Atto primo

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Alceste Seconda

SCENA PRIMA

Feréo.

Misero padre, infra tremende angosce

palpitante, aspettando semivivostai dell’Oracol Delfico le note.Chiaro faranti irremissibilmente,se nel Destin sia scritto che tu debbaorbo restar dell’adorato Adméto,unico figlio tuo. — Deh tu, di CirraNume sovrano, a me benigno Apollo,se di tua Deitade un dí degnastilieta pur far questa mia reggia, in cuit’ebber pastore ignoto i nostri armenti;se in guise tante di tua grazia eccelsaabbellir me non degno ospite tuopiacqueti allor; deh, risanato rendiad un cadente genitore il figlio,che in sul bel fior degli anni suoi languiscedella tomba or su l’orlo! — Io piú non trovoné sonno mai, né pace. Ecco, sparitaor ora è appena questa notte eterna,cui precorse il mio sorgere. Né posso,per piú sventura mia, l’acerbo duolosfogare intero di mia fida antiquaconsorte in seno: ah! troncherei d’un colpo

della sua vita il debil filo, ov’io

a lei svelassi l’imminente finedel figlio unico nostro. Ella, dagli anniaffievolita, il piede omai non volgefuor di sue regie stanze: onde finora,in parte, il duol che tutta Fere ingombra,è ignoto a lei. Ma il saprá pure! Ah, solatu mi rattieni in vita, egregia, amatadegli anni miei compagna! ov’io non fossinecessario al tuo vivere, dai Numiimplorerei la morte mia, per torrea Pluto Adméto... Ma, che veggio? Alcestefrettolosa ver me! Forse a lei primanoto il risponder dell’Oracol era?

SCENA SECONDA

Alceste, Feréo.

Alces. Le paterne tue lagrime rasciuga,

o Re: la morte del tuo figlio omainon ti avverrá di piangere.Feréo Che ascolto!Oh gioja! Apollo dunque?... Havvi una speme?...Alces. Speme, a te, sí; vien dal fatidic’antro:né di un sí fatto annunzio ad altri volliceder l’onor; dal labro mio doveviaverlo tu.Feréo Deh! dimmi; il figlio in vitarimarrassi?Alces. A te, vivo ei rimarrassi:certezza n’abbi. Apollo il disse; e Alcestetel ridice, e tel giura.Feréo Oh detti! oh gioja,vivo il tuo sposo!...Alces. Ma perciò non fia

giá che risorga in queste afflitte mura

oggi la gioja.Feréo E che? pianto esser puote,dove Adméto risorge?... Oh ciel! che fia?Tu, che tanto pur l’ami, udendol salvo,e il fausto avviso a un disperato padreor tu stessa arrecandone, di mortetinte hai le guance? e al balenar repentedi un mezzo gaudio in su l’ingenua fronte,succeder tosto in negro ammanto festiun torbido silenzio? Ah, parla...Alces. I Numi,l’impreteribil norma loro anch’essihanno; e del Fato le tremende legginon si attentano infrangere. Non pocodonarti i Numi, or nel donarti Adméto.Feréo Donna, or piú che i tuoi detti, il guardo e gli attiraccapricciar mi fanno. E quai fien dunque,ahi, quali i patti, a lato a cui funestadell’adorato Adméto tuo la vitaa noi riesca, ed a te stessa?Alces. O padre,se, col tacerl’io, restarti ignotol’atro arcano potesse, ah! nol sapresti,se non compiuto il sagrificio pria:ma udirlo, oimè! tu dei purtroppo; or dunqueda me tu l’odi.Feréo Entro ogni fibra un ferobrivido giá scorrer mi fai: non sonoio genitor soltanto: affetti moltisquarcianmi a gara il core: egregia nuora,io piú che figlia t’amo; amo i tuoi figli,ambo i dolci nepoti, all’avo anticospeme immensa e diletto: e ognor piú sempredopo lustri ben dieci in cor mi avvampapura ed intera alta amichevol fiamma

per la consorte indivisibil mia.

Pensa or tu dunque in quali atroci angoscestommi, aspettando i detti tuoi; cui veggo,ah, sí, ben veggo che di augurio infaustoqualcun del sangue mio percuoter denno.Alces. Furare a Morte i dritti suoi, né il ponnoanco i Celesti. Con le adunche maniella giá giá stava afferrando Adméto,vittima illustre: Adméto, unico erededel bel Tessalo regno: in sul vigoredella viril sua etade; appien felicenella reggia; e dai sudditi, e dai chiarisuoi genitori, e dai vicini stati,venerato, adorato: e che dir deggiopoi, dalla fida Alceste sua? tal predacerta giá giá la insazíabil Morteteneasi; Apollo or glie la toglie; un’altra(pari non mai, che pari altra non havvi)in di lui vece aver debb’ella: e questaesser dee del suo sangue, o a lui di strettaaderenza congiunta; e all’Orco andarnespontaneo scambio, pel risorto Adméto.Ecco a quai patti ei salvo fia.Feréo Che ascolto!Miseri noi! qual vittima?... chi fiaper se bastante?...Alces. Il fero scambio, o padre,è fatto giá. Presta è la preda; e indegnanon fia del tutto del serbato Adméto.Né tu, il cui santo simulacro in questolimitar sorge, o Dea magna d’Averno,disdegnerai tal vittima.Feréo Giá prestaè la vittima! oh cielo! ella è del nostrosangue; e tu dianzi a me dicevi, o donna,ch’io rasciugassi il pianto mio?...

Alces. Tel dissi;

e tel ridico, non dovrai tu il figliopiangere; io pianger non dovrò il marito.Salvo Adméto, lamento altro non puossiudir quí omai, che di gran lunga agguagliquel che apprestava il morir suo. D’un qualchepianto, ma breve, e misto anco di gioja,si onorerá la vittima scambiataper la vita d’Adméto. Ai Numi infernila omai giurata irremissibil predaspontanea, son io.Feréo Che festi! oh cielo!Che festi? e salvo l’infelice Admétocredi a tal patto? Oh ciel! viver puot’eglisenza te mai? degli occhi suoi la lucetu sei: tu, l’alma sua; tu, piú dilettaa lui, piú assai, che i suoi pur tanto amatigenitori; piú cara, che i suoi figli;piú di se stesso, cara. Ah, no; non fiaciò mai. Sul fior di tua beltade, o Alceste,perir tu prima, per uccider poscianon che il tuo sposo stesso, anco noi tuttiche t’adoriam qual figlia? Orba la reggia,orbo fia ’l regno, ove tu manchi. E i figli,pensastil tu? quei teneri tuoi figli,che farian senza te? Tu, d’altri erediliete puoi far le Tessale contrade:d’ogni gioja domestica tu fonte,tu sei di Adméto la verace e primae sola vita. Ah, non morrai, tel giuro,finché morir poss’io. Questo è, ben questo,è il capo, cui tacitamente or chiedel’Oracolo. Io, tronco arido omai,quell’io mi son, che dee morir pel figlio.Gli anni miei molti, e le speranze morte,e il corso aringo, e la pietá di padre,

e la pietá di maraviglia mista

per giovin donna, di celesti dotiricca pur tanto; ah! tutto omai scolpiscein adamante il morir mio. Tu, vivi;tel comanda Feréo; né mai l’amoredi giovinetta sposa fia che avanzidi antico padre il generoso amore.Alces. E l’alma tua sublime, e il vero immensoaffetto tuo di padre, a me ben notierano: e quindi, antivenirli io seppi.Ma s’io prestai queta udíenza interaai detti tuoi, Feréo, vogli or tu purecontraccambiar d’alto silenzio i miei;cui tu, convinto appieno tosto, indarnoribatter poi vorresti.Feréo E che vuoi dirmi?che udir poss’io? salvar davvero Admétoio vo’: tu il perdi, con te stessa: all’areio corro...Alces. Arresta il piè: tardi v’andresti. †Giá il mio giuro terribile dai cupisuoi Regni udía Proserpina; ed accettoanco l’ebb’ella indissolubilmente.Secura in me del morir mio giá stommi,cui nulla omai può togliermi. Tu dunqueora i miei sensi ascolta: e tu, qual veropadre, al proposto mio fermo consuona.Non leggerezza femminile, o vanodi gloria amore, a ciò mi han tratto: il vuoleinvincibil ragione. Odimi. Il sanguetutto di Adméto, a me non men che caro,sacro è pur anco: il genitor, la madre,e i figli suoi, questo è d’Adméto il sangue:or, qual di questi in vece sua disfattoesser potea da Morte? il figlio forse?Ei, due lustri non compie; ancor che in esso

l’ardir non manchi, l’etá sua capace

non è per anco di spontaneo verovoler di morte: e se il pur fosse, io madre,d’unico figlio il soffrirei? Lo stessodico vieppiú della minor donzella.Riman l’antica, e sempre inferma madre;specchio d’ogni alta matronal virtude;pronta, (son certa) ove il sapesse, a darsivittima a Stige del suo figlio in vece:ma tu poi, di’, tu che sol vivi in essa,dimmi, in un col suo vivere non foratronco all’istante il tuo? Dunque in te solo,ecco, che a forza ricadea l’orrendoscambio, se primo eri ad udir del Numela terribil risposta. Onde mia curafu di carpirla io prima; io, che stranierain questa reggia venni, e a me pur largoconcede il Fato, che salvarne io possatutti ad un tempo i prezíosi germi.Feréo Pianger mi fai: di maraviglia immensapiena m’hai l’alma, e il cuore a brani a branimi squarci intanto. Oh ciel!...Alces. Pianger, tu il puoi,sul mio destin; ma tu biasmare, o padre,l’alto proposto mio, né il puoi, né il dei.Quanto piú a me costa il morir, piú degnadi redimere Adméto, a Pluto io scendotanto gradita piú. Voler del Cieloquest’era al certo: e di convincerne ancoio stesso Adméto mio, la cura assumo.Il disperato suo dolor, giá il veggo,ma affrontarlo non temo. Il Ciel darammiforza anco a ciò: le mie ragion faroglicon man palpare; e proverogli, spero,che il conjugal puro suo immenso amore,s’io ’l possedea, mertavalo. Al Destino

cedere, è forza: ma il piegarsi ad esso

senza infranger pur l’animo, discernedal volgar uom l’alteramente nato.Nel mio coraggio addoppierassi il suo:salvo io l’avrò coi genitori e i figli;viva, egli amommi: onorerammi estinta.Feréo Muto rimango, annichilato: in pettonobil’invidia, alto dolore, e duradi me vergogna insopportabil sento.Farò...Alces. Farai, che la memoria miaquí sacra resti, al mio pensier tu stessoor servendo, qual dei. Salvar tu il figlio,ed io ’l marito, deggio: ecco d’entrambil’alto dovere, e il solo. E giá di nuovoil fatal voto al tuo cospetto io giuro...E giá compiendo ei vassi... Ah! sí; ne provogiá i crudi effetti. Una vorace ardentefebbre giá giá pel mio mortal serpeggia.Dubbio non v’ha: Pluto il mio voto accolse;a se mi chiama; ed omai salvo è Adméto.Feréo A lui men corro; egli fors’anco...Alces. A luinon è chi giunga anzi di me: giá priachiusi ad ogni uom n’ebb’io gli accessi tutti.Io risanarlo, ed annunziargliel’iodebbo; non altri. Or tu, che pur tant’amil’egregia tua consorte, a lei ten vola,e il lieto avviso del risorto figlio,bench’ella infermo a morte nol credesse,recagliel tu.Feréo Noi miseri...Alces. Voi lieti,che riaveste il giá perduto figlio.Vanne; ten prego: invan ti opponi; io fattason piú che Donna. Ogni timor sia muto:

di Adméto io son la salvatrice: or tutti

obbediscan me quí. — Deh, voi di Feredegne Matrone, or della reggia uscite,ed un augusto sagrificio tostoapprestate a Proserpina. Si cantil’Inno dovuto alla terribil Diva,l’ara apprestando appiè di questo alterosimulacro di lei: tra breve io riedoa compier quí ’l solenne rito, o Donne.

SCENA TERZA

Coro, Feréo.

Feréo Oh coraggio! oh virtude!... Oh non mai visto

amor di sposa!... Ahi sventurato Adméto,se a tal costo pur vivere tu dei!

SCENA QUARTA

Coro.

STROFE

Benigna ascolta i voti nostri, o Diva

dell’Averno terribile;s’è pur possibile,che d’Acheronte oltre la infausta rivadi mortal prego scenda ai cupi regnimai voce viva:gli occhi di pianto amaramente pregni,tremanti tutti al perigliar di Adméto,supplici oriam che il Nume tuo si degnifar per ora divietoalla vorace insazíabil Mortedi ferir uom sí pio, sí amato, e forte.

ANTISTROFE

Speme egli sola ai genitor cadenti,

cui pur troppo è probabileche inconsolabilelutto torría dal libro dei Viventi:Adméto, speme di Tessaglia tutta,che vedria spenticon lui suo lieto stato, e in un distruttal’alta possanza, in cui secura or giace;s’ei pria non ha sua prole al regno instruttacoll’animo sagace:tropp’uopo è a noi la sua terrestre salma;che Adméto e Alceste son duo corpi e un’alma.

EPODO

Se un dí rapita appo la piaggia ondosa

dell’Etna tu, né il rapitor discarotenevi pur, né amarot’era il tenor de’ suoi cocenti detti;piena tu il cor di conjugali affetti,ai mali altrui pietosa,Dea, troncar deh non vogli oggi i dilettidi fida amante e riamata sposa!