimoAmplesso duo crudi rivali afferransi,E nel furor de la battaglia allacciansi,Stretti così, che le conserte bracciaNon fia che mai più da lo stringer sciolgansi;Uniti van, ma per lasciarsi un giornoI fidi amici; di costanza al nomeIrrìde amor, ma se un fatale istante

Ardenti, inesorabili, sospinge,Duo nemici a incontrarse, in atto truceVan’ congiunti sotterra.* * * * ** * * * *

È rotto il brando all’elsa ancor stillanteDel sangue che versò, stretta pur ancoDalla destra che mozza, al ferro infido,Palpita intorno. Il suo turbante è a tergoFesso dove più salde avea le pieghe;E la sfarzosa veste, lacerataDai coltelli, vermiglia è come nemboChe di fosco rossor strisciato all’alba,Qual avrà il giorno tempestosa seraPredice all’uom. Ove un sol brano pendeDel Palampor, ivi sanguigna vediOgni fronda, ogni spino; aperto il pettoÈ da mille ferite, su la terraL’omero posa, vôlta è al ciel la faccia....Tal cadde Hassan, tal giace; semi-chiusoL’occhio abbassato è sul, nemico ancora?Quasi del suo destin l’ultimo istanteSpento non sia, quasi insatollo in senoL’odio gli viva ancor. Con ciglio negro,Come lo insanguinato suo, sta fiso

Su la salma il rival... * * * * ** * * * ** * * * *

» Nel mar profondo,» Lejla sì dorma; più vermiglia tomba» Hassano avrà. Lo spirto di colei» Drizzò maestro al suo rio cor l’acciaro,» Che gli apprese ad amar; il suo Profeta» Invocava il crudel; contro al Giaurro» Vendicatore ogni poter fu vano;» Allà chiamava, e non udita sôrse,» O dispregiata la sua voce. Folle» Pagano tu, che il ciel credesti ai preghi» Di Lejla sordo, e a’ tuoi pietoso!... L’ora» Ben I’ guatai; misto a costor assalsi» In suo vïaggio il traditor; satolla» È l’ira mia; l’opra compiuta;.... io parto....» E solo!....* * * * * * * ** * * * ** * * * *

Il tintinnìo de’ ruminantiCameli udìssi; alto a la grata corseLa madre sua; vide su le pasture

Verdeggianti diffondersi la frescaRugiada de la sera, in cielo videLanguidamente scintillar le stelle.» Imbruna omai,.... nè saran ei ben lunge....»Impaziente dal pergolo s’involaLa donna, e sorge a la difficil torre;Guata;...» perch’ei non vien? Son pur veloci» I suoi destrier, nè per estivo ardore» Unqua fur lassi. Perchè mai lo sposo» Il don promesso non invìa? Cotanto» Gelido ha il cor, o men che suole presto» Muove il barbero suo?.... Stolta rampogna!» Mira! valica il tartaro la vetta,» Del vicin monte;.... cauto giù per l’erta» Ecco discende;.... è ne la valle, e i doni» Ha in sull’arcion.... Ed I’ stolta credea» Tardi i corsieri?.... Oh, giunga! Avrà qual déssi» A lungo camminar, e a la gradita» Foga, larga mercè....» Balzò di sellaAppo la soglia il messaggier, ma a stentoResse il non greve pondo; il fosco visoDipinto avea d’affanno;.... ansia quell’eraForse di lungo viaggio;.... era di sangueLa macchia de le vesti;.... ma dal fiancoDel corridor forse lo trasse;.... alfine

Scoverse il tristo don.... Angiol di morte!È il rosseggiante suo Caftan!.... D’HassanoÈ il lacero Calpak !.... È il suo turbanteDiviso e pesto!....» A fatal sposa, o Donna,» Il figlio tuo n’andò! Me lasciâr salvo,» Per pietà nò, ma perchè il mesto pegno» A te recassi.... Pace sia col prode» Che insanguinato cadde!.... Affanno, al crudo» Giaurro!.... Ei l’atterrò!.... * ** * * * ** * * * * * *Su rozza pietraUn turbante scolpito, una colonnaDi folt’erbe selvaggie ricopertaSì, che mal cerchi del Koran le inciseParole, onde confortasi l’estinto,T’additan dove in la solinga valleVittima cadde Hassan. Ei lá sen’ giace,Fido Osmanlì, quant’altri mai ch’a spregioEbbe il nappo vietato, e le ginocchiaA la Mecca piegò; quant’altri maiPregò all’arca rivolto, e all’orizzonte,Del solenne Allàh-ù ridesto al canto;Ed ei là cadde da straniera manoSul natìo suol trafitto, e là perìo

Fra l’armi, e non vendetta ebbe di sangue;Ma gli fan dolce, a le lor sale, invitoLe giovinette del felice Eliso;E per lui sempre splenderan le sfere,Per gli occhi delle Urì fosco-lucenti.Ecco, movongli incontro; ecco agitandoLe verdi bende accolgono già il forteIn lieto amplesso! Spirò sì, ma degnoDell’Eliso immortal, contro al Giaurro,Chi pugnando spirò.... * * * ** * * * ** * * * *

E tu tristo infedel, sotto la falceVendicatrice di Monkir, le membraContorcerai; tu, dal crudel governoSe scampar ti fia dato, al tenebrosoSeggio d’Eblìs errante andrai d’intorno;In non mai spento, inestinguibil focoVivrà il tuo cor, nè labbro dir, nè orecchioUdir potrìa di quel segreto infernoTutte le angoscie; ma, dentro a la fossaAnzi che sciolto sia il tuo fral, in terraVampìro tornerai; sul natìo suoloOrribilmente vagolando, il sangueSuggerai di tua razza; in somma notte

A la sposa, a la figlia, a la sorellaOgni fonte di vita, entro le veneEssiccherai, da sovr’umana possaSpinto al nefando pasto, onde tua scarna,Movente salma nutricar si debbe;E le vittime tue, l’ultimo spiroPria di mandar, padre, fratel, consorteConosceranti, o dèmone, imprecandoTe, d’essi imprecator; così fia spersoOgni tuo fiore su lo stel.... Pur una,Giovin più, più a te cara, udrai col dolceNome di Padre addomandarti, e fiammaSarà, che il cor t’avvincerà, quel nome.Ma l’opra tua compirai tu; l’estremoColorarsi vedrai de la sua guancia,E la scintilla di sue luci estrema,E il vitreo sostener sguardo dovrai,Che il non più vivo azzurro alfin ne agghiaccia.Con empia man de’ biondi suoi capegliAllor le treccie strapperai, le treccieDi che una ciocca un dì recisa, pegnoD’amore söavissimo portavi;E or svellerle dovrai tutte, e compagneDel tuo feroce agonizzar recarle.Del tuo sangue miglior, stillerà intanto

Il digrignato dente, e il labbro immondo,E lento, lento, incederai ver’ l’atroSepolcro tuo, coi démoni, e le erinniA delirar, finchè d’orror compresiTe pur essi non fuggano, te, oscenoSpettro di lor più maledetto....* ** * * * *

» Nome, dimmi, qual ha, quel ch’I’ là scerno» Calojero solingo? Le sembianze» Ne scôrsi io già su la mia patria terra;» Molt’anni or son, dacchè pungere a fuga,» Per ermo lido tal corsier lo vidi,» Qual mai di cavalier fu pronto all’uopo,» E così vinto dall’interno affanno,» Ch’obbliarlo impossibile mi fue.» Parmi che come allor, negro lo spirto» E’ serbi ancora, quasi impressa rechi» La morte in fronte....» —» A la novella estate» Gli anni due volte fiano tre, ch’apparve» Fra noi quest’uom, tetto cercando, e asìlo,» Per tal opra di tenebre, che mai» Svelar non volle; a vespertina prece» Unqua con noi non scende, e penitente

» Mai non si prostra, nè di salmo, o incenso,» Ch’al Cielo salga ha cura; entro sua cella,» Come la fede, sconosciuta ei serba» Così la stirpe sua; per l’onde venne» Da suol pagano; qui dal lido ei sorse;» Nè de la razza ei par d’Otmàn; e faccia» Ha solo di Cristian. Credei quest’uno,» Sempr’io di quei, che per Macon la santa«Nostra legge tradîr, ora del sozzo» Scambio pentito; ma l’augusta immago» Ei fugge ognora, nè di sacro cibo» L’alma nutrìca mai; largo di doni» Fu a queste mura, ond’è che molto l’ama» Il rettor nostro... ma foss’io quì primo,» Non un sol giorno ancor, potrei di questo» Stranier l’aspetto sopportar, o chiuso» In carcer tetro, ad espiar suoi falli» Per sempre il dannerei. Spesso l’udresti,» Di fanciulla nel pèlago sommersa» In sue visioni mormorar; di brandi» Scontrantisi, d’oltraggi, di vendetta,» Di nemici fuggenti, e d’un trafitto» Mussulman, e sul monte pur fu scorto» Delirar, quasi vólto a insanguinata,» Or, or dal braccio suo natìo recisa,

» Destra, che vede ei sol, e che gli accenna» De la tomba il cammin, e ne lo adesca,» A balzar dentro l’onde.* * ** * * * *

Fosco, e non di quaggiù, sotto al suo brunoCappuccio arde il cipiglio, e andati eventiIl balenar de l’ampia sua pupillaSvela, ahi, pur troppo! Sebben varia splendaD’indistinto color, fera è cotantoChe, de lo scontro suo pentito, altroveSpesso l’audace scrutator n’è vólto.Perchè quell’ivi è ascosa, e di lì parla,Da altro niuno parlabile favella,Che non ha in terra nome, e la sfrenataAlma superba, che su l’alme imperoVuole, e il mantien. Pari a l’augel che i vanniSquassa tremando, ma fuggir non puoteDa l’angue amaliator che lo rimira,Sotto lo sguardo di colui s’agghiacciaOgnun che il fisa, e sì che più non curaL’occhio evitar, cui sofferir mal regge.Mezzo atterrito il fraticel solingoPer via lo scansa, quasi inganno, o temaQuel ciglio infonda, e quel sogghigno amaro.

Nè spesso a riso scende, ma se il voltoA riso egli compon’, orrendo alloraÈ a mirarsi così, come se crudoAl misero irridesse. Oh, come il labbroS’aggrinza, e trema! come poi s’arrestaQual se per sempre, o qual se duolo, o sdegnoDi mai più non sorridere gli imponga!Ed, oh pur fosse! Sì terribil giojaDi piacer mai non nacque. Assai più tristoDipinger fora que’ che fur già affettiSu la sua faccia. D’invariabil segno,Il tempo ancor non la solcò; ma un mistoSu vi sparse di fulgide sembianze,E d’aspetto malvagio, e v’è tal tintaChe non fu sempre squallida, e che svelaSpirto sozzo non tutto da le colpe,In che s’immerse. Oscurità di duriCasi la crede, o giusta pena, il volgo;Ma più severo indagator discerneIl nobil core in lui, l’altera stirpeIndarno, ahi! spesi. Ben potè il delitto,L’una macchiar, l’altra cangiar l’affanno,Ma vil non era chi in bel don le ottenne,Sebben compreso da spavento, in luiOgni sguardo or s’affisi. Umìl capanna

Squarciata, e senza tetto, in suo vïaggioPasseggier non arresta; eccelsa torre,Ben che vinta dai turbini, e dall’armi,Se un merlo solo anco ne sorga, l’occhioDe lo stranier chiama, e atterrisce; l’arcoFra l’edera nascoso, ed il solingoPilastro, narra alteramente i fastiE le glorie passate; * * * * ** * * * ** * * * ** * * * *

» L’ondeggiante» Veste d’intorno a sè raccolta, ei move,» Lento fra le colonne; spaventoso» A chi lo mira, fosco ei pur guatando» L’opra, onde santo è più l’altar. Ma, canto» Se l’aula scuote, ma se il pio si prostra,» Ei si dilegua allor; sotto a quegli archi,» Di quell’unica face al dubbio lume,» L’aspetto suo, come fiammeggia!... E quivi» Ei si starà fin’che si compia il rito;» Le preci udrà, ma non sciorranne; oh, il mira» Appo a quel muro, a quel baglior! Caduto» Su l’omero è il cappuccio, e giù discende» Ispido, e si contorce, e s’innanella

» Il nero crin su la pallida fronte,» Quasi v’abbia, nerissima una treccia» De l’angui ch’erran sul suo capo orrendo» La gòrgone, diffusa. Ancor ch’a noi» Simile il vegga, ei nostre leggi abborre,» Ond’è che folte di profana chioma» Lascia così le tempia, e non pietate,» Quell’è, ma orgoglio sol, per cui tant’empie» Di tesor’ queste mura, che nè salmo» Nè voto mai de la sua bocca udiro.» Or mira, deh! ch’in più forte concento» L’armonìa de le lodi alto si spande,» Quella squallida guancia, e quello starsi,» Siccome pietra immoto, ed il sospetto,» E il disperar di quel sembiante! Al tempio,» Spirti del ciel ne lo togliete, pria» Che lo sdegno di Dio, con più tremendo» Segno, a noi s’appalesi! Oh, se mortale,» Spoglia un giorno coverse angiol di colpa,» Genio infernal, certo quell’è ch’ei reca!» Nò, pel’ perdon de le peccata mie,» Di che tanta ho speranza, non terreno,» Nè fù celeste quello sguardo, mai!...»* * * * ** * * * * *

Servi d’amoreSono i teneri cor; ma non possenteRegna sovr’essi amor. Timidi, ahi, troppo!Mal dividon sue pene; e i suoi periglj,E il disperato viver suo mal sannoAffrontare que’ miseri; ma il forte,L’altero cor, cruda qual è riceveLa ferita, cui tempo unqua non sana.Metal così s’infoca anzi che brilliLa sua ruvida faccia, e quando in gremboDe la fornace, tra le fiamme è spintoSi contorce, si scioglie, si confonde,Pur natura non cangia; indi tempratoAll’uopo tuo, pel’tuo voler dà morte,O da morte ti salva, usbergo in l’oraDe la battaglia, o spada che nel sangueDel nemico si tinge; ma se formaDi pugnal ei riceve, oh, tremin’ essiCh’affiláro il suo taglio! ... E così focoD’amor, così femmineo dolce ingannoOgni più duro cor soggioga, e muta.Ei ne tragge l’aspetto, ed il costume,Qual diventa rimàn, e pria si spezza,Ma più non torna a la sembianza antica.* * * * *

Lieve è al meschin che cessi il duol conforto,Se mesta solitudine il circondaPoi che il duolo cessò men crudo foraAl vuoto sen l’affanno ond’era colmo.Abborre l’uom quello che niuno in terraCon lui divide; tormentoso è il beneChe godersi dee solo, e al cor che restaDesolato così, convien sollievoTrovar nell’odio alfin. Misero core!Ei vive sì, ma qual vivrebbe salma,Che a sè d’intorno trascinarsi il freddoVerme sentir potesse, e allor che il sozzoSul sonno suo corrompitor festeggia,Abbrividir, ma d’ogni forza priva,Onde il lento scacciar de la sua cretaDivorator. Misero core, ei vive!Ma simile all’augello del deserto,Che il sen col rostro si dilania, e acchetaIl pigolar de l’affamata prole,Nè un lagno manda, per sua vita in ellaCosì trasfusa, se il devoto pettoRecando ai figlj, abbandonato il nidoTrovasse, e i figlj via fuggiti. AcerbaTanto, pena non v’ha che all’infeliceDolce non fora, nell’orrendo vuoto,

Ne l’arido deserto de la mente,E degli invano palpitanti affetti,Fra l’immensa ruina. Anzi che l’ondeNon affrontar più mai, terribil menoDe la tempesta è il rugghio; anzi che starseNaufrago solitario in ermo lido,In silenziosa baja, o in triste calmaLanguir non visto su lo scoglio, morteSotto il gorgo fremente aversi è dolce...* * * * ** * * * *

» Padre! In uffici numerati e santi,» E in preghi innumerevoli consunti,» Fur di pace i tuoi giorni; e l’uom da colpa» Rattener; te, da colpa intatto, e scarco» Da cure atre, serbar, nè altro che i lievi» D’ognun che vive passeggieri danni» Paziente sofferir, destin fu questo» De’ tuoi verd’anni, e de’ canuti, salvo,» Felice te! da l’ira de’ furenti» Indomabili affetti, che ti svela» Il mesto peccator, quando suo’ falli» E il segreto suo duolo a te confida,» E tu pietoso dentro al cor l’ascondi.

» Ma i pochi giorni miei, quaggiù passaro» In molta gioja sì, ma in più d’affanno.» Pur nell’ore d’amor, ne le trist’ore» De la sventura, mai penar di vita» Vinto non hammi, e degli amici in seno,» O de’ nemici fra le insidie avvolto,» Languente posa non conobbi I’ mai.» Ed or che nullo più ad amar mi resta,» Nullo ad odiar, ora che orgoglio e speme» Taccionmi in petto, me’ che fiso starmi» Contemplator d’invarïabil die,» Agitarmi vorrei, pari a l’immondo» Verme rosicator, che rampicante» Va, per lo muro su di prigion tetra...» E pur si cela in questo cor desìo» Di pace! ma provar quel che sia pace,» Bramar non so; tanto desìo ben tosto» Appagherà il mio fato, e allor sotterra» Io dormirò; ma senza il caro sogno» De’ miei sonni passati, e che pur caro» Sarìami ancor, sì, ancor che negro, o padre,» Come fur l’opre mie! Tomba di gioje,» Morte, ahimè! da lungh’anni, è la mia mente,» E sol ne la speranza è il lor destino;» Oh quand’esse perir, perch’io non caddi,

» Pria che sì dura trar vita di guai!» E non da angoscia d’incessante pena» L’alma mia rifuggì; non de lo stolto» De le passate etadi, e non del tristo» Di nostra età la volontaria tomba» Unqua cercò. Di morte al diro scontro» Non m’arretrai; dolce trovarla in campo» Stato mi fora, chè di gloria almeno,» E non servo d’amor côlto m’avrìa.» Morte I’ sfidai, non per desìo d’onore;» Via di bassa mercè, via d’alta fama» Altri si schiuda; conquistati allori,» Palme perdute, io sol rimiro, e rido.» Ma tal cui degna del mio braccio estimi» Ponmi all’occhio d’innanzi un altra fiata;» Pon la vergine ch’amo, o l’uom che abborro,» E tra le spade, e il turbin de le fiamme» Su l’orme del destin, a suo talento» Uccidere, o salvar, tu mi vedrai.» D’uomo ch’oprar quel che già oprò vorrìa,» Non dubitar, parole udisti. Morte» Affrontano gli eroi; sorte del fiacco» È l’aspettarla; il misero l’invoca.» Torni la vita al suo Fattor; felice» Quand’era e forte I’ non tremai; degg’io

» Ora tremar!... Perchè! * * ** * * * ** * * * * *

» Padre, I’ l’amai!» Sì, l’adorai! ma quello dirti è poco,» Ch’ogni labbro potrìa; più che col labbro,» I’lo provai con questo braccio. Sangue» Sta su quel brando, nè l’orrenda macchia» Mai dal suo ferro partirà. Versosse» Per lei, che morte ebbe per me; le vene» Accese ei già d’un abborrito core...» Non ti turbar, no, non prostrarti, ch’opra» Questa non è che rammentar tu deggia» Fra le mie colpe; allor ch’a te fia noto» Ch’era colui di nostra fè nemico,» Che su l’empia sua bocca moribonda,» D’assenzio amaro più, del Nazareno» Il nome sorse, all’opra mia perdono» Concederai tu allor. Ei cadde, e, stolto!» Ingrato! non pensò che per acciaro» Cui man tratti di prode, e per ferita» Di Galileo vassi a le eterne sale» Del suo Profeta, e impazïenti, e vaghe» Del giugner suo su le felici porte» Vegliavano le Urì...Sì, ch’io l’amai!

» Per lochi orrendi, ove di preda in cerca» Ne manco entrar lupo vorrìa, si schiude» Amore anco un sentier; oh, s’ei può tanto,» Crudo ben fora sul difficil calle» Non trovar guiderdon!... Pur io non l’ebbi;» E quando, e dove I’lo cercai, ma indarno,» E perchè invan lo sospirai, mal giova» Ch’or tu mi chiegga. Dentro al cor talora,» E n’ho rimorso, inutile una brama» Sento, ch’amato non m’avesse mai!» Morì... Di più dirti non oso... Oh, leggi!» Leggilo! È scritto sul mio ciglio; in note» Che tempo non cancella, ivi il peccato,» Ivi il decreto di Caïno è scritto!» Non condannarmi ancor; t’arresta; m’odi;» Non io l’uccisi; di sua sorte solo» I’fui cagion, ed ei sol fe’ quel ch’io» Pur fatto avrei, se, più che ad uno, infida» Cólta l’avessi... Lui tradì; la spense» Il braccio suo; me dolce amava; ei giacque,» E per mia man. Del suo tradir colei» Ebbe da lui mercè; ma per me fede» Fu il suo tradir, chè il cor dato m’avea,» Unico il cor, cui tirannìa non possa» In servitù condurre! ed ahi, che tardo

» A salvarla giuns’io! pur giunsi; e allora» Quant’era in me possa d’oprar, oprai,» E, a confortarla almen, spinsi quel crudo» Sotterra ad abitar. Ei cadde; appena» I’ lo rammento; ma il destin di lei!» Oh il suo destino! qual mi vedi o padre,» Qual odiar mi vorresti, or m’ha ridutto!» Fisso era il fato di colui; l’austero» Tahìr ben gliel’ dicea, che di vicina» Morte il colpo suonar, profondo, oscuro,» Su l’orecchio profetico gli feo» A lo stretto ov’ei giace, e seco ha i suoi.» Ne la mischia ei perì; nel fero istante» In che di stento, e di dolor è muto» Ogni pensier, d’aïta un grido ei spinse» A Macometto, ad Allà un prego; audace» Mi conobbe, m’assalse. I’ lo guatai» Là dove ei cadde, e il guatai sì, che vidi» Lo suo spirto fuggir. Cadde, qual cade» Pardo da stral di cacciator trafitto,» Ma tormento simìle a quel che m’ange,» No, non provò. D’un lacerato core» Cercai le traccie sul suo volto indarno;» Non rimorso, ma rabbia avea composta» Di quell’orrida salma ogni sembianza.

» Oh, quanta mai, scorto vendetta avrìa,» Disperazion su la morente faccia,» In quell’ora terribile, in che tardo» È ogni pentir, e penitenza vinta» È sì, che più una lagrima non versa» Sul terror de la tomba, e non consola,» E più salvar non può!... * * ** * * * ** * * * * *

» Gelido il sangue» Empie le vene a chi la vita s’ebbe» Sotto gelido ciel; d’Amore al nome,» L’Amor ch’ei sente riconosci appena.» Ma qual flutto di lava, che nel grembo» D’Etna ignivomo bolle, il sangue mio» Sorgea così. No, che in languente metro,» L’amor di lei, di sua beltà l’incanto» Non ti poss’io ridir! Se ardenti fibre,» Se cangievole faccia, e labbro avvezzo» A fremito di duol, non a querela,» Se delirante cerebro, se cuore» In fiamme ognor, se audaci imprese, e brando» Vendicatore, se quanti I’ penai,» E quant’io peno, se, più ancor di queste,» Acerbe prove, segni son d’amore

» Quel mio, ben era amor. Gemito mai,» Non mai sospir, su le mie labbra apparve;» Morte invocar io seppi solo, e morte,» Vedi, s’appressa. Oh, vegna alfin! Fu mia» Lejla! Beato I’ fui!... Sorte ch’io volli,» Di’, poss’io rampognar?Tutto perdei!» E reggo ancor, di Lejla mia trafitta» Tranne al pensier. Deh! rendimi pur mista» A l’affanno la gioja, ed io ritorno» A la vita, e a l’amor! Per chi sen’muore,» Padre, non gemo io no; per lei sospiro,» Per lei sol che morì; sotto il movente» Gorgo ella giace; oh, perchè in terra, fossa» Non diérle i crudi! Il mio straziato cuore,» L’inquieto desir, cercarla almeno,» E trovarla potrebbe, e il breve tetto» Dividere con lei! Forma di luce» Era colei, forma che, se la scorgi,» Parte si fa degli occhi tuoi; sorgea» Ovunque i lumi io rivolgessi, innanzi» A la mia mente ognor, amica stella!» Candida stella del mattin!....Sì Amore» Luce è del Cielo! Sì, favilla Amore

» È del foco immortal, che l’uomo in terra» Coi Celesti divide; all’uom concesso» Perchè ogni abbietto suo desìr da questo» Basso loco sollevi; all’alma è scorta» Devoto affetto, ma ver’ lei mutato» In amor scende il cielo; oh! pensier dolce» D’eterna mente, ch’a le nostre toglie» Ogni sozzo pensier! Raggio di Lui» Che del tutto è fattor! Terrena brama» Ben fu quella che m’arse, e si che nome» Mal si merta d’amor; qual più vuoi, colpa» Padre l’appella; ma di’ solo, oh! dimmi» Che rea Lejla non era; di mia vita» Face secura... è spenta! Or deh, qual raggio« Per la mia notte brillerà! Splendesse,» Oh sì! splendesse almen su la mia morte,» Sul più fatal de mali miei!Stupito» Perchè ti veggio io mai, di chi perdèo» Ogni gioja di vita, e ogni speranza,» E docile il suo duol più non sostiene,» E feramente il suo destino accusa,» Ed a sventura, in sue terribil’opre,» In suo cieco furor, delitto aggiugne?» Ahimè! quel core, ch’entro al sen nascoso

» Nuota nel sangue, di nemico ferro» Colpo non teme; chi giù da felice» Vetta precipitò, pensier non ebbe» Dell’abisso ove cadde; orrende, o veglio,» Come di negro vùlture, d’innanzi» Hai le mie colpe;... lo spavento io scerno» Già sul tuo ciglio,....tu mi abborri!... E tanto» Nacqui io dunque a soffrir?.... Strage per tutto» Come il rapace volator io sparsi,» Ma a morir, ma ad amar d’un solo amore» La tortora m’apprese. Oh, vedi scuola» Che la mesta dal nido all’uomo porge,» E l’uom superbo ne la spregia! In grembo» Al felcèto l’augel col dolce canto» L’unica invoca sua compagna, il cigno» Nel caro lago col nuotar leggiadro» La cerca ei pur...Folle, chi irrìde a casto,» Immutabile ardor! Di beltà vana» A più vana beltà, volubil’ erri,» Non invidia, o desìr, di sue variate» Gioje me punge, del solingo cigno» Apprezzo io men’uomo che in petto chiude» Un cor sì fiacco, o non ha cor. Abbietto» Mortal, sì, abbietto più de la fidata» Fanciulla incauta ch’ei tradì! Vergogna

» Tanta i miei giorni non ricopre almeno!» Solo mia Lejla tu, di questa mente» Fosti pensiero ognor, tu mio tesoro,» Amor mio, tu mia colpa, affanno mio,» Tu lassù mia speranza, in terra tutto!....» Donna simìle a te, no che non serba» Ora più il mondo, o per me invan la serba,» E ardire io non avrei di mirar Donna» Che fosse a te simile, e te non fosse!» Deh, per le colpe, ond’i begl’anni miei» Fur guasti sì, da questo deh, ’ve giaccio» Letto di morte, tardo, ahi troppo! un pegno» De la mia fè ricevi, oh tu, che dolce,» Qual eri, or sei di questo sen tormento!

» E andò perduta!.... ed io rimasi,.... vivo,» Ma non di vita d’uom; chè al cuore intorno» Mi s’attorse un serpente, e sì mi punse,» Ch’ogni pensiero mio destò a conflitto.» E tempo, e loco odiai; lo dolce aspetto» Fuggii tremante di natura, e negro» Come il mio sen, ogni più bel colore» Al mio sguardo si fe’. De’ casi miei» L’orrenda fin’ or tu conosci, e il duolo» Che mi divora, e le mie colpe. Il mondo

» Me penitente non vedrà, ch’omai,» E ben tu il scerni, dipartirmen’ deggio;» Oh, perchè i santi preghi tuoi non ponno» Tanto lassù, che quel che fu, non sia!» No che ingrato io non son; ma tanto affanno,» Credi, sperar da te non può conforto;» Mira de l’alma, deh! l’angoscia estrema,» E s’hai di me pietà, contempla, e taci.» Rendimi Lejla, ond’io ritorni a vita,» E supplice m’avrai del tuo perdono,» E in Cielo allora di votive preci» Farai tesor per me.... Vanne, blandisci,» Solinga lïonessa a cui dall’antro» Rapì la man del cacciatore i figlj,» E la placa, se puoi. Deh, a la sventura» Non insultar,!.... non lusingar mie pene!...

» In quei primieri dì d’ore tranquille,» Allor che dolce è sì d’un cor nell’altro» Versar gli affetti; là dove fiorente» Il grembo è più de la natìa mia valle,» Aveami;... ed or?.... chi sa!.... fido un amico.» Questo, deh tu! di giovanile amore» Pegno gl’arreca; fia memoria almeno» Del fin mio tristo. In procellosa vita

» L’anima assorta, scarsi, è ver, concesse» Pensieri a dritto d’amistà lontana;» Pur caro ancor, questo perduto nome,» Credi, gli suonerà. Di mia rea sorte» Profeta ei fummi; I’ ne sorrisi,... e allora» Sorriderne potea; parlò, ma invano,» Prudente il labbro suo; prego o consiglio» Non valse, no;... ma ben va rimembranza» Or momorando i non creduti accenti.» Digli, del mio destin compiuto alfine,» E inorridir de’ negri suoi presagi» Tu lo vedrai, tu de le sue parole» La fatal veritade odiar l’udrai.» Digli, che in sen di tante cure, i giorni» Aurei di nostra giovinezza appena» Rammentar I’ potei; ma che in l’estreme» Angoscie, digli, a benedir suo nome» La moribonda bocca mia si schiuse;» Ahi, forse il ciel ne l’ira sua disperde» Voto ch’a prò del giusto il reo gli manda!» Digli, ma non che immaculato ei serbi» Il nome mio; troppo è gentil quel core,» Perchè l’oltraggio io ne paventi, e fama» Più non apprezzo omai. Nè ch’ei non pianga» Chiedi per me, ch’ingiuria fora; oh, tomba

» Di fratello, qual mai, confortatrice,» Più de la sua, stilla bagnar potrìa?» Porgigli quest’anel, fu suo... Gli narra» Quello ch’or vedi... Illanguidite forme,» Sconvolta mente, ed aggrezzato frale,» Di mal dome passion naufragio immenso...» Foglia appassita, cui la fredda sperde» Brezza autunnal!* * * ** * * * *

» Non d’abbagliante raggio» Di fantasìa, più mi favella. Padre!» Sogno non fu, chè il sognatore, ahi! pria» Chiude al sonno le luci,... e I’ vegliai sempre,..» E di pianger bramai, ma l’arsa fronte» Palpitò, com’or palpita il mio core,» E pianger non potei... Sì, come un giorno,» E nuova, e dolce, e cara, io la bramai» Una lagrima sola, e ancor la bramo,» Ma d’ogni mio voler, più forte insorge» Disperazion, d’ogni tua calda prece» Possente più. Viver potessi lieto,» I’ nol vorrei; felicità non curo,» Pace sol chieggo! ... E tal divenni allora» Ch’Io la rividi, o Padre! Un’altra fiata

» Visse colei, sì visse, e radïante» In sua candida gonna, al par dell’astro» Che fra le grigie, là, pallide nubi» Or io rimiro, come allor mirai» Lei che amabil così volgea lo sguardo;» Negra vegg’io la tremula favilla,» E ben la notte di domàn più negra» Fia che la vegga! Inanimata spoglia,» Ma vivente terror, pria che il suo raggio» Spunti, io sarò. Padre, io deliro!... Sento» Ch’al confin de la vita omai sen’fugge» Lo spirto mio... Sì, ch’io la vidi... e sórsi» Dei nostri affanni immemore!... Balzando» Da le coltri l’afferro, e stringo, e premo» Sul disperato sen... Premo?... Chi mai?...» Non bocca che respiri in tanto amplesso?...» Non cuor che batta, ed al cor mio risponda...» Pur quel sembiante è tuo! tue son le forme!» E sei tu Lejla? Lejla amata? E or tanto» Cangiata, e sì che l’occhio mio ricerchi,» E a la destra t’involi? Oh, sia pur fredda,» E quale or, sempre tua beltà! Ma al seno» Stringanti queste braccia, o caro oggetto» Cui sostener bramaron ’tanto... Ahi, lasso!» Ombra vuota se’ tu, ritornan vuote

» Al solitario petto... Eppur costei,» Mirala, è qui, con fulgid’occhio e negro,» Col crine avvinto, mutola, accennando» Con mano supplichevole... Menzogna» Quello fu, che narrar; nò, non morìo,» Che morir non potea... Ben ei fu spento» Entro a la valle, e dove cadde, il vidi» Discender ne la fossa... e quì non viene,» Chè da la dura terra, ond’è coverto,» Uscir più, non potrìa... Deh! perchè desta» O Lejla mia se’ tu? Disser’ ch’enormi,» E spaventose s’aggiravan’ l’onde» Su le forme ch’adoro, e su la faccia» In che m’affiso; disser’... ma quell’era» Orrend’istoria, nè ridirla io posso,» Perchè il labbro vien’manco... Oh! Se dal fondo» Del marino tuo speco, è ver che giugni» A chieder tomba più tranquilla, stendi,» Lejla mia, deh!, l’umida man su questa» Fronte, onde più non arda, e sul mio cuore,» Che più speme non ha, posa il tuo dito.» Ombra, o donna, qual sii, più dal mio fianco» Per pietà non fuggir, o teco lunge,» Più che vento non spinge, e flutto corre,» Porta l’anima mia!...

» Quest’è il mio nome,» Padre, e son que’ ch’ udisti i casi miei;» Tutte spirai nel tuo segreto orecchio» Le pene ond’I’ mi dolgo, e a te son grato» Del generoso lagrimar, che mai» Non versâr le mie gelide pupille.» Appo al più umile degli estinti adagia» Questo mio fral; povera croce sorga» Sul capo mio; non marmo nò, non cifra» Cui legga lo stranier, e il passo arresti» Del pellegrin...»Così morìo: quel tranne,Che lo pietoso nel terribil giornoUdìo, nè può ridir, avanzo, o segnoDi sua stirpe non resta, e del suo nome;E sola istoria, è questo rotto carmeDi lei che tanto amò, di lui che uccise.