Atto terzo

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Bruto Secondo

SCENA PRIMA

Cesare, Antonio.

Anton. Cesare, sí; fra poco a te vien Bruto

in questo tempio stesso, ove a te piacquegli arroganti suoi sensi udir pur dianzi,e tollerarli. Il riudrai fra breveda solo a sol, poiché tu il vuoi.Cesare Ten sonotenuto assai: lieve non era impresail piegar Bruto ad abboccarsi or meco;né ad altri mai, fuorché ad Antonio, darneosato avrei lo incarco.Anton. Oh! quanto duolmi,che a’ detti miei tu sordo ognor, ti ostiniin sopportar codesto Bruto! Il primode’ tuoi voler fia questo, a cui si arrendadi mala voglia Antonio. In suon d’amicopregar pur volli, e in nome tuo, colui,che mortal tuo nemico a certa provaesser conosco, e come tale abborro.Cesare Odian Cesare molti: eppur, sol unonemico io conto, che di me sia degno:e Bruto egli è.Anton. Quindi or, non Bruto solo,

ma Bruto prima, e i Cassj, e i Cimbri poscia,

e i Tullj, e tanti uccider densi, e tanti.Cesare Quant’alto è piú, quanto piú acerbo e forteil nemico, di tanto a me piú semprepiacque il vincerlo; e il fea, piú che con l’armi,spesso assai col perdono. Ai queti dettiricorrer, quando adoprar puossi il ferro;persúader, convincere, far forzaa un cor pien d’odio, e farsi essere amicol’uomo, a cui torre ogni esser puossi; ah! questacontro a degno nemico è la vendettala piú illustre; e la mia.Anton. Cesare apprendasol da se stesso ad esser grande: il feanatura a ciò: ma il far securi a un tempoRoma e se, da chi gli ama ambo del parioggi ei l’apprenda: e sovra ogni uom, quell’unoson io. Non cesso di ridirti io mai,che se Bruto non spegni, in ciò ti premepiú assai la vana tua gloria privata,che non la vera della patria; e pocomostri curar la securtá di entrambi.Cesare E atterrir tu con vil sospetto forseCesare vuoi?Anton. Se non per se, per Romatremar ben può Cesare anch’egli, e il debbe.Cesare Morir per Roma, e per la gloria ei debbe;non per se mai tremar, né mai per essa.Vinti ho di Roma io gl’inimici in campo;quei soli eran di Cesare i nemici.Tra quei che il ferro contro a lei snudaro,un d’essi è Bruto; io giá coll’armi in manopreso l’ebbi, e perire allor nol feacol giusto brando della guerra; ed orafra le mura di Roma, inerme (oh cielo!)col reo pugnal di fraude, o con la ingiusta

scure, il farei trucidar io? Non havvi

ragion, che trarmi a eccesso tal mai possa:s’anco il volessi,... ah! forse... io nol... potrei. —Ma in somma, ai tanti mie’ trionfi mancaquello ancora dei Parti, e quel di Bruto:questo all’altro fia scala. Amico farmiBruto voglio, a ogni costo. Il far vendettadel trucidato Crasso, a tutto innanziper ora io pongo; e può giovarmi assaiBruto all’impresa, in cui riposta a un tempofia la gloria di Cesare e di Roma.Anton. Puoi tu accrescerti fama?Cesare Ove da farsialtro piú resta, il da me fatto io stimoun nulla: è tal l’animo mio. Mi traggeor contra il Parto irresistibil forza.Vivo me, Roma rimanersi vinta?Ah! mille volte pria Cesare pera. —Ma, di discordie, e d’atri umor perversi,piena lasciar pur la cittá non posso,mentre in Asia guerreggio: né lasciarlapiena di sangue e di terror vorrei;benché a frenarla sia tal mezzo il certo.Bruto può sol tutto appianarmi...Anton. E un nullareputi Antonio dunque?Cesare — Di me partesei tu nelle guerriere imprese mie:quindi terror dei Parti anche te voglioal fianco mio. Giovarmi in altra guisadi Bruto io penso.Anton. In ogni guisa io prestosono a servirti; e il sai. Ma, cieco tropposei, quanto a Bruto.Cesare Assai piú cieco è forseei quanto a me. Ma il dí fia questo, io spero,

che il potrò tor d’inganno: oggi mi è forza

ciò almen tentare...Anton. Eccolo appunto.Cesare Or, secolasciami; in breve a te verronne.Anton. Appieno,deh! tu d’inganno trar te stesso possa;e in tempo ancor conoscer ben costui!

SCENA SECONDA

Bruto, Cesare.

Bruto Cesare, antichi noi nemici siamo:

ma il vincitor sei tu finora, ed ancoil piú felice sembri. Io, benché il vintopaja, di te men misero pur sono.Ma, qual che il nostro animo sia, battuta,vinta, egra, oppressa, moribonda, è Roma.Pari desir, cagion diversa molto,tratti quí ci hanno ad abboccarci. A dirmigran cose hai tu, se Antonio il ver narrommi;ed io pure alte cose a dirti vengo,se ascoltarle tu ardisci.Cesare Ancor che Brutostato sia sempre a me nemico, a Brutonon l’era io mai, né il son; né, se il volessi,esserlo mai potrei. Venuto io stessoa favellarti in tua magion saria;ma temea, che ad oltraggio tel recassi;Cesare osarne andar, dove consortea Bruto sta del gran Caton la suora:quind’io con preghi a quí venirne invitoti fea. — Me sol, senza littori, e senzapompa nessuna, vedi; in tutto pari

a Bruto; ove pur tale ei me non sdegni.

Quí non udrai, né il dittator di Roma,né il vincitor del gran Pompeo...Bruto Corteggiosol di Cesare degno, è il valor suo:e vieppiú quando ei si appresenta a Bruto. —Felice te, se addietro anco tu puoi,come le scuri ed i littor, lasciartied i rimorsi e il perpetuo terrore,di un dittator perpetuo!Cesare Terrore?Non che al mio cor, non è parola questa,nota pure al mio orecchio.Bruto Ignota ell’eraal gran Cesare in campo invitto duce;non l’è a Cesare in Roma, ora per forzasuo dittatore. È generoso troppo,per negarmelo, Cesare: e, senz’onta,può confessarlo a Bruto. Osar ciò dirmi,di tua stessa grandezza è assai gran parte.Franchi parliam: degno è d’entrambi. — Ai moltiincuter mai timor non puote un solo,senza ei primo tremare. Odine, in prova,qual sia ver me il tuo stato. Uccider Bruto,senza contrasto il puoi: sai, ch’io non t’amo;sai, che a tua iniqua ambizíone inciampoesser poss’io: ma pur, perché nol fai?Perché temi, che a te piú danno arrechil’uccidermi ora. Favellarmi, intanto,e udirmi vuoi, perché il timor ti è normaunica omai; né il sai tu stesso forse;o di saperlo sfuggi.Cesare Ingrato!... e il torredi Farsaglia nei campi a te la vita,forse in mia man non stette?Bruto Ebro tu allora

di gloria, e ancor della battaglia caldo,

eri grande: e per esserlo sei nato:ma quí, te di te stesso fai minore,ogni dí piú. — Ravvediti; conosci,che tu, freddo pacifico tirannomai non nascesti, io te l’affermo...Cesare Eppure,misto di oltraggi il tuo laudar mi piace.T’amo; ti estimo: io vorrei solo al mondoesser Bruto, s’io Cesare non fossi.Bruto Ambo esser puoi; molto aggiungendo a Bruto,nulla togliendo a Cesare: ten vengoa far l’invito io stesso. In te sta solol’esser grande davvero: oltre ogni sommoprisco Romano, essere tu il puoi: fia il mezzosemplice molto; osa adoprarlo: io primote ne scongiuro; e di romano pianto,in ciò dirti, mi sento umido il ciglio... —Ma, tu non parli? Ah! tu ben sai, qual foral’alto mio mezzo: in cor tu ’l senti, il gridodi veritá, che imperíosa tuona.Ardisci, ardisci; il laccio infame scuoti,che ti fa nullo a’ tuoi stessi occhi; e avvintoti tiene, e schiavo, piú che altrui non tieni.A esser Cesare impara oggi da Bruto.S’io di tua gloria invido fossi, udrestior me pregarti ad annullar la mia?Conosco il ver; me non lusingo: in Roma,a te minor di dignitade, e d’anni,e di possanza, e di trionfi, io sono,come di fama. Se innalzarsi il nomedi Bruto può col proprio volo, il puotesoltanto omai su la rovina interadel nome tuo. Sommessa odo una voce,timida, e quindi non romana affatto,Bruto appellar liberator di Roma,

come oppressor ten chiama. A farmi io tale,

ch’io ti sconfigga, o ch’io ti spenga, è d’uopo.Lieve il primo non è; piú che nol credilieve il secondo: e, se a me sol pensassi,tolto il signor giá mi sarei: ma penso,romano, a Roma; e sol per essa io scelgodi te pregar, quando te uccider debbo.Cesare, ah! sí, tu cittadin tornarnea forza dei, da me convinto. A Romatu primo puoi, tu sol, tu mille voltepiú il puoi di Bruto, a Roma render tutto;pace, e salvezza, e gloria, e libertade:quanto le hai tolto, in somma. Ancor per brevetu cittadin tua regia possa adopra,nel render forza alle abbattute leggi,nel tor per sempre a ogni uom l’ardire e i mezzid’imitarti tiranno; e hai tolto a un tempoa ogni uom, per quanto ei sia roman, l’ardiredi pareggiarti cittadino. — Or, dimmi:ti estimi tu minor di Silla? Ei, reopiú assai di te, piú crudo, di piú sanguebagnato e sazio; ei, cittadin pur ancofarsi ardiva, e fu grande. Oh! quanto il foraCesare piú, che di possanza è giuntooltre a Silla di tanto! Altra, ben altrafia gloria a te, se tu spontaneo rendia chi si aspetta, ciò che possa ed arteti dier; se sai meglio apprezzar te stesso;se togli, in somma, che in eterno in Romanullo Cesare mai, né Silla, rieda.Cesare — Sublime ardente giovine; il tuo rattoforte facondo favellar, pur troppo!vero è fors’anche. Ignota forza al coremi fan tuoi detti; e allora che a me ti chiamiminore, io ’l sento, ad onta mia, di quantomaggior mi sei. Ma, il confessarlo io primo,

e il non n’essere offeso, e il non odiarti,

sicure prove esser ti denno, e immense,che un qualche strano affetto io pur nudriscoper te nel seno. — A me sei caro, il credi;e molto il sei. — Ciò ch’io di compier, tempoomai non ho, meglio da te compiutovo’ ch’ei sia, dopo me. Lascia, ch’io aggiungaa’ miei trionfi i debellati Parti;ed io contento muojo. In campo ho trattodi mia vita gran parte; il campo tombami fia sol degna. Ho tolta, è vero, in partela libertá, ma in maggior copia ho aggiuntogloria a Roma, e possanza: al cessar mio,ammenderai di mie vittorie all’ombratu, Bruto, i danni, ch’io le fea. Securaposare in me piú non può Roma: il benech’io vorrei farle, avvelenato ognorafia dal mal che le ho fatto. Io quindi ho scelto,in mio pensiero, alle sue interne piaghete sanatore: integro sempre, e grande,stato sei tu; meglio di me, puoi grandifar tu i Romani, ed integri tornarli.Io, qual padre, ti parlo;... e, piú che figlio,o Bruto mio, mi sei.Bruto ... Non m’è ben chiaroquesto tuo favellare. A me non puotein guisa niuna mai toccar la ingiustasterminata tua possa. E che? tu parlidi Roma giá, quasi d’un tuo paternoretaggio?...Cesare Ah! m’odi. — A te piú omai non possonasconder cosa, che a te nota, or debbecangiarti affatto in favor mio.Bruto Cangiarmipuoi, se ti cangi; e se te stesso vinci;trionfo sol, che a te rimanga...

Cesare Udito

che avrai l’arcano, altro sarai.Bruto Romanosarò pur sempre. Ma, favella.Cesare ... O Bruto,nel mio contegno teco, e ne’ miei sguardi,e ne’ miei detti, e nel tacer mio stesso,di’, non ti par che un smisurato affettoper te mi muova e mi trasporti?Bruto È vero;osservo in te non so qual moto; e parmid’uom piú assai, che di tiranno: e fintocreder nol posso; e schietto, attribuirloa che non so.Cesare ... Ma tu, per me quai sentimoti entro al petto?Bruto Ah! mille: e invidia tranne,tutti per te provo a vicenda i moti.Dir non li so; ma, tutti in due gli stringo:se tiranno persisti, ira ed orrore;s’uom tu ritorni e cittadino, immensom’inspiri amor di maraviglia misto.Qual vuoi dei due da Bruto?Cesare Amore io voglio:e a me tu il dei... Sacro, infrangibil nodoa me ti allaccia.Bruto A te? qual fia?...Cesare Tu nascivero mio figlio.Bruto Oh ciel! che ascolto?...Cesare Ah! vieni,figlio, al mio seno...Bruto Esser potria?...Cesare Se forsea me nol credi, alla tua madre istessail crederai. Questo è un suo foglio; io l’ebbi

in Farsaglia, poche ore anzi alla pugna.

Mira; a te nota è la sua mano: ah! leggi.Bruto «Cesare (oh ciel!) stai per combatter forse,«Pompeo non pure, e i cittadini tuoi,«ma il tuo proprio figliuolo. È Bruto il frutto«de’ nostri amori giovenili. È forza,«ch’io te lo sveli; a ciò null’altro trarmi«mai non potrebbe, che il timor di madre.«Inorridisci, o Cesare; sospendi,«se ancor n’è tempo, il brando: esser tu ucciso«puoi dal tuo figlio; o di tua man tu stesso«puoi trucidarlo. Io tremo... Il ciel, deh! voglia,«che udito in tempo abbiami un padre!... Io tremo...«Servilia.» — Oh colpo inaspettato e fero!Io di Cesare figlio?Cesare Ah! sí, tu il sei.Deh! fra mie braccia vieni.Bruto Oh padre!... Oh Roma!...Oh natura!... Oh dover!... — Pria d’abbracciarti,mira, a’ tuoi piè prostrato Bruto cade;né sorgerá, se in te di Roma a un tempoei non abbraccia il padre.Cesare Ah! sorgi, o figlio. —Deh! come mai sí gelido e ferocerinserri il cor, che alcun privato affettonulla in te possa?Bruto E che? credi or tu forsed’amar tuo figlio? Ami te stesso; e tuttoserve in tuo core al sol desio di regno.Mostrati, e padre, e cittadin; che padrenon è il tiranno mai: deh! tal ti mostra;e un figlio in me ritroverai. La vitadammi due volte: io schiavo, esser nol posso;tiranno, esser nol voglio. O Bruto è figlio

di liber’uom, libero anch’egli, in Roma

libera: o Bruto, esser non vuole. Io sonopresto a versar tutto per Roma il sangue;e in un per te, dove un Roman tu sii,vero di Bruto padre... Oh gioja! io veggosul tuo ciglio spuntare un nobil pianto?Rotto è del cor l’ambizíoso smalto;padre or tu sei. Deh! di natura ascoltaper bocca mia le voci; e Bruto, e Roma,per te sien uno.Cesare ... Il cor mi squarci... Oh duranecessitá!... Seguir del core i motisoli non posso. — Odimi, amato Bruto. —Troppo il servir di Roma è omai maturo:con piú danno per essa, e men virtude,altri terralla, ove tenerla nieghiBruto di man di Cesare...Bruto Oh parole!Oh di corrotto animo servo infamisensi! — A me, no, non fosti, né sei padre.Pria che svelarmi il vil tuo core, e il miovil nascimento, era pietá piú espressame trucidar, tu, di tua mano...Cesare Oh figlio!...Bruto Cedi, o Cesare...Cesare Ingrato,... snaturato...che far vuoi dunque?Bruto O salvar Roma io voglio,o perir seco.Cesare Io ravvederti voglio,o perir di tua mano. Orrida, atroceè la tua sconoscenza... Eppure, io spero,ch’onta ed orror ne sentirai tu innanziche in senato ci vegga il dí novello. —Ma, se allor poi nel non volermi padreti ostini, ingrato; e se, qual figlio, sdegni

meco divider tutto; al dí novello,

signor mi avrai.Bruto — Giá pria d’allora, io spero,l’onta e l’orror d’esser tiranno indarno,ti avran cangiato in vero padre. — In pettonon puommi a un tratto germogliar di figliol’amor, se tu forte e sublime provapria non mi dai del tuo paterno amore.D’ogni altro affetto è quel di padre il primo;e nel tuo cor de’ vincere. Mi avraifiglio allora, il piú tenero, il piú caldo,il piú sommesso, che mai fosse... Oh padre!Qual gioja allor, quanta dolcezza, e quantoorgoglio avrò d’esserti figlio!...Cesare Il sei,qual ch’io mi sia: né mai contro al tuo padrevolger ti puoi, senza esser empio...Bruto Ho nomeBruto; ed a me, sublime madre è Roma. —Deh! non sforzarmi a reputar mio verogenitor solo quel romano Bruto,che a Roma e vita e libertá, col sanguede’ proprj suoi svenati figli, dava.

SCENA TERZA

Cesare.

Oh me infelice!... E fia pur ver, che il solo

figliuol mio da me vinto or non si dica,mentr’io pur tutto il vinto mondo affreno?