PARALLELO
FRA
DANTE E PETRARCA
L'un disposto a patire, e l'altro a fare. Dante, Purg. Cap. XXV.
1. Nel secolo di Leon X una erudizione strabocchevole dilagò per ogni dove, e spinse le raffinatezze della critica tant’oltre, da preferire perfino la eleganza del gusto agli ardimenti del genio. Così le leggi della lingua italiana furono desunte, e i modelli di poesia trascelti unicamente dalle opere del Petrarca; il quale essendo allora pubblicato superiore a Dante, la sentenza rimase, fino a’ tempi nostri, inconcussa. Lo stesso Petrarca non fa divario da Dante ad altri ecclissati dalla propria fama, e così li mesce:
Ma ben ti prego, che ’n la terza spera Guitton saluti, e messer Cino, e Dante, Franceschin nostro, e tutta quella schiera.
Son. 246
Così or quinci, or quindi rimirando Vidi in una fiorita e verde piaggia Gente, che d’amor givan ragionando. Ecco Dante, e Beatrice; ecco Selvaggia; Ecco Cin da Pistoia; Guitton d’Arezzo. — Ecco i duo Guidi, che già furo in prezzo; Onesto Bolognese; e i Siciliani.
Trion. d’Am. cap. 4.
Il Boccaccio, perdutosi d’animo per la fama di questi due sommi maestri, erasi proposto di ardere le sue poesie; ma il Petrarca ne lo distolse, scrivendoli in tal’aria di umiltà, che non troppo si accorda col carattere di un uomo, il quale di sua natura non era ipocrita. «Tu se’ filosofo e cristiano, dic’egli, e pur sei mal contento di te stesso, perchè non se’ illustre poeta! Dacchè altri occupò il primo seggio, sii pago del secondo ed io mi piglierò il terzo». Il Boccaccio, accortosi dell’ironia e dell’allusione, mandò il poema di Dante al Petrarca, scongiurandolo «a non voler disdegnare di leggere l’opera d’un grand’uomo, dal capo del quale l’esilio e la morte, che lo rapì nel vigore della vita, avevano strappato l’alloro.» «Leggilo, te ne scongiuro; il tuo genio si estolle fino al cielo e la gloria tua si estende oltre i limiti della terra: ma considera, essere Dante nostro concittadino; aver lui dimostro quanto la lingua nostra si puote; la vita sua essere stata sciagurata; lui avere impreso e sostenuto ogni cosa per la gloria; ed essere tuttavia perseguito dalla calunnia e dall’invidia fino dentro del suo sepolcro. Se tu lo lodi, onorerai lui, onorerai te stesso, onorerai l’Italia della quale se’ tu la gloria maggiore, e l’unica speranza».
II. Il Petrarca, nella sua risposta, mostrasi corrucciato «di poter essere creduto geloso della celebrità di un poeta, il cui sermone è ruvido, sebbene i concetti ne sieno sublimi». — «Tu devi tenerlo in venerazione, e portargli gratitudine, siccome alla prima face di tua educazione, laddove io nol vidi mai, fuori d’una sola volta, dalla lunga, o a meglio dire mi fu additato, mentre io era ancor fanciullo. Fu esiliato lo stesso dì in compagnia del padre mio, il quale si sobbarcò alla sua disgrazia, e si diè tutto alla sola cura de’suoi figliuoli. L’altro, per lo contrario, resistette, e, sollecito unicamente di gloria, tutto il resto dopo le spalle gittato, proseguì per la via che aveva impresa. Se ancor vivesse, e se il suo carattere fosse stato al mio così conforme, come fu il suo genio, non avrebbe avuto migliore amico di me». Questa lettera affastellata di contraddizioni, d’ambiguità e d’indirette apologie, accenna l’individuo per circonlocuzioni, come se il nome ne fosse taciuto per cautela o per timore. Pretendono alcuni, che a Dante non si riferisca; ma la lista, che tuttor si conserva autentica, de’ Fiorentini il dì 27 gennaio 1302 sbandeggiati, contiene i nomi di Dante e del padre di Petrarca, nè v’ha in quella nome d’altro individuo, al quale veruna delle circostanze menzionate nella lettera possa convenire, laddove ciascuna, e tutte prese insieme, esattamente convengono a Dante.
III. Questi due fondatori dell’italiana letteratura furono largiti di genio disparatissimo; proseguirono differenti disegni, stabilirono due diverse lingue e scuole di poesia, ed esercitarono fino a’ tempi nostri differentissima influenza. In vece di scegliere, come fa il Petrarca, le più eleganti e melodiose parole e frasi, Dante crea spesso una lingua nuova, e fa tributari quanti dialetti ha l’Italia, a fin che gli somministrino combinazioni, che possano rappresentare, non pure le sublimi e le belle, ma ben anche le più comuni scene di natura; tutti i grotteschi concepimenti di sua fantasia; le più astratte teoriche di filosofia, e i misteri più astrusi di religione. Una semplice idea, un idioma volgare assume diverso colore e spirito diverso dalla loro penna. Il conflitto di opposti proponimenti suona nel cuore del Petrarca, e tenzona nel cervello di Dante.
Nè sì nè no nel cor dentro mi sona. - Petr. Che sì e no nel capo mi tenciona. - Dante At war twixt will and will not. - Shakespeare.
Tasso espresse lo stesso concetto con quella dignità, da cui mai non si diparte:
In gran tempesta di pensieri ondeggia.
Pure questo non solo rivela una imitazione del magno curarum fluctuat aestu di Virgilio; ma Tasso, col paventare la energia dell’idioma sì e no perdè, come fa troppo spesso, il grazioso effetto che si produce col nobilitare una frase volgare; artificio però che nella pastorale dell’Aminta adoperò felicissimamente. Il concetto che aveva dell’epico stile, fu sì raffinato, che, mentre egli risguardava Dante «siccome il maggior poeta d’Italia» sovente asserì «che se non avesse postergato la dignità e la eleganza, sarebbe stato il primo del mondo». Dante, non v’ha dubbio, diede anche talvolta commiato al decoro e alla perspicuità; ma sempre per crescere fedeltà alle dipinture o profondità ai concetti. Egli dice a se:
Parla, e sii breve et arguto.
Dice al suo lettore:
Or ti riman, lettor, sopra il tuo banco, Dietro pensando a ciò che si preliba, S’esser vuoi lieto assai prima che stanco, Messo t’ho innanzi; ormai per te ti ciba.
IV. Quanto è al loro verseggiare, il Petrarca conseguì il piccolo fine dell’erotica poesia: che è di produrre un costante musicale trascorrimento di concenti inspirati dalla più dolce delle umane passioni; laddove l’armonia di Dante è meno melodiosa, ma è spesso il frutto di più efficace artificio.
Se io avessi le rime et aspre e chiocce, Come si converrebbe al tristo buco, Sovra il qual pontan tutte l’altre rocce, Io premerei di mio concetto il suco Più pienamente, ma perch’io non l’abbo, Non senza tema a dicer mi conduco. Chè non è impresa da pigliare a gabbo Descriver fondo a tutto l’universo, Nè da lingua che chiami mamma o babbo. Ma quelle donne aiutino il mio verso, Che aiutaro Anfione a chiuder Tebe, Sì che dal fatto il dir non sia diverso.
Qui il poeta accenna ad evidenza, che il dar colore e forza alle idee col suono delle parole è uno de’ necessari requisiti dell’arte. I sei primi versi sono aspri per una successione di consonanti. Ma, allorchè descrive un soggetto al tutto diverso, le vocali fanno più scorrevoli le parole.
O anime affannate, Venite a noi parlar, s’altri nol niega. Quali colombe dal disio chiamate, Con l’ali aperte e ferme, al dolce nido Vengon per l’aere dal voler portate.
Il disegno del poema di Dante richiedeva ch’ei passasse da pittura a pittura, da passione a passione. Egli varia l’intonazione nelle differenti scene del suo viaggio, così ratto, come la folla degli spettri, che involasi dinanzi agli occhi suoi; ed adatta le sillabe e le cadenze d’ogni verso in tale artificiosa guisa da dare energia, colla mutazione dei suoi numeri, a quelle immagini, che intende di rappresentare. Perchè nei versi anche più armoniosi non v’ha poesia, se non isvegliano quella fiamma che ti rapisce, quello esquisito titillamento di diletto, che sorge dalla facile e simultanea agitazione di tutte le nostre facoltà; e ciò ottiene il poeta coll’uso efficace delle immagini.
V. Le immagini in poesia operano sopra la mente, secondo la progressione della natura stessa; da prima guadagnano i sensi, poi il cuore, quindi colpiscono la immaginazione, e da ultimo si stampano nella memoria, e assoggettansi all’opera della ragione, che tutta consiste meschinamente nell’esame e nel paragone delle sensazioni. Questo andamento per verità procede si rapido, che difficilmente è avvertito; pure tutte le gradazioni ne sono visibili a chi ha la facoltà di riflettere sopra le operazioni della propria mente. I pensieri per sè altro non sono che la materia prima: pigliano una forma o l’altra; ricevono più o meno splendore e calore, più o meno novità e ricchezza secondo il genio dello scrittore. Coll’accozzare strettamente melodiosi suoni, caldi sensi, luminose metafore, e profondo raziocinio, i poeti trasformano in vive ed eloquenti immagini molte idee, che giacciono oscure e mute nelle menti nostre. La magica presenza delle poetiche immagini ci fa ad un tratto sentire, immaginare, ragionare, e meditare con tutto il diletto, e senza veruna di quelle pene, che comunemente conseguono ogni sforzo mentale. Il concetto: «che la memoria e l’arte dello scrivere conservano tutto l’umano sapere;» e l’altro concetto: «che la speranza non abbandona l’uomo neppure sull’orlo del sepolcro, e che l’aspettativa del moribondo è ancora tenuta viva dal prospetto di una vita avvenire;» sono veri tanto più facili a comprendersi, quanto che ci vengono inculcati nella mente da cotidiana sperienza. Tuttavia i vocaboli astratti, in cui è pur forza che ogni massima generale si racchiuda, inetti sono a creare quel simultaneo eccitamento, onde tutte le facoltà nostre mutuamente si aiutano l’una l’altra: siccome quando il poeta apostrofa la Memoria.
A te vetuste età, terre longinque Tramandano le care opre del genio,
E i lavori do l’arte; a te che in mano D’ogni umano saper tieni la chiave. Portinaia fedel de la sua cella. Tuo vegliar pertinace il freddo scaccia Sgomento;c obblio da la vestal tua lampa I perenni alimenti va lambendo.
Alle metafisiche voci Genio, Arte, Sapere sono frammisti obbietti pioprii a colpire i sensi, così che il lettore vede la massima postagli davanti, come in una pittura. Non è dato a’ poeti di aspirare al merito d’originalità, se non col mezzo delle immagini; perchè, moltiplicando le combinazioni di pochissimi concetti, producono novità, e formano gruppi, che, sebbene differenti in disegno e in carattere, esibiscono tutti lo stesso vero. Il seguente passo italiano sopra la memoria non ha la menoma rassomiglianza co’ versi inglesi tradotti di sopra, e nondimeno la diversità sta solo nella variata combinazione delle immagini.
Siedon le muse su le tombe, e quando Il tempo con sue fredde ali vi spazza I marmi e l’ossa, quelle Dee fan lieti
Di lor canto i deserti, e l’armonia Vince di mille e mille anni il silenzio.
Assisa, o Dea, sorriderai secura Su le rovine, e allumerai tua face A la funerea pira di natura.
VI. Le immagini del Petrarca sembrano squisitamente finite da pennello delicatissimo: dilettano l’occhio più pel colorito, che per le forme. Quelle di Dante sono ardite e prominenti ligure di alto rilievo, che ti par quasi di poter toccare, e a cui l’immaginazione supplisce prontamente quelle parti, che si nascondono alla vista. Il pensiero comune della vanità dell’umana fama è così espresso dal Petrarca.
O ciechi, il tanto affaticar che giova? Tutti tornate alla gran madre antica, E ’l nome vostro appena si ritrova.
e da Dante:
La vostra nominanza è color d’erba Che viene e va, e quei la discolora Per cui ell’esce della terra acerba.
I tre versi del Petrarca hanno il raro merito di essere più animati, e di trasmettere più rapida l’immagine della terra, che inghiotte i corpi e i nomi di tutti gli uomini; ma quelli di Dante, malgrado l’austera profondità loro, hanno il merito ancor più raro di guidarci ad idee, a cui non avremmo potuto di per noi stessi arrivare. Mentr’ei ci rammenta, essere il tempo, che pure è necessario per recare al colmo ogni gloria umana, quello che nella fine la distrugge; il cangiante colore dell’erba rappresenta i rivolgimenti de’ secoli, come avvenimento naturale di pochi momenti. — E appunto per aver voluto far menzione «de’ grandi periodi del tempo», un vecchio poeta inglese menomò quello stesso concetto, che intendeva di magnificare. Di più, invece del ministero del tempo, Dante adopera il ministero del sole; perchè generandoci nella mente idea meno metafisica, ed essendo oggetto più palpabile a’ sensi, abbonda d’immagini più splendide ed evidenti, e c’invasa di maggior maraviglia ed ammirazione. Ancora; la sua applicazione è più logica, dacchè ogni concetto, che abbiamo del tempo, stà solo nella misura di esso, la quale è determinata dalle periodiche rivoluzioni del sole.
VII. Quanto è al diverso diletto, che questi due poeti arrecano, fu già osservato, che il Petrarca elice le più dolci simpatie, e risveglia le commozioni più profonde del cuore; e sieno esse di vena melanconica o vivace, ne siam noi ansiosamente bramosi, perchè più ci scuotono e più validamente avvivano la coscienza nostra di essere. Tuttavia, sendo noi in lotta perpetua contro il dolore, e sospinti senza posa sulle tracce del piacere, i nostri cuori soggiacerebbono al fascio delle proprie cure, se abbandonati fossero dai sogni dell’immaginazione, de’ quali la provvidenza volle farci dono, per accrescere il capitale di nostra felicità, e per dorare di fulgide illusioni le triste realità della vita. Solo i grandi scrittori possono così raffrenare la immaginazione, che sia poi impossibile di distinguere nelle opere loro queste illusioni dal reale. Se, in un poema, l’ideale e il fantastico prevalga, può di vero eccitare in noi per brev’ora la maraviglia, ma non saremo tratti giammai a sentire per oggetti, che o non hanno persona, o troppo si dilungano dall’universale natura; e d’altra parte se la poesia troppo si arresti alle cose reali, tosto ne proviamo stanchezza, perchè ci appaiono queste dovunque rivolgiamo lo sguardo; ci rattristano ogni minuto della vita; e infastidiscono ad ogn’ora, perchè le conosciamo a sazietà; arroge, che, se la realtà e la finzione non sieno immedesimate in un tulto, si combattono mutuamente, e si distruggono l’una coll’altra. Nel Petrarca occorrono ben pochi esempli di un accozzamento del vero colla finzione, felici al pari di quello, dov’ei dipinge le fattezze di Laura immediatamente dopo che ella spirò.
Pallida no. ma più che neve bianca — Parea posar come persona stanca. Quasi un dolce dormir ne’ suoi begli occhi, Sendo lo spirto già da lei diviso — Morte bella parea nel suo bel viso.
VIII. Petrarca non di rado affoga la realtà in tanto lusso di decorazioni ideali, che mentre fissiamo le sue immagini, le ci scompaiono
In un mar d’aurea luce abbacinate.
E il poeta, che ci sovviene di questo verso, osserva giustamente: «Che il vero buon gusto è un eccellente economo, e si compiace di produrre grandi effetti con piccoli mezzi». Dante trasceglie le bellezze, che qua e là giacciono sparse pel creato, e le incorpora in un solo subbietto. Gli artisti, che compendiarono nell’Apollo di Belvedere, e nella Venere dei Medici le diverse bellezze osservate in diversi individui, accozzarono forme, umane bensì, ma spiranti cotal perfezione, a cui non è dato avvenirci sopra la terra: nondimeno, allorchè lo contempliamo, siam tratti a cedere soavemente all’illusione, che la schiatta umana possa veramente esser donata di celestiale bellezza.
Stiamo, amor, a veder la gloria nostra, Cose sopra natura altere e nove: Vedi ben, quanta in lei dolcezza piove; Vedi lume, che ’l cielo in terra mostra. Vedi quant’arte dora, e ’mperla, e ’nnostra l’abito eletto, e mai non visto altrove; Che dolcemente i piedi, e gli occhi move Per questa di bei colli ombrosa chiostra. L’erbetta verde.ci fior di color mille Sparsi sotto quell’elce antiqua e negra. Pregan pur, che ’l bel piè li prema, o tocchi; E ’l ciel di vaghe e lucide faville S’accende intorno, e ’n vista si rallegra D’esser fatto seren da sì begli occhi.
IX. Per l’opposito, la bella vergine, che Dante scorse da lungi in un paesaggio del paradiso terrestre, in luogo di apparirti un ente di ragione, ti sembra accoppiare in se tutti gli allettamenti, che trovansi in quelle amabili creature, a cui talvolta ci abbattiamo sulla terra. che ci accora di perdere di vista, e a cui la fantasia rivola di continuo. La pittura del poeta ne ridesta più distinta nella memoria l’idea dell’originale, e la lumeggia alla immaginazione.
Una donna soletta che si gìa Cantando et iscegliendo fior da fiore; Ond’era pinta tutta la sua via. Deh! bella donna, che a’ raggi di amore Ti scaldi, s’io vo’ credere a’sembianti Che soglion esser testimon del core, Vegnati in voglia di traggerti avanti, Diss’io a lei, verso questa rivera, Tanto ch’io possa intender che tu canti. — Come si volge colle piante strette A terra et intra se donna che balli, E piede innanzi piede appena mette, Volsesi in su’ vermigli et in su’ gialli Fioretti verso me, non altrimenti, Che vergine che gli occhi onesti avalli; E fece i preghi miei esser contenti, Sì appressando sè, che il dolce suono Veniva a me co’ suoi intendimenti.
persone diverse, sono qui concentrate in una sola; e frattanto i cantici, e le carole, e il ricogliere dei fiori danno vita, e incanto e movenza alla pittura. A giudicar sanamente fra questi due poeti, si direbbe, che Petrarca prevalga nello svegliare in cuore un sentimento profondo di vita; e Dante nel guidare la imaginazione ad accrescere le magnificenze e le novità di natura. Genio non fu mai forse in cui fosse dato di accoppiare in sè ad altissimo segno queste due facoltà.
X. Dante e Petrarca colorarono disegni, accomodati ciascuno all’ingegno suo; di che risultarono due maniere di poesia, producitrici di opposti effetti morali. Il Petrarca ne mostra ogni cosa per entro il velo di una passione predominante, ci avvezza a lentare il freno a quelle inclinazioni, le quali, col tenere il cuore in agitazione perpetua, tarpano gli sforzi dell’intelletto; ci adesca ad una molle condescendenza verso le affezioni del nostro cuore, e ci ruba alla vita operosa. Dante, come tutti i poeti primitivi, è lo storico de’ costumi dell’età sua, il profeta della patria, e il pittore dell’uman genere; e pone in atto tutte le facoltà dell’anima a meditare sopra tutte le vicissitudini dell’universo. Descrive in ogni guisa passioni e fatti, l’incanto e l’orrore delle scene più disparate. Pone gli uomini nella disperazione dell’inferno, nella speranza del purgatorio, e nella beatitudine del paradiso. Gli osserva nella gioventù, nella virilità, e nella vecchiaia. Trae in iscena unitamente quelli d’entrambi i sessi, di tutte le religioni, di tutte le professioni, di nazioni e di età differenti; pure non li prende in massa giammai; ma sempre li rappresenta come individui; ad ognuno parla, ne studia le parole, e bada a’ contegni. «Troverai», dic’egli in una lettera a Can della Scala «, l’originale del mio inferno nella terra che abitiamo». E nel descrivere i regni della morte. coglie ogni opportunità per riportarci indietro alle faccende ed alle affezioni del mondo vivente. Veggendo il sole che stà per lasciare il nostro emisfero, rompe in que’ versi.
Era già l’ora che volge il disio Ai naviganti, e intenerisce il core Lo dì che han detto a’ dolci amici addio; E che lo novo peregrin d’amore Punge, se ode squilla di lontano, Che paia il giorno pianger che si more.
V’ha un passo somigliantissimo a questo in Apollonio Rodio, le cui molte bellezze, che tanto si ammirano nelle imitazioni fattene da Virgilio sono di rado cercate nell’originale.
Stese la notte il velo tenebroso Su la terra e sul mar. Vigili allora Verso l’Orse mirarono e Orione Da poppa i marinari. Il peregrino, E chi delle città veglia alle porte Punge brama di sonno; e grave intanto Dell’orba madre per le membra serpe Triste un letargo, e in cor svegliasi acuto De’ morti figli il desiderio.
Con digressioni di tal fatta, introdotte senz’arte o sforzo apparente, Dante ci commuove per tutto l’uman genere; laddove Petrarca, pigliando calore da sola una passione del suo cuore, allude ai naviganti in sulla sera, soltanto ad eccitare vie più la compassione pelle proprie pene.
E i naviganti in qualche chiusa valle Gettan le membra, poichè ’l sol s’asconde. Sul duro legno, e sotto l’aspre gonne.
Ma io. perchè s’attuffi in mezzo l’onde, E lassi Ispagna dietro alle sue spalle, E Granata, e Marrocco, e le Colonne, E gli uomini e le donne, E ’l mondo, e gli animali Acquietino i lor mali, Fine non pongo al mio ostinato affanno: E duolmi, ch’ogni giorno arroge al danno Ch’i’son già pur crescendo in questa voglia Ben presso al decim’anno: Nè posso indovinar chi me ne scioglia.
Di qui la poesia del Petrarca ci aggira in una oziosa melanconia, nelle più molli e dolci visioni, nell’errore di abbandonarci in balia delle affezioni altrui, e ci trae a correre vanamente dietro a perfetta felicità, fino a che ci profondiamo ciecamente in quella disperazione che conseguita:
Quando, percossa da terror, s’invola Dal tuo volto la speme, e la gigante Doglia ne ingombra il voto orrendo sola.
E ancora quelli a’ quali una tal sorte incoglie, sono pochissimi. all’avvenante de’ più molti che imparano soltanto dalla lettura sentimentale la maniera di operare con più sicuro effetto nelle menti appassionate, o di tirare sopra il vizio un più fitto e pomposo ammanto d’ipocrisia. La turba degl’imitatori del Petrarca in Italia può venir imputata all’esempio di que’ dignitari e dotti uomini della chiesa, i quali, per far scusa al commercio loro coll’altro sesso, tolsero ad imprestito il linguaggio dell’amore platonico dalla poesia di lui. Sì fatto linguaggio è pure mirabilmente accomodato ad un collegio di Gesuiti, però che inspira divozione, misticismo e ritiratezza, e snerva le menti della gioventù. Ma, dacchè le ultime rivoluzioni posero in movimento altre passioni, e un diverso sistema di educazione fu stabilito, i seguaci del Petrarca andarono rapidamente diminuendo; e quelli di Dante scrissero poemi più atti a far risorgere lo spirito pubblico in Italia. Dante applicò la poesia alle vicende de’ tempi suoi, quando la libertà faceva le estreme prove contro la tirannide; e scese nella tomba cogli ultimi eroi del medio evo. Petrarca visse fra coloro, che prepararono la ingloriosa eredità del servaggio alle prossime quindici generazioni.
XI. In sullo scorcio della vita di Dante, gli statuti de’ dominii italiani subirono intera e quasi universale una riforma; di che uomini, costumi, letteratura e religione assunsero subitamente nuovo carattere. Allora fu, che papi ed imperadori, col risedere fuori d’Italia, l’abbandonarono alle fazioni, le quali, combattuto in prima per l’independenza e pel potere, continuarono dappoi a lacerarsi in Inani per animosità, fino a tanto che condussero la patria a tali estremi, da farla agevole preda a’ popolani, a’ despoti ed agli strani. I Guelfi non più furono spalleggiati dall’autorità della chiesa, nella lotta in prò de’ popolari diritti contro i feudatari dell’impero. I Ghibellini non più si allearono agl’imperadori per conservare lor privilegi, come grandi proprietari. Firenze ed altre piccole repubbliche, dopo estirpati i nobili, furono governate da mercadanti, i quali non avendo nè antenati da imitare, nè sensi generosi, nè militare educazione, persistettero nelle risse intestine per via della calunnia e della confisca. Paventando una domestica dittatura, a’ nimici esterni opposero estranei condottieri di truppe mercenarie, sovente composte di avventurieri e vagabondi d’ogni contrada, i quali saccheggiarono senza divario amici e nimici, esasperarono le discordie e contaminarono la morale della nazione. Principi francesi regnarono in Napoli, e, per distendere lor preponderanza sopra la Italia meridionale, vi distrussero perfino l’ombra dell’imperiale autorità coll’aizzare i Guelfi a tutti i deliri della democrazia. Frattanto i nobili, nervo della fazione ghibellina nel settentrione dell’Italia, possedendo la ricchezza e la forza del paese, continuarono a muovere incessanti guerre civili, fino a ch’ei con città e vassalli rimasero tutti soggiogati al militare dominio de’ vittoriosi condottieri, i quali furono spesso uccisi da’ propri soldati, e più spesso dagli apparenti eredi del poter loro. Sola Venezia, circondata dal mare, e però libera dal pericolo d’invasione, e dalla necessità d’affidare le sue armi ad un solo patrizio, andò lieta di stabile forma di governo. Nondimeno, a conservare ed allegare le colonie ed il commercio, proseguì nel Mediterraneo una lotta micidiale con altre città marittime. I Genovesi, perduta l’armata principale, mercarono l’aiuto de’ tiranni lombardi a prezzo delle libertà loro. Ebbero così modo a sbramar gli odi e a disfare i Veneziani, i quali, a rinfrescare le aggressioni, esaurirono le estreme lor forze; ed ambo gli stati pugnarono nella fine meno per gli interessi, che per vendetta. Allora si fu, che alle pacifiche esortazioni di Petrarca il Doge Andrea Dandolo alteramente rispose. Per tal modo gl’Italiani, benchè a que’ dì arbitri dei mari, furono ridotti a cotali termini di debolezza pei cechi rancori, che, nel vegnente secolo, Colombo fu astretto a mendicare l’aiuto di principi forestieri, per aprire quel passo di navigazione, che da quell’epoca diè l’ultimo crollo alla commerciale grandezza d’Italia.
XII. Intrattanto, e papi e cardinali vigilantemente spiati ad Avignone, divennero talora a forza, più spesso a libito, instigatori della francese politica. I principi tedeschi, dando cominciamento a postergare le papali scomuniche, ricusarono sì di eleggere imperadori patrocinati dalla Santa Sede, sì di condurre fuori i sudditi al conquisto di Terra santa; impresa, per cui dal principio del duodecimo per insino alla fine del decimo terzo secolo, tutti gli eserciti d’Europa furono di fatto nell’arbitrio de’papi. I popoli, benchè inaspriti dall’oppressione, e parati a ribellare, non furono uniti, nè scaltriti abbastanza, onde recare a capo una durevole rivoluzione. Si rivoltarono solo per rovesciare le amiche leggi, per mutar padroni e per succumbere a più assoluto reggimento. La resistenza di una indomita aristocrazia fece inetti i monarchi a levare eserciti bastevoli a raffermare il potere in casa, e le conquiste al di fuori. Gli stati furono aggranditi più dalla frode, che dal valore; e i reggitori di quelli divennero meno violenti, e più traditori. I maschi delitti delle barbare età a poco a poco cedettero agl’insidiosi vizi della civiltà. La coltura delle classiche lettere accrebbe il gusto nell’universale, e aggiunse al fondo della erudizione; ma snervò ad un tempo l’audacia e l’originalità dell’ingegno nativo; e coloro stessi, che avrebbono potuto divenire inimitabili scrittori nella lingua materna, stettero paghi al consumare lor forze nell’unica imitazione de’ latini Scrittori cessarono di prender parte agli avvenimenti che correvano, e ne rimasero dalla lunga spettatori. Alcuni narrarono a parte a parte a’ concittadini le passate glorie, e li fecero scorti dell’imminente rovina della patria; ed altri rimunerarono i proiettori con adulazioni; perchè nel decimo quarto secolo appunto tirannici governi tolsero ad insegnare a’ successori la politica di tenere letterati agli stipendi, per ingannare il mondo. Tale si è la concisa istoria d’Italia duranti i cinquantatre anni, che trascorsero dalla morte di Dante alla morte di Petrarca.
XIII. Dissimili in tutto, in ciò solo si rassomigliano questi due caratteri, che fecero entrambi ogni lor possa a sottoporre la patria al governo di un principe, e a liberarla dal potere temporale del pontefice. Si direbbe, chela fortuna cospirasse colla natura a disgiungere l’uno dall’altro per una irreconciliabile discrepanza. Dante percorse una carriera più regolare di studi, e in tempi che Aristotele e Tommaso d’Aquino tenevano soli lo campo nelle università. L’austerità del metodo e delle massime loro lo ammaestrarono a non vergar carta, che non avesse prima lungamente in se meditata; a tenersi ognora davanti un pratico fine di gran momento, quello dell’umana vita, e a proseguirlo saldamente secondo un preconcetto divisamento. I poetici ornamenti non ad altro ti paiono usati mai da Dante, se non a dar luce a’ suoi subbietti; nè mai consentì alla fantasia di violare quelle leggi, che prima aveva poste allo ingegno.
E più l’ingegno affreno ch’io non soglio, Perchè non corra che virtù nol guidi. - Inf. Più non mi lascia gire il fren dell’arte. - Purg.
Lo studio de’ classici, e la voga in che vennero le platoniche speculazioni, da esso Petrarca propugnato contra gli Aristotelici si accordò colla sua naturale inclinazione; e la sua mente fu informata dalle opere di Cicerone, di Seneca, e di s. Agostino: Egli ne pigliò e la incostanza dell’andamento, e la dizione ornata, allora pure che gli vennero a mano gli argomenti meno poetici e soprattutto quel mescuglio di sentimenti privati cogli universali principii di filosofia e di religione. La sua penna andò dietro alla perpetua irrequietudine dell’animo suo: ogni argomento adescava i suoi pensieri, e ben di rado tutti i suoi pensieri furono devoti ad un solo argomento. Così fu, che avendo più ardore ad imprendere che perseveranza a finire, il numero grande de’ suoi non terminati manuscritti gli suscitò finalmente nell’animo la trista considerazione: che il frutto della diligenza di poco sarebbe stato dissimile dalle foglie dell’infingardaggine. Dante confessa, che in gioventù succumbeva a lungo quasi insuperabile scoraggiamento; e accusa quel silenzio della mente, che ne pone in ceppi le facoltà, nè però le distrugge. Ma la mente di lui, ricuperata la elasticità, non più ristette, fino a tanto che non ebbe asseguito lo scopo; nè forza nè interesse umano valsero a stornarlo dalle sue meditazioni.
XIV. Lo intelletto in entrambi tenne virtù da’ naturali ed inalterabili movimenti del loro cuore. Il fuoco di Dante fu più profondo e concentrato; più di una passione non ardeva in quello ad un tempo; e, se Boccaccio non caricò la pittura, Dante, per più e più mesi dopo morta Beatrice, ebbe sentimento ed aspetto di selvaggio. Petrarca fu agitato insiememente da differenti passioni: si risvegliavano queste, ma si attutavano pure l’ima con l’altra; e il suo fuoco, più che bruciare, risplendeva, e riboccava da un’anima inetta a tutto sopportarne il calore, e pure ansiosa di attirarsi per mezzo di quello gli sguardi altrui. La vanità fece Petrarca sollecito sempre e apprensivo, pur dell’opinione di coloro, a’ quali ben sentiva di soprastare. Nel carattere dell’Alighieri primeggiava l’orgoglio. Si compiaceva ne’ patimenti, siccome prove a dimostrar sua fortezza; ne’ propri difetti, quali inevitabili seguaci a virtù tutte lontane dalle battute vie; e nella coscienza di quel che dentro valeva, perchè lo francheggiava a dispettare uomini ed opinioni.
Che li fa ciò che quivi si pispiglia? — Lascia dir le genti Sta come torre fermo, che non crolla Giammai la cima per soffiar de’ venti.
Lo collo poi con le braccia mi cinse, Baciommi in volto, e disse. Alma sdegnosa! Benedetta colei che in te s’incinse.
L’altero contegno di Dante verso i principi, de’quali sollecitava il patrocinio, fu da repubblicano per nascita, da aristocratico per parte, da statista e guerriero, il quale dopo vissuto nella copia e negli onori fu proscritto nel trentasettesimo anno dell’età sua, e forzato di ramingare di città in città, come uomo, che, spogliata ogni vergogna, si pianta sulla pubblica via, e, stendendo la mano,
Si conduce a tremar per ogni vena Più non dirò, e oscuro so che parlo; Ma poco tempo andrà che i tuoi vicini Faranno sì, che tu potrai chiosarlo
Petrarca nato nell’esilio, e nodrito, per propria confessione, nell’indigenza, e come uom destinato a servire in corte, venne cumulando i doni de’ grandi, intanto che giunto a termine di poter cansare nuovi favori, fece allusione al primo stato con quel compiacimento inevitabile a quanti, o per caso, o per industria, o per merito, sfuggirono alla penuria ed alla umiliazione.
XV. Conformato ad amare, Petrarca di leggieri si traeva a fare il piacere altrui, ed agognava maggiore l’amicizia, che non suole consentirla l’amor proprio dell’uomo, e così scadde negli occhi, e fors’anche nel cuore delle persone, che più erano a lui devote. I disinganni, che per sì fatta cagione incontrò nella vita, spesso gli amareggiarono l’animo, e gli trassero dalla penna quella confessione: «che temeva coloro che amava». I nimici di lui sapendo, che come a sfogar l’ira, così e più ancora era pronto a dimenticare le ingiurie, si videro dall’indole sua, facile ad esser messa a leva, aperto un bel campo alle risa, ed aizzarono quel benevolo a compromettere, pure in vecchiaia, l’onor suo a’ discolpamenti. Dante per lo contrario uno fu di quegli spiriti sublimi, a’ quali non giungono i dardi del ridicolo; e gli stessi colpi della malignità altro non fecero, che vie più sollevare la nativa sua dignità. Agli amici inspirava, meglio che commiserazione, rispetto; e a’ nimici timore ed odio, disprezzo non mai. La ira sua fu inesorabile: appo lui vendetta era non pure impeto di natura, ma debito: e pregustò nella conscia mente quella tarda, ma certa ed in eterno duratura vendettta, che
Fe’ dolce l’ira sua nel suo segreto.— Taci e lascia volger gli anni: Sì ch’io non posso dir se non che pianto Giusto verrà di retro a’ vostri danni.
Altri potrebbe facilmente cavare il ritratto di lui da’ versi che seguono;
Egli non ci diceva alcuna cosa; Ma lasciavane gir, solo guardando, A guisa di leon, quando si posa.
Il poema sacro, A cui han posto mano e cielo e terra, Sì che lo ha fatto per molli anni macro.
XVI. Comunque la vita de’ sommi ingegni soglia essere dannata ad ogni maniera di vessazioni non tanto per la fredda indifferenza e per la invidia dell’umana razza, quanto per le ardenti passioni de’ loro cuori, pur nondimeno il piacere di conoscere e di propugnare il vero, e di essere da tanto da farlo suonare da’ loro stessi sepolcri, è così acuto, che prepondera a tutto. Questo sentimento fu sorgente più copiosa di conforto a Dante che al Petrarca.
Mentre ch’io era a Virgilio congiunto Su per lo monte che l’anime cura, E discendendo nel mondo defunto, Dette mi tur di mia vita futura
Parole gravi; avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura. — Ben veggio, padre mio, sì come sprona Lo tempo verso me. per colpo darmi Tal ch’è più grave a chi più s’abbandona: Perchè di provedenza è buon ch’io m’armi. — O sacrosante Vergini, se fami, Freddi o vigilie mai per voi soffersi, Cagion mi sprona ch’io mercè ne chiami. Or convien che Elicona per me versi. Ed Urania m’aiuti col suo coro Forti cose a pensar mettere in versi. — E s’io al vero son timido amico. Temo di perder vita tra coloro, Che questo tempo chiameranno antico.
amici di lui pervenissero ad ottenere, ch’egli fosse rimesso in patria e ne’ beni, solo che
pattuisse co’suoi calunniatori, si confessasse colpevole, chiedesse perdono al comune. Ecco qual fu la risposta, che in tale occorrenza Dante indirizzò ad uno de’ suoi parenti da lui appellato «Padre» forse perchè era chcrico, o più propabilmente perchè era più vecchio del poeta.
XVII. «Per le lettere vostre con debita reverenza ed affetto ricevute, e con diligenza considerate, ho potuto comprendere con quanto umore procacciate di rimettermi in patria; conciosiacosachè tanto più strettamente mi avete obbligato, quanto più di raro avviene, che esuli trovino amici. A che se io non risponderò per avventura di quella forma, che forse si vorrebbe la pusillanimità di taluni, con istanza richieggo vogliate, prima che dar giù
giudizio, esaminare a maturo consiglio la bisogna. Ecco imperò quello, che per lettere sì del vostro e mio nipote, sì di più altri amici, si viene significandomi intorno allo stanziamento di fresco fatto in Firenze sul trar di bando gli sbanditi: che se io patissi di pagare una posta somma di pecunia, e di comportare la infamia dell’essere offerto, potref venire assolto, e tornarmene di presente. Nel che per vero due cose sono degne di riso, e malamente consigliate. Dico, o Padre, malamente consigliate da quelli, che sì fatte cose rapportarono; però che le lettere vostre, più discrete e appensate, nè uno di tali particolari contenevano. È egli orrevole cotesto modo, onde Dante Alighieri è in patria richiamato, dopo sostenuto uno esilio di forse tre lustri? Sì fatta retribuzione meritavasi dunque una coscienza a tutti manifesta? Sì fatta i sudori e le fatiche continovate negli studi? Lontano dall’uomo seguitatore di filosofia la sconsigliata viltà di un cuore fangoso, di sostenere, quasi costretto dalla infamia, di essere offerto, a modo di certo saputello e d’altri sì fatti. Lontano dall’ uomo,che predica la giustizia, il pagare di sua pecunia per ingiuria patita, e a chi la fece, come a benefattori. Questa, Padre mio, non è la strada, onde tornare alla patria; ma, se altra per voi, o per altri dappoi fie trovala, che alla fama e all’onore di Dante non deroghi, per quella con passi non lenti mi metterò. Che se per niuna cotale si entra in Firenze, in Firenze non entrerò io mai. E che? mi fie dunque conteso isguardare, dovunque mi sia, la spera del sole e delle stelle? non potrò forse speculare dappertutto dolcissime veritadi di sotto del cielo, ch’io prima non mi faccia inglorioso, anzi ignominioso al popolo fiorentino, e alla sua gran villa? pane certo non mi mancherà». Nondimeno seguitò a provare,
Come sa di sale Lo pane altrui, e come è duro calle Lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
I suoi concittadini ne perseguitarono insino alla memoria; morto, fu scomunicato dal papa; per poco non se ne diseppellì il cadavere per abbruciarlo e disperderne le ceneri al vento, Petrarca chiuse i suoi dì in concetto d’uomo santo, per lo quale il cielo operava miracoli,
e il senato di Venezia statuì un bando contro coloro, che ne involavano le ossa, e le vendevano siccome reliquie.
XVIII. Veramente e’ si pare, che da fedele e generoso osservatore d’ogni compagnevole uffizio sdebitandosi il Petrarca inverso d’ognuno, che gli stava dintorno, e procacciando ad ogni ora di padroneggiare le sue passioni, ne salisse in fama di virtuoso, e potesse dirsi felice. Virtuoso fu; ma fu ancor più infelice di Dante, il quale non dimostrò mai al di fuori quella irrequietudine e perplessità d’animo, che fece il Petrarca minore di sè agli occhi propri, e lo trasse a sciamare negli ultimi giorni suoi. «Giovane, spregiai gli uomini, da me in fuori, maturo, me stesso; or vecchio omai, disprezzo e gli uomini, e me stesso». Se fossero vissuti in amichevole dimestichezza, Dante avrebbe avuto quel vantaggio dall’emulo suo, che tutti quelli, i quali si fanno ad operare appensatamente e secondo immutabili proposti, hanno da coloro, che volgonsi ad ogni vento — Petrarca avrebbe potuto dire con Dante;
Conscienzia mi assicura, La buona compagnia che l’uom francheggia Sotto l’usbergo del sentirsi pura.
Ma quel suo anelare dietro alla morale perfezione, e quel disperar di raggiugnerla, fece sì, ch’egli traguardasse innanzi «con trepida speranza» al giorno, in che doveva essere citato al cospetto di un giudice inesorabile. Dante reputava di poter espiare gli errori della umanità co’ suoi patimenti sopra la terra.
Che la bontà infinita ha sì gran braccia, Che prende ciò, che si rivolve a lei;
e pare ch’ei si rivolga al cielo più presto come uom che adora, che come supplice. Avendo fermo nella mente: «l’uomo essere allora veramente felice, che libero esercita tutte le facoltà sue,» Dante percorse con passo sicuro il cammin della vita.
E, vigilando nell’eterno die. Sì che notte nè sonno a lui non fura Passo che faccia il secol per sue vie,
raccolse le opinioni, le follie, le vicissitudini, le miserie e le passioni, che travolgono gli uomini; e lasciò dopo di sè un monumento, il quale, se ci umilia colla rappresentazione delle nostre fralezze, dovrebbe farci insuperbire di pertenere alla stessa natura che un tant’uomo; e ci conforta a bene usare la breve e sfuggevole vita. Petrarca, seguitando più saviezza contemplativa che attiva, argomentò, le fatiche e i contendimenti nostri in pro degli uomini recedere a gran pezza qualunque benefizio ne possa a quelli tornare; ogni nostro passo nella fine non ad altro riuscire, che ad avvicinarne al sepolcro; la morte essere fra’ doni della provvidenza il migliore; e il mondo avvenire l’unico nostro albergo e riposo. Per le quali tutte cose procedette tentennando nel mortal viaggio, con in cuore l’amaro convincimento: «che la stanchezza e il fastidio d’ogni cosa fossero già tenacemente abbarbicati nell’animo suo,» e per tal modo scontò il debito di que’ doni, che natura, fortuna e il mondo gli avevano a larga mano profusi, senza mistura veruna de’ consueti loro rivolgimenti.