Atto secondo
La Congiura de' Pazzi
SCENA PRIMA
Giuliano, Lorenzo.
Loren. Fratel, che giova? in me finor credesti:
a te par forse, che possanza in noiscemi or per me? Tu di tener favelliuomini a freno: e il son costor? se talifossero, di’; ciò che siam noi, saremmo?Giul. Lorenzo, è ver, benigna stella splendefinor su noi. Fortuna al crescer nostroebbe gran parte; ma piú assai degli avigli alti consigli. Cosmo ebbe lo stato,ma sotto aspetto di privato il tenne.Non è pur tanto ancor perfetto il giogo,che noi tenerlo in principesco aspettopossiam securi. Ai piú, che son gli stolti,di lor perduta libertá le vaneapparenze lasciamo. Il poter sommopiú si rafferma, quanto men lo mostri.Loren. Giunti all’apice ancor, Giulian, non siamo:tempo è d’ardir, non di pesare. Acchiusegiá Cosmo in se la patria tutta, e funnegridato padre ad una. O nulla, o poco,Pier nostro padre alla tessuta telaaggiunse: avverso fato i pochi ed egrisuoi dí, che al padre ei sopravvisse, tosto
troncò: poco v’aggiunse, è ver; ma intanto
ei succedendo a Cosmo, e a Piero noi,si ottenne assai nell’avvezzar gli sguardidei cittadini a ereditario dritto.Dispersi poscia, affievoliti, o spentii nemici ogni dí; sforzati, e avvezziad obbedir gli amici; or, che omai tuttodi Cosmo a compier la magnanim’oprac’invita, inciampo or ne faria viltade?Giul. Saggi a fin trarla, il dobbiam noi; ma in vistamoderati ed umani. Ove dolcezzabasti al bisogno, lentamente dolci;e all’uopo ancor, ma parcamente, crudi.Fratello, il credi; ad estirpar que’ semidi libertá, che in cor d’ogni uomo ha postonatura, oltre i molti anni, arte e maneggiovuolsi adoprar, non poco: il sangue sparsonon gli estingue, li preme; e assai piú feririgermoglian talor dal sangue...Loren. E il sanguedi costoro vogl’io? La scure in RomaSilla adoprò; ma quí, la verga è troppo:a far tremarli, della voce io basto.Giul. Cieca fiducia! Or non sai tu, ch’uom servotemer si dee piú ch’altro? Inerme Sillasi fea, né spento era perciò; ma cintidi satelliti e d’armi e di sospetto,Cajo, e Nerone, e Domiziano, e tantialtri assoluti imperator di schiavi,da lor svenati caddero vilmente. —Perché irritar chi giá obbedisce? Ottienialtrimenti il tuo fine. È ver, del tuttoliberi mai non fur costor; ma servineppur di un solo. — Intorpidir dei priagli animi loro; il cor snervare affatto;ogni dritto pensier svolger con arte;
spegner virtude (ove pur n’abbia), o farla
scherno alle genti; i men feroci avertitra’ famigliari; e i falsamente alteriavvilire, onorandoli. Clemenza,e patria, e gloria, e leggi, e cittadinialto suonar; piú d’ogni cosa, ugualefingerti a’ tuoi minori. — Ecco i gran mezzi,onde in ciascun si cangi a poco a pocoprima il pensar, poi gli usi, indi le leggi;il modo poscia di chi regna; e in fine,quel che riman solo a cangiarsi, il nome.Loren. Ciò tutto giá felicemente in opraposero gli avi nostri: alla catenase anello manca, or denno esserne il fabrodei cittadin le stolte gare istesse.Apertamente, in somma, un sol si attentadi resisterci, un solo; e temer dessi?Giul. Feroce figlio di mal fido padre,da temersi è Raimondo...Loren. Ambo si dennoschernire, e a ciò mi appresto: è dolce anch’ellacotal vendetta...Giul. E mal sicura.Loren. In mente,tant’è, fermo ho cosí. Quel giovin ferovo’ tor di grado; e a suo piacer lasciarlospargere invan sedizíosi detti:cosí vedrassi, in che vil conto io ’l tenga.Giul. Nemico offeso, e non ucciso? oh! quale,qual di triplice ferro armato pettopuò non tremarne? Ingiuríar debb’egli,chi spegner puote? A intorbidar lo stato,perché cosí dargli tu stesso, incauto,pretesti tanti? instigatore e capofarlo cosí dei mal contenti? E sonomolti; piú assai, che tu non pensi. Aperta
forza non han? credere il vo’: ma il tergo
dal tradimento, or chi cel guarda? bastaa ciò il sospetto? a tor quíete ei basta,non a dar sicurezza.Loren. Ardir cel guarda:ardir, che ai forti è brando, e mente, e scudo.Farei, tacendo, a nuove offese invitoal baldanzoso giovine rubello.Ma ingiuríato, e, da chi ’l può, non spento,fia ludibrio dei molti a chi il fai capo.
SCENA SECONDA
Lorenzo, Giuliano, Guglielmo, Raimondo.
Gugl. Seguimi, o figlio; e ch’io quí sol favelli
lascia, ten prego. — O voi, (che ancor ben notonon m’è qual nome vi si deggia e onore)me giá implacabil vostro aspro nemico,or supplichevol voi mirate in atto.Meglio, il so, meglio a mia cadente etadeliberi detti, e liberissime opresi converriano, è ver; né le servili,bench’io le adopri, piaccionmi. Ma solonon son io del mio sangue; onde, è gran tempo,alla fortuna vostra e a ria crudelenecessitá soggiacqui. In voi me poscia,la mia vita, il mio aver, l’onore, e i figli,tutto affidai; né ad obbedir restío,piú ch’altri fui. Ciò che si sparge or dunque,creder nol posso; che a oltraggiar Raimondoe in lui me pur d’immeritato oltraggio,voi vi apprestiate. Ma, se ciò fia vero,chiederne lice a voi ragion pur anco?Giul. Perché al tuo figlio pria ragion non chiedidel suo parlar, dell’opre sue?...
Raim. Non niego
io di renderla a lui: né piú gradititestimonj poss’io mai de’ miei sensitrovar di voi...Loren. Son noti a me i tuoi sensi. —Ma, vo’ insegnarti, che ad urtar coi fortipari vuolsi all’invidia aver l’ardire;e, non men pari all’alto ardir, la forza.Di’; tal sei tu?Gugl. Di nostra stirpe il capofinora pur son io; né muover passofia chi s’attenti, ov’io nol muova. Io parlodell’opre. E che? giudici voi giá forsede’ pensieri anco siete? o i vani dettison capital delitto? oltre siam tanto? —Ma se tal dritto è in voi, perch’uomo imparimeglio a temer; che siete or voi? vel chieggo.Raim. Che son essi? e tu il chiedi? In suon tremendotacitamente imperíosi e crudinon tel dicon lor volti? — Essi son tutto;e nulla noi.Giul. Siam delle sacre legginoi l’impavido scudo; a’ rei tuoi parifuoco del ciel distruggitor siam noi;sole ai buoni benefico ridente.Loren. Tali siam noi da te sprezzare in somma.Giá un voler nostro il gonfalon ti dava;altro nostro voler, piú giusto, il toglie.D’immeritato onor per noi vestito,dimmi, a qual dritto ei ti si dié, chiedesti?Raim. Chi nol sapea? mel dava il timor vostro;mel toglie il timor vostro: a voi regalenorma e Nume, il timore. A voi qual mancapregio di re? voi l’arti crude, e i fierivizj, e i raggiri infami, e il pubblic’odio,tutto ne avete giá. Le generose
vie degli avi calcate: a piene vele,
fin che l’aura è seconda, itene, o prodi.Non che gli averi, a chi vi spiace toltasia la vita e l’onor: lo sparso sanguedritto è sublime al principato, e solo.Ardite omai: fatevi pari ai tantitiranni, ond’è la serva Italia infetta...Gugl. Figlio, tu il modo eccedi. È ver, che lice,finché costor di cittadini il nometratto non s’hanno, a ciascun uomo esporreil suo pensier; ma noi...Loren. Tardi sei cauto:di frenarlo, in mal punto ora ti avvisi.Non ten doler; suoi detti, opra son tua.Lascia or ch’ei dica: ognor sta in noi l’udirlo.Giul. Giovine audace, or l’innasprir che giovagli animi giá non ben disposti? Il meglioper te sará, se tu spontaneo lasciil gonfalon, che ad onta nostra invanoserbar vorresti; il vedi...Raim. Io vil, d’oltraggidegno farmi in tal guisa? Odi: queste arti,per comandar, ponno adoprarsi forse;ma per servir non mai. S’io ceder debbo,ceder voglio alla forza. Onor si acquistaanco tal volta in soggiacer, se a nullasi cede pur, che all’assoluta e crudanecessitá. — Mi piacque i sensi vostriudito aver, come a voi detto i miei.Or, nuovi mezzi a víolenza nuovavedere attendo, e sia che vuole: io ’l giuro;esser vo’ di tirannide crescentevittima sí, ma non stromento io mai.
SCENA TERZA
Lorenzo, Giuliano, Guglielmo.
Loren. Va; se il figlio ti cal, seguilo: ai tempi
fa ch’ei meglio si adatti; e a ciò gli giovacoll’esempio tuo stesso. Al par di luitu pur ci abborri, e a noi cedesti, e cedi:dotto il fa del tuo senno. Io non pretendoamor da voi; mal fingereste; e nullaio ’l curo: odiate, ma obbedite; ed ancoobbedendo, tremate. Or vanne, e narraa codesto tuo finto picciol Bruto,che il vero Bruto invan con Roma ei cadde.Gugl. Incauto è il figlio, il veggio. Eppur di padreognor con lui le sagge parti adopro;soffrir gl’insegno; ei non l’impara. Anticanon è fra noi molto quest’arte ancora:degno è di scusa il giovenil fallire;si ammenderá. — Ma tu, Giulian, che alquantosei di fortuna e di poter men ebro,tu il fratello rattempra: e a lui pur narra,che se un Bruto non fea riviver Roma,pria di Roma e di Bruto altri pur cadde.
SCENA QUARTA
Lorenzo, Giuliano.
Giul. Odi tu come a noi favellan?...
Loren. Odo.Favellan molto, indi ognor men li temo.Giul. Tramar può ognun...Loren. Pochi eseguir...Giul. Quell’unoesser potria Raimondo.Loren. Anzi, ch’ei sia
quell’uno, io spero. Io ne conosco appieno
l’ardir, le forze, i mezzi: ei tentar puote,ma riuscir non mai: ch’altro chiegg’io?da lui ne aspetto ad inoltrarmi il cenno.Ei tenti; oprerem noi. Poter ne accresce,e largo ci apre alla vendetta il campo,ogni ardir de’ nemici. In tranquilla ondapoco innante si va: di nostra altezzafia il periglio primier l’ultima meta.Giul. Il voler tutto a un tempo, a un tempo spessofea perder tutto. Ogni periglio è dubbio;né mai, chi ha regno, de’ suoi schiavi in mentelasciar cader pur dee, ch’altri il potrebbeassalir mai. L’opiníon del volgoche il nostro petto invulnerabil crede,il nostro petto invulnerabil rende.Guai, se alla punta del ribelle acciarola via del core anco tralucer lasci;giorno vien poscia, ove ei penétra, e stradainfino all’elsa fassi. Oggi, deh! credi,fratello, a me; deh! no, non porre a prované il poter nostro, né l’altrui vendetta.A me ti arrendi.Loren. Alla ragion mi soglioarrender sempre; e di provartel spero. —Ma lagrimosa a noi vien Bianca: oh quantomi è duro udir suoi pianti!... e udirgli è forza.
SCENA QUINTA
Bianca, Lorenzo, Giuliano.
Bianca E fia vero, o fratelli? a me pur anco,
essere a me signori aspri vi piace,pria che fratelli? Eppur, sí cara io v’eragiá un dí; sorella ognor vi sono; e voia Raimondo mi deste: ed or voi primil’oltraggiate cosí?
Loren. Nemica tanto,
Bianca, or sei tu del sangue tuo, che il drittopiú non discerni? Hai con Raimondo appresoad abborrirci tanto, che omai notoil nostro cor piú non ti sia? Null’altrofar vogliam noi, che prevenir gli effettidel suo livore. Ad ovviar piú danno,benigni assai, piú ch’ei nol merta, i mezzida noi si adopran; credilo.Bianca Fratelli,cari a me siete; ed ei mi è caro: io tuttoper la pace farei. Ma, perché darmiin moglie a lui, se v’era ei giá nemico;perché oltraggiarlo, se a lui poi mi deste?Giul. Che alla baldanza sua freno sarestisperammo noi...Loren. Ma invan: tale è Raimondo,da potersi pria spegner che cangiarlo.Bianca Ma voi, que’ modi onde si cangia un corelibero, invitto, usaste voi mai seco?Se il non essere amati a voi pur duole,chi vel contende, altri che voi?Loren. Deh! comequel traditore ha in te trasfuso interoil suo veleno! Egli da noi ribellate nostra suora; or, se opreran suoi dettiin cor d’altrui, tu il pensa.Bianca A grado io forseil regnar vostro avrei, se un uom vedessidalla feroce oppressíon di tuttiesente, un solo; e l’un, Raimondo fosse:Raimondo, a cui d’indissolubil nodovoi mi allacciaste; in cui giá da molti anniinseparabil vivo, e ingiurie milleseco divido e soffro; a cui d’eternafede e d’amor (misera madre!) io diedicara pur troppo e numerosa prole: —
Raimondo, a cui tutto a donar son presta.
Giul. Torgli il suo ufficio, altro non è che il torglidi perder se, piú che di offender noi.Anzi, tu prima indurlo ora dovrestia rinunziarlo...Bianca Ah! ben mi avveggio or comeper vie diverse ad un sol fin si corra.Vittima fui di vostre mire; io il mezzofui, non di pace, d’indugio a vendetta.Oh! ben sapeste in un la possa e l’almaassumer voi di re. Fra i pari vostri,ogni vincol di sangue è tolto a giuoco...Ahi lassa me, ch’or me n’avveggo io tardi!Perché nol seppi (oimè!) pria d’esser madre?Ma in somma il sono; e sposa, e amante io sono...Loren. Biasmar non posso il tuo dolor;... ma udirlopiú non possiamo. — Ove il dover ci appella,fratello, andianne. — E tu, che in cor tirannireputi noi, non ciò che a lui vien tolto,mira ciò ch’ei, nulla mertando, or serba.
SCENA SESTA
Bianca.
... Ecco i doni di principe; il non torre. —
Presso a costor vano è il mio pianto: usbergohan di adamante al core. Al piè si riedadi Raimondo infelice: ei non si sdegnaalmen del pianger mio. Chi sa? piú lieveforse da lui... Che forse? esser può dubbio?Sagrificar pe’ figli suoi se stessoogni padre vedrem, pria ch’un sol prencesagrificar, non che di suora al pianto,di tutti al pianto una sua scarsa voglia.