Ode

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Il Misogallo

Diva feroce, e torbidaAste sanguigne, ardenti tede impugna,In aspetto terribileDestando Europa ad inaudita pugna.Alteramente impavidaOgni vel disdegnando, erge la fronte;Ma non so quale ignobileAtto, parmi che in volto a lei s’impronte.Pudico a un tempo, e libero,Qual vuolsi in Dea celeste, alto contegnoNon ha costei; nè fervidoL’intatto cor di generoso sdegno.Ancor le braccia ha livideDai mal infranti, e ben mertati ferri,E servilmente rabidaTutti sozzi liberti a se fa sgherri.Dall’Acheronte i perfidiSempre-desti Tiranni or lei mandaro,Perchè ai delusi popoliTorni il prisco lor giogo indi più caro.La ignuda plebe luridaSpalanca intanto le digiune gole;E insanguinata ingojasiOgni uom coll’esca, onde allettarla ei vuole.Ahi ribaldi satellitiDi ria deforme improvida Licenza,Per voi non fia che offuschisiDella divina Libertà l’essenza.Prosapia vil di Spartaco,Che ad ogni legge, ad ogni aver fai guerra,

Tu verso i Bruti, e’ ScevoliTenti il volo, senz’ali, erger da terra?Suoi doni impareggiabiliNo, non comparte Libertà veraceA gente, ch’infra i vorticiDei vizj tutti putrefatta giace.Oh bei costumi semplici,Là dove l’oro invan suoi strali avventa!Là, dove i padri languidiPura pietade filïal sostenta.Dove a modesta vergineCasti imenei marito amante danno;Dove de’ figli il numeroMai non si ascrive il genitore a danno. —Ma che? degg’io qui pingereSotto a Licenza le celesti doti,Dentro cui sol si abbarbicaLibertà, ch’odia al par schiavi, e despòti?