Atto secondo

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Bruto Secondo

SCENA PRIMA

Cicerone, Cimbro.

Cicer. Securo asilo, ove di Roma i casi

trattar, non resta, altro che questo...Cimbro Ah! pocone resta a dir; solo ad oprar ne avanza.In tuo nome invitati ho Cassio e Brutoa quí venirne; e quí saranno in breve.Nulla indugiar, fia il meglio; al sol novellocorre (ahi pur troppo!) il suo periglio estremola patria nostra.Cicer. È ver, che indugio nullopiú non ponendo egli al disegno iniquo,la baldanza di Cesare securaogni indugio a noi toglie. Altro ei non vuole,che un esercito in armi; or, che convintoper prova egli è, che della compra plebepuò men l’amore in suo favor, che il feroterror di tutti. Ei degli oltraggi nostriride in suo cor; gridar noi lascia a vuoto:pur che l’esercito abbia: e n’ha certezzadalle piú voci, che in senato ei merca.Di libertá le nostre ultime gridascontar faranne al suo ritorno ei poscia.

I romani guerrieri ai Parti incontro

guida ei, per dar l’ultimo crollo a Roma,come a lei diè, del Reno in riva, i primi.Tropp’oltre, troppo, è omai trascorso: or tempo,anch’io il confesso, all’indugiar non havvi.Ma, come il de’ buon cittadino, io tremo:rabbrividisco, in sol pensar, che forseda quanto stiam noi per risolver, pendeil destino di Roma.Cimbro Ecco venirneCassio ver noi.

SCENA SECONDA

Cassio, Cicerone, Cimbro.

Cassio Tardo venn’io? Ma pure,

non v’è per anco Bruto.Cimbro In breve, ei giunge.Cassio Me quí seguir volean molti de’ nostri:ma i delatori, in queste triste mura,tanti son piú che i cittadini omai,che a tormi appieno ogni sospetto, io vollisolo affatto venirne. Alla severavirtú di Cimbro, e del gran Tullio al senno,e all’implacabil ira mia, sol bastiaggiunger ora la sublime altezzadello sdegno di Bruto. Altro consigliopuossi unir mai, meglio temprato, ed attoquindi a meglio adoprarsi a pro di Roma?Cicer. Deh, pur cosí voglian di Roma i Numi!Io, quant’è in me, presto a giovar di tuttosono alla patria mia: duolmi, che solodebile un fiato di non verde etademi resti a dar per essa. Omai, con manopoco oprar può la consunta mia forza;

ma, se con lingua mai liberi audaci

sensi, o nel foro, o nel senato, io porsi;piú che il mai fossi, intrepid’oggi udrammiRoma tuonar liberi accenti: Roma,a cui, se estinta infra suoi ceppi or cade,né sopravviver pur d’un giorno, io giuro.Cassio Vero orator di libertá tu sempreeri, e sublime il tuo parlar, fea forzaa Roma spesso: ma, chi omai rimanedegno di udirti? Od atterriti, o comprison tutti omai; né intenderebber puresublimi tuoi sensi...Cicer. Il popol nostro,benché non piú romano, è popol sempre:e sia ogni uomo per se, quanto piú il puote,corrotto e vile, i piú si cangian, tostoche si adunano i molti: io direi quasi,che in comun puossi a lor prestar nel foroalma tutt’altra, appien diversa in tutto,da quella c’ha fra i lari suoi ciascuno.Il vero, il falso, ira, pietá, dolore,ragion, giustizia, onor, gloria per anco;affetti son, che in cor si ponnodestar d’uomini molti (quai ch’ei sieno)dall’uom che in cor, come fra’ labri, gli abbiatutti davvero. Ove pur vaglian dettiforti, liberi, ardenti, io non indarnooggi salir spero in ringhiera; e voglioivi morir, s’è d’uopo. — Al poter riodi quel Cesare stesso, onde or si trema,quale origine base ei stesso dava?La opiníon dei piú. Col brando ei doma,le Gallie, è ver; ma con la lingua ei doma,coi lusinghieri artificiosi accenti,le sue legion da prima, e in parte posciail popol anco: ei sol, né spegner tutti,

né comprar tutti allor potea: far servi

ben tutti or può quei che ingannati ha pria.E noi del par con lingua non potremmodisingannare, illuminar, far sani,e gl’intelletti e i cuori? Infra il mio dire,e il favellar del dittator tiranno,sta la forza per lui, per me sta il vero:se mi si presta orecchio, ancor pur tantomi affido io, sí, nel mio sublime tema,ch’armi non curo. A orecchi e cor, giá statiromani un dí, giunger può voce ancora,che romani per breve almen li torni.Svelato appien, Cesare vinto è appieno.Cimbro Dubbio non v’ha: se ti ascoltasse Roma,potria il maschio tuo dir tornarla in vita:ma, s’anco tu scegliessi, generoso,di ascender solo, e di morir su i rostri,ch’or son morte a chi il nome osa portarvidi libertá; s’anco tu sol ciò ardissi;tolto pur sempre dalle infami gridadi prezzolata vil genía ti fora,l’esser udito. Ella omai sola tienedel foro il campo, e ogni dritt’uom sbandisce.Non è piú al Tebro Roma: armi, e virtudi,e cittadini, or ricercar si dennonelle estreme provincie. A guerra apertaduro assai troppo è il ritornar; ma pacepur non è questa. I pravi umor, che tantitra viva e morta opprimon Roma, è forza(pur troppo!) ancor col sangue ripurgarli.Romano al certo era Catone; e il sanguedei cittadini spargere abborriva;pur, quel giusto de’ giusti anco il dicea:«Dall’armi nata, e omai dall’armi spenta,non può riviver che dall’armi, Roma».Ch’altro a far ne rimane? O Roma è vinta,

e con lei tutti i cittadin veraci

cadono; o vince, e annichiliti spersisono, o cangiati, i rei. Cesare forsela vittoria allacciò? sconfitto ei vengasolo una volta; e la sua stessa plebe,convinta che invincibile ei non era,conoscerallo allora; a un grido alloratutti ardiran tiranno empio nomarlo,e come tal proscriverlo.Cassio Proscrittoperché non pria da noi? Da un popol viletal sentenza aspettiam, qualor noi darla,quando eseguirla il possiam noi primieri?Fin che ad arbitrio nostro, a Roma in mezzo,entro a sue case, infra il senato istesso,possiam combatter Cesare, e compiutanoi riportarne palma; in campo, a costodi tante vite della sua men empie,a pugna iniqua ei provocar dovrassi,e forse per non vincerlo? Ove un brando,questo mio solo, e la indomabil irache snodar mel fará, bastano, e troppofiano, a troncar quella sprezzabil vita,che Roma or tutta indegnamente in piantotiene allacciata e serva; ove non altroa trucidar qual sia il tiranno vuolsi,che solo un brando, ed un Roman che il tratti;perché, perché, tanti adoprarne? — Ah! seggaaltri a consiglio, e ponderi, e discúta,e ondeggi, e indugi, infin che manchi il tempo:io tra i mezzi il miglior stimo il piú breve:or piú, di tanto, che il piú breve a un trattofia ’l piú ardito, il piú nobile, il piú certo.Degno è di Roma il trucidar quest’unoapertamente; e di morir pur merta,di man di Cassio, Cesare. All’altrui

giusto furor lascio il punir l’infame

servo-console Antonio. — Ecco, vien Bruto:udiam, udiam, s’ei dal mio dir dissenta.

SCENA TERZA

Bruto, Cicerone, Cassio, Cimbro.

Cicer. Sí tardo giunge a cotant’alto affare

Bruto?...Bruto Ah! primiero io vi giungea, se toltofinor non m’era...Cimbro E da chi mai?Bruto Pensarlo,nullo il potria di voi. Parlarmi a lungovolle Antonio finora.Cicer. Antonio?Cassio E il vilesatellite di Cesare ottenevaudíenza da Bruto?Bruto Ebbela, e in nomedel suo Cesare stesso. Egli abboccarsivuol meco, ad ogni patto: a lui venirnem’offre, s’io il voglio; o ch’egli a me...Cimbro Certo, ebbeda te ripulsa...Bruto No. Cesare amico,al cor mio schietto or piú terror non reca,che Cesare nemico. Udirlo io quindivoglio, e fra breve, e in questo tempio stesso.Cassio Ma, che mai vuol da te?Bruto Comprarmi; forse.Ma in Bruto ancor, voi vi affidate, io spero.Cassio Piú che in noi stessi.Cimbro Affidan tutti in Bruto;anco i piú vili.

Bruto E a risvegliarmi, in fatti,

(quasi io dormissi) infra’ miei passi io trovodisseminati incitatori avvisi:brevi, forti, romani; a me di laudee biasmo in un, come se lento io fossia ciò che vuol Roma da me. Nol sono;ed ogni spron mi è vano.Cassio Ma, che speridal favellar con Cesare?...Cicer. Cangiarlotu speri forse...Bruto E piacemi, che il sennodel magnanimo Tullio, al mio disegnosi apponga in parte.Cassio Oh! che di’ tu? Noi tutti,lungamente aspettandoti, quí espostoabbiamo a lungo il parer nostro: un solofummo in Cesare odiar, nell’amar Roma,e nel voler morir per lei: ma fummotre diversi nel modo. Infra il tornarnealla civile guerra; o il popol trarred’inganno, e all’armi; o col privato ferrosvenar Cesare in Roma; or di’, qual forail partito di Bruto?Bruto Il mio? — Nessuno,per or, di questi. Ove fia vano posciail mio, scerrò pur sempre il terzo.Cassio Il tuo?E qual altro ne resta?Bruto A voi son noto:parlar non soglio invan: piacciavi udirmi. —Per sanarsi in un giorno, inferma troppoè Roma ormai. Puossi infiammar la plebe,ma per breve, a virtú; che mai coll’oronon si tragge al ben far, come coll’oroaltri a viltá la tragge. Esser può compra

la virtú vera, mai? Fallace base

a libertá novella il popol guastosarebbe adunque. Ma, il senato è forsepiú sano? annoverar si pon gli schietti;odian Cesare in core i rei pur anco,non perch’ei toglie libertade a tuttima perché a lor, tiranno unico, ei toglied’esser tiranni. A lui succeder vonno;lo abborriscon perciò.Cicer. Cosí non fosse,come vero è, pur troppo!Bruto Ir cauto il buonocittadin debbe, infra bruttura tanta,per non far peggio. Cesare è tiranno;ma non sempre lo è stato. Il vil desiod’esser pieno signore, in cor gli sorgeda non gran tempo: e il vile Antonio, ad arte,inspirando gliel va, per trarlo forsea sua rovina, e innalzar se sovr’esso.Tali amici ha il tiranno.Cassio Innata in pettola iniqua brama di regnar sempr’ebbeCesare...Bruto No; non di regnar: mai tantonon osava ei bramare. Or tu l’estimipiú grande, e ardito, che nol fosse ei mai.Necessitá di gloria, animo ardente,anco il desir non alto di vendettadei privati nemici, e in fin piú ch’altro,l’occasíon felice, ivi l’han spinto,dove giunge ora attonito egli stessodel suo salire. Entro il suo cuor può ancoradesio d’onor, piú che desio di regno.Provar vel deggio? Or, non disegna ei forsed’ir contra i Parti, e abbandonar pur Roma,ove tanti ha nemici?

Cimbro Ei mercar spera

con l’alloro dei Parti il regio serto.Bruto Dunque a virtú, piú assai che a forza, ei vuoledel regio serto esser tenuto: ei dunqueambizíoso è piú che reo...Cassio Sue laudia noi tu intessi?...Bruto Udite il fine. — OndeggiaCesare ancora infra se stesso; ei bramala gloria ancor; non è dunqu’egli in coreperfetto ancor tiranno: ma, ei cominciaa tremar pure, e finor non tremava;vero tiranno ei sta per esser dunque.Timor lo invase, ha pochi dí, nel puntoche il venduto suo popolo ei vedeala corona negargli. Ma, qual sia,non è sprezzabil Cesare, né indegnoch’altri a lui schiuda al ravvedersi strada.Io per me deggio, o dispregiar me stesso,o lui stimar; poiché pur volli a luiesser tenuto io della vita, il giornoch’io ne’ campi farsalici in sue manivinto cadeva. Io vivo; e assai gran macchiaè il mio vivere a Bruto; ma saprollaio scancellar, senza esser vil, né ingrato.Cicer. Dell’armi è tal spesso la sorte: avrestitu, se il vincevi, la vittoria secopure usata cosí. Non ebbe in donoCesare stesso anch’ei sua vita, a Romaor sí fatale? in don la vita anch’egli,per grazia espressa, e vieppiú espresso errore,non ricevea da Silla?Bruto È vero; eppuremai non mi scordo i beneficj altrui:ma il mio dover, e la mia patria a un tempo,in cor ben fitti io porto. A Bruto, in somma,

Cesare è tal, che dittator tiranno,

(qual è, qual fassi ogni dí piú) nol vuoleBruto lasciare a patto nullo in vita;e vuol svenarlo, o esser svenato ei stesso...Ma, tale in un Cesare a Bruto appare,che libertade, e impero, e nerbo, e vitarender, per ora, ei solo il puote a Roma,s’ei cittadin ritorna. È della plebel’idolo giá; norma divenga ai buoni;faccia de’ rei terrore esser le leggi:e, finché torni al prisco stato il tutto,dal disfar leggi al custodirle siail suo poter converso. Ei d’alti sensinacque; ei fu cittadino: ancor di famaegli arde: è cieco, sí; ma tal lo han fattosol la prospera sorte, e gli empj amici,che fatto gli hanno della gloria veral’orme smarrire. O che il mio dire è un nulla;o ch’io parole sí incalzanti e caldetrar dal mio petto, e sí veraci e fortiragion tremende addur saprogli, e tante,ch’io sí, sforzar Cesare spero; e farlogrande davvero, e di virtú sí pura,ch’ei sia d’ogni uom, d’ogni Romano, il primo;senza esser piú che un cittadin di Roma.Sol che sua gloria a Roma giovi, innanziio la pongo alla mia: ben salda provaquesto disegno mio, parmi, saranne. —Ma, se a Cesare or parla indarno Bruto,tu il vedi, o Cassio, con me sempre io ’l recoecco il pugnal, ch’a uccider lui fia ratto,piú che il tuo brando...Cicer. Oh cittadin verace!Grande sei troppo tu; mal da te stessotu puoi conoscer Cesare tiranno.Cassio Sublime Bruto, una impossibil cosa,

ma di te degna, in mente volgi; e solo

tentarla puoi. Non io mi oppongo: ah! trartid’inganno appien, Cesare solo il puote.Cimbro Far d’un tiranno un cittadino? O Bruto,questa tua speme generosa, è provach’esser tu mai tiranno non potresti.Bruto Chiaro in breve fia ciò: d’ogni oprar mioquí poi darovvi pieno conto io stesso. —Ov’io vano orator perdente n’esca,tanto piú acerbo feritor gagliardoa’ cenni tuoi, Cassio, mi avrai; tel giuro.