Atto secondo

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Antigone

MA che? Sol tu nella mia gioja, o Figlio,Mesto ti stai? Di Tebe alfin sul TronoVedi ’l tuo Padre; e tuo retaggio farsiQuesto mio Scettro: onde i lamenti? DuoltiD’Edippo forse, o di sua Stirpe rea?

Emone.

E ti parria delitto aver pietadeD’Edippo, e di sua Stirpe? A me non fiaNel dì funesto, in cui v’ascendi, il TronoDi così lieto augurio, onde ogni stradaChiuda al dolor. Tu stesso un dì potrestiPentito pianger l’acquistato Regno.

Creonte.

I’ piangerò, se pianger dessi, il lungo

Tempo, che a’ rei Nepoti, infami FigliDel delitto obbedii: ma se l’orrendoLor nascimento con più orrenda morteEmendat’hanno, eterno oblio li copra.Compiuto appena il lor destin, più puroIn Tebe il Sol, l’aer più sereno, i NumiTornar più miti: or sì sperar ne giovaPiù lieti dì.

Emone.

Tra le rovine, e il sangueDe’ più stretti Congiunti ogn’altra speme,Che di dolor, fallace torna. Edippo,Di Tebe un Rè (che tale egli è pur sempre)Di Tebe un Rè, ch’esul, ramingo, ciecoSpettacol nuovo a tutta Grecia appresta:Duo Fratelli, che svenansi; FratelliDel Padre lor; Figli d’incesta MadreA te Sorella, e di sua man trafitta:Di nomi or vedi orribile mistura,E di morti, e di pianto: ecco gli auspicj,Ecco la strada, onde a regnar salisti:

Ahi! Padre, esser puoi lieto?

Creonte.

Edippo solQuesta per lui contaminata Terra,Col suo più starvi, alla terribil’iraDel Ciel fea segno. Era dover che sgombraL’avesse alfin. — ma i nostri pianti interiTu non narrasti: ahi scellerato Edippo!Che non mi costi tu? La morte i’ piangoAnco d’un Figlio: il tuo maggior FratelloMenèceo sì, che all’empie, e stolte frodi,A’ vaticinj menzogneri, e stoltiD’un Tiresia credè: Menèceo uccisoDi propria man, per salvar Tebe; uccisoMentre pur vive Edippo. — a’ falli suoiPoca vendetta è il suo perpetuo esiglio.Ma seco apporti in altri lidi EdippoQuella, che ovunque i passi ei mova, il segueMaledizion del Ciel. Pianger non valeA far, non sia ciò, ch’è. Dare all’oblioDessi il passato; e di Fortuna il crine

Forte tener.

Emone.

Instabil Dea, non ellaForza al mio cor può far. Del Ciel lo sdegnoBensì temer, Padre, n’è forza. Or soffri,Libero i’ parli: il tuo crudel divieto,Che le fiere de’ Greci Ombre insepolteAcheronte varcar non lascia, al CieloGrida vendetta. Oh! Che fai tu? Di Regno,E di prospera sorte ebro, non pensi,Che Polinice è regio Sangue, e FiglioDi Madre a te Sorella? E sì pur giaceIgnudo in Campo: almen l’esangue bustoDi lui Nipote tuo lascia, che s’arda.L’ultimo eccidio Antigone de’ SuoiTacendo soffre: del Fratello il corpoQuella Vergine illustre abbiasi in dono.

Creonte.

A par degli empj suoi Fratelli FigliaNon è costei di Edippo?

Emone.

A par di loroDritto ha di Tebe al Trono. Esangue corpoBen dar puoi per un Regno.

Creonte.

A me nemicaFiera è Costei.

Emone.

Nol credi.

Creonte.

Edippo ell’ama,E Polinice; odia Creonte dunque.

Emone.

Oh Ciel! Del Padre, del Fratel pietadevuoi tu ch’ella non senta? In pregio forsePiù la terresti, se spietata.....

Creonte.

In pregioPiù, nò; ma meno i’ l’odieria d’assai.Rè prevenir dè gli odj; ognun nemicoStimar, che offeso stima. Ogni pretesto

Di ribellarsi Antigone superbaPerdè col Padre. Esuli, uniti entrambiPotean, vagando, un Rè trovar, che veloFesse all’innata ambizion d’ImperoDi mentita pietade; e in armi a Tebe,Qual venne Adrasto, ne venisse. Figlio,Biasmare i’ t’odo il mio divieto, a cuiAlta ragione, che tu non sai, mi spinse.Ti fia poi nota; e benchè dura legge,Vedrai, ch’ell’era necessaria.

Emone.

IgnotaM’è la ragion, di’ tu; ma ignoti, parmi,Ten son gli effetti. Antigone può in TebeDell’esul Padre, e del rapito Trono,E del Fratello, che insepolto stassi,Non la cercando, ritrovar vendetta.Mormora il Volgo, a cui tua legge spiace,E assai ne sparla, e la vorria delusa,E rotta la vorrà.

Creonte.

Rompasi; ch’altroI’ non chiegg’io, purchè la vita io m’abbiaDi qual primier l’infrangerà.

Emone.

Qual fieroNemico a danno tuo ciò ti consiglia?

Creonte.

Amor di te sol v’astringe: il fruttoTu raccorrai di quanto or biasmi. AvvezzoA ben altri veder delitti in Tebe.È il Cittadin: che può far altro omai,Che obbedirmi, e tacer?

Emone.

Talor si covaNel silenzio vendetta.

Creonte.

In quel di pochi;Ma nel silenzio d’una gente interaTimor si cova, e servitù. Tralascia,D’opporti a’ miei saggj disegni, o Figlio:

Non ho di te maggior, non ho più dolceCura di te: solo m’avanzi; e soloGodrai tu un dì di mie fatiche. IngratoAnzi tempo non far ti veggia il Padre.....Ma qual d’Armati, e di catene suono?.....

Emone.

Oh! Chi mai vien?... Fra duri lacci avvolteDonne son tratte?... Antigone! Che miro?

Creonte.

L’incauta cadde entro la rete; uscirneMal ne potrà.

CHe fia? Qual’han delittoQueste Donzelle?

I’ ’l vo’ dir io.

Creonte.

Più innanziSi lascin trarre il piè.

Antigone.

Ti sono innante;Ecco; rotta ho tua legge, e tel dico io:Acceso io stessa al mio Fratello ho il rogo.

Creonte.

E avrai tu stessa il guiderdon promessoDa me; l’avrai: ma tu, Donna, chi sei,Ch’io non ravviso alle straniere fogge?

Argìa.

Emula son di sua virtude.

Emone.

Padre,Lo sdegno tuo rattempra: ira non mertaDi Rè donnesco ardir.

Creonte.

Ira? Che parli?

Imperturbabil Giudice quì seggo.Morte è con esse già: suo nome priaSveli Costei; poi la cercata penaS’abbiano entrambe.

Antigone.

Il guiderdon vogli’io,Lo vogl’io sola: io la trovai nel Campo;Io del Fratello il corpo a lei mostrava;Dal Ciel guidata i’ deludea l’infameDe’ Satelliti tuoi vegliante cura:Io la richiesi alla sant’opra; ed essaDi sua man mi prestò debile aiuto.Chi sia non sò; mai non la vidi in Tebe;Fors’ella è d’Argo; e alcun de’ Suoi nel Campo,Ad arder nò, ma ad abbracciar pietosaVeniva....

Argìa.

Or sì rea daddover saria,Or degna sì d’ogni più cruda pena,Se per timore osassi opra sì santaNegar. Tiranno Rè, sappi ’l mio nome;

Godine, esulta.....

Antigone.

Taci!....

Argìa.

Io son; io Figliad’Adrasto; io son di Polinice Sposa;Argìa....

Emone.

Che sento?

Creonte.

Oh! degna Coppia! Il CieloOggi v’ha posto in mano mia: ministroA sua vendetta oggi m’ha il Ciel prescelto. —Ma dì, tenera Sposa, il dolce fruttoTeco recasti dell’amor tuo breve?Madre tu se’ di Pargoletto erededi Tebe; ov’è? D’Edippo egli è pur sangue:Tebe l’aspetta.

Emone.

Inorridisco.... fremo.O tu, cui tolto un Figlio fù, con motti

Puoi tu il dolore esacerbar di Madre?Piange l’una il Fratel, l’altra il Marito:Tu le deridi? Oh Ciel!

Antigone.

O di tal PadreNon abbastanza degno Figlio, taci:Preghi non mesci ad avvilirne: certaÈ d’innocenza prova ottener morteDove regna Creonte.

Creonte.

Imbelle rabbiaSfoga pur tu; me non offendi; sprezza,Purchè tu l’abbi, morte.

Argìa.

In me, deh! volgiIl tuo furore, in me; quì venni io, sola,Sconosciuta, di furto. In queste SoglieDi notte entrai, per ischernir tua legge.Gonfio Antigone, è ver, di velenosoSdegno avea il cor: vero è, che in mente milleVolgea pensier; ma tacita soffria

Pur l’orribil divieto; e s’io non era,Mai calpestato non l’avria. DelittoÈ di chi ’l pensa: a chi l’ordisce spettaLa pena....

Antigone.

A lei fè non prestar: pietadeLa fà mentir inopportuna, e vana.Di furto, è ver, pos’ella il piede in questaReggia; ma non sapea la cruda legge.Me quì cercava; e timida, tremanteLa fatal urna dell’amor suo dolceChiedea da me. Vedi, se in Argo giuntaDell’inuman divieto era la fama.I’ non vo’ dir, che già non t’odiass’ella;(Chi non t’odia?) ma pur di te temea.Da te fuggir coll’ottenuto pegnoDel cener sacro; agli occhj tuoi sperava,Semplice troppo, ella sottrarsi, e in ArgoGli amati avanzi riportar. — Non io,Non io così, che al tuo cospetto innante

Venir sperava, ed esser godo; e dirti,Che d’essa al par, più ch’ella assai t’abborro;Ch’io son, che in petto inestinguibil fiammaTrasfuso ho in lei d’odio, e di sdegno, ond’ardo;Ch’è mia l’audacia, e la fierezza, mia;E l’ira, ond’ella si riveste, mia.

Creonte.

Qual sia di voi più rea, perfide, invanoVoi contendete. I’ mostrerò ben’io,Qual sia di voi più vil. Dappresso vistaMorte, che infame qual si dè v’appresto,Farà tra voi sorger ben’altra garaDi preghi, e pianti.

Emone.

A morte infame? Oh Padre! —Nol cred’io, nò; tu nol farai. Consiglio,Se non pietade, a raddolcir l’acerboTuo sdegno vaglia. Argìa d’Adrasto è Figlia;Di Rè possente: Adrasto, il sai, di TebeLa via conosce, e ricalcarla puote.

Creonte.

Dunque pria che ritorni Adrasto in Tebe,Argìa s’immoli. E che? Figlio, vorrestiMe per timor pietoso?

Argìa.

Adrasto in TebeTornar non può; contrarj ha i tempi, e i Numi;D’Uomini esausto, e d’armi, e di tesoroMe vendicar non puote. Osa, Creonte;M’uccidi pur; non sia, che ten puniscaIl Rè d’Argo per or. Argìa s’uccida,Che nessun danno all’uccisor ne torna.Ma Antigone si salvi; a mille a milleVendicator di lei sorgere in TebeVedresti....

Antigone.

Omai cessa, Sorella; e meglioCostui conosci: a caso ei non è crudo,Nè invan: per te già spero; e già ben veggo,Ch’io gli basto, e n’esulto. Il Trono ci vuole,E tu non l’hai: ma per infausto dritto

Questo, ch’ei vuole, e ch’ei s’usurpa, è mio.Vittima a lui l’ambizion soltantoAddita or me.

Creonte.

Tu questo Trono? InfamiFigli d’incesto, a voi di morte dritto,Non di Regno riman. Gli empj FratelliL’un dell’altro uccisor atroce provaNon son di quanto io dico?

Antigone.

Empio tu, vile,Che lor spingesti a scellerati colpi.Sì, del proprio Fratello nascer Figli,Nostro è delitto; ma con noi la penaGià stava allor nel nascerti Nepoti.Ministro tu della nefanda guerra,Tu nutritor degli odj, a fuoco fuocoIvi aggiungendo ognor; l’uno adulavi,L’altro instigavi, ambo tradivi. StradaCosì ti se’, Creonte, al Soglio sgombra,Ed all’infamia.

Emone.

A viva forza vuoiPerder te stessa, Antigone?

Antigone.

Sì voglio,Vo’, che il Tiranno ascolti il ver sol’una,Una fiata. A lui non stà d’intornoChi dirgliel’osi. Oh! se silenzio imporreA’ tuoi rimorsi a par che all’altrui linguaPotessi tu, Creonte; oh qual sariaPiena tua gioja allor! Ma più che a tuttiOdioso a te stesso hai tu nel torvo,Nell’inquieto sogguardar scolpitoE il delitto, e la pena.

Creonte.

A trarvi a morte,Fratelli abbominevoli del Padre,Mestier non eran tradimenti miei:Tutti a prova il volean gl’irati Numi.

Antigone.

Che nomi tu gli Dei? Tu, ch’altro Dio

Non hai, che l’util tuo: Per cui se’ prestoAd immolar e Amici, e Figli; e Fama;Se pur n’avessi.

Creonte.

Altro hai che dir? Stà bene.Chieggon diversi Numi Ostie diverse.Vittima tu già consegrata ai NumiD’Averno, ultima andrai d’infame Prole.

Emone.

Padre, i’ ti chieggio pria breve udienza.Deh! tu sospendi alquanto: io deggio coseAssai narrarti, ed importanti.

Creonte.

AvanzaDella per loro intorbidata notteAlquanto ancor. Già in mio pensiero ho fissoTermine il Sol nascente al viver suo:T’udrò frattanto.

Argìa.

Oimè! Sol di lei parli?Or sì ch’io tremo. E me con essa a morteNon manderai?

Creonte.

Frattanto entro l’orroreD’atra prigion guidinsi entrambe.

Argìa.

InsiemeCon te, Sorella.....

Antigone.

Sì.....

Creonte.

Disgiunte sieno.Meco Antigone venga: io son custodeA sì gran pegno: Andiam. Guardie, si traggaIn altro carcer l’altra.

Emone.

Oh ciel!...

Antigone.

Si vada.

Argìa.

Ahi lassa me!....

Emone.

Seguir ne vogl’io l’orme.