Atto primo

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Sofonisba

SCENA PRIMA

Siface fra Centurioni Romani.

Finché rieda Scipione, almen lasciarmi

con me stesso potreste. — Il piè, la destra,gravi ha di ferro; al roman campo in mezzoSiface stassi; ogni fuggir gli è tolto:gli sia concesso il non vedervi, almeno.

SCENA SECONDA

Siface.

Duro a soffrirsi il soldatesco orgoglio!

Se il lor duce in superbia anco gli avanza,come in vero valor... Ma no; mi è notoScipione: in Cirta, entro mia reggia, io l’ebbiospite giá: molto era umano, e mite...Stolto Siface! or, che favelli? AlloraScipione a te, per mendicare ajuti,venía; né allor, tuo vincitore egli era. —Ahi, vinto re! preso in battaglia, e trattoferito in ceppi entro al nemico campo,ancor tu vivi?... Oh Sofonisba! a qualistrette mi traggi? Or, che piú omai non debbo,

né viver voglio, a tal son io, che morte

dar non mi possa?... Ma il fragor di trombegiá mi annunzia Scipione. Eccolo. Oh vista!

SCENA TERZA

Scipione, Siface.

Scip. Resti ogni uomo in disparte. All’infelice

re fora insulto ogni corteggio mio. —Siface, ove pur mai duol si potesseallevíar di vinto re, mi udrestiparole or muover di pietá: ma notam’è del tuo cor l’altezza, a cui novellapiaga sarebbe ogni pietoso detto.Quind’io non altro omai farò, che trarticon la mia mano stessa i mal portatiferri: sgravar questa tua destra, io ’l deggio.Memore ancor son io, che questa destra,e d’amistade e d’alleanza in pegno,tu mi porgevi in Cirta. — Ma, che veggo?Sdegni il mio ufficio? e torvo immoto il ciglionel suolo affiggi? Ah! se in battaglia presoScipion ti avesse, ei d’altri lacci avvintonon ti avria, che de’ tuoi, col rimembrartila tua giurata fede. Or dunque, cedi(ten priego) il ferreo pondo di te indegno;cedilo a me; lo sconsolato visoinnalza; e in un, mira Scipione in volto.Siface Scipione in volto? io ’l rimirai da presso,con fermo viso, piú volte in battaglia:arbitra d’ogni cosa or vuol fortuna,ch’io piú mirar non l’osi. In questo camposol di Siface il morto corpo addursidai Romani dovea: ma, non è sempredato ai forti il morire; ed io quí prova

trista ne sono; ahi misero! — Dovute

quindi a me son queste catene; e quindison nel limo dannati ora i miei sguardi;ch’io agli occhi mai del vincitor nemicoergerli non potrei.Scip. Non è dei vintiScipion nemico; e benché a lui fortunasolo finor l’aspetto lieto aprisse,non per prosperi eventi ei va superbo,come non mai vil per gli avversi ei fora. —Cortese forza io far ti vo’. Discioltiecco i tuoi ceppi indegni: a solo a solo,pari con pari, or con Scipion favella.Siface Umano parli, e il sei. Se l’esser vintosoffribil fosse a un re, dall’armi tueesserlo, il fora. Ma, che posso io dirti,che della prisca mia grandezza, e a un tempodella presente mia miseria, degnoparer ti possa? E a te, che resta a dirmi,ch’io giá nol sappia?Scip. Io? ti dirò, che grande,che magnanimo tanto ancor ti estimo,ch’io non dubito chiedere a te stessodel tuo cangiarti la cagion verace.Siface Fuor che a fedele esperto amico, il cuorenon suolsi aprir; ma o radi molto, o nulli,dei tali ai re ne tocca. Indegno io forsedi amici veri, abbenché re, non era:e, in prova, aprirti ora il mio core io voglio.A te, nemico generoso, io ’l posso,meglio che a finto amico. Odimi dunque. —Roma è tua culla, ed Affricano io nasco:tu cittadin d’alta cittade sei;di numerosa nazíon possenteio giá fui re. Frapposto mare il tuodal mio terren partiva: io mai non posi

in vostra Italia il piede; a mano armata

stai nell’Affrica tu. Cartagin pria,poscia l’Affrica intera, è in voi lusingadi soggiogare. A me vicina, e quindiora a vicenda amica, ora nemica,Cartagin era: e benché abborra anch’ella,al par che Roma, i re; di orgoglio e possamen soverchiante il popol suo, che il vostro,men da me pure era abborrito. Offesoè il cuor d’un re tacitamente sempreda ogni libero popolo; qual iradestar gli de’ quel ch’è con lui superbo? —Eccoti piano il tutto: odiarvi a morte,come insolenti predator stranieri,era il mio cor: fede, amistá giurarvi,dopo le ispane alte vittorie vostre,era il mio senno.Scip. Ma il valor dell’armiRomane a prova conosciuto avevi;perché tua fede non serbar tu a Roma?Siface — E che dirá Scipion, se il ver gli narro?Scipion, quel grande, il di cui core, albergod’amistá, di pietá, d’ogni sublimeumano affetto, al solo amore ognoraimpenetrabil fu. — Lusinghe, amore,irresistibil possa di beltade,quí m’han condotto; a te il confesso; e in dirlo,non io nel volto di rossor sfavillo.Te cittadino, amor di gloria spronaa superare i cittadin tuoi pari;quindi all’altro sei sordo: a un re, che in tronoeguali a se non ha, tal sprone manca;quindi alla gloria sordo il rende ogni altrasua passíone. A un re infelice il credi;ch’ei verace esser può. Tu, da quel grandeche sei, piú ch’odio o spregio, pietá tranne;ch’io da Scipion soltanto non la sdegno.

Scip. D’amor le fiamme io non provai, ma immensa

la sua possa rispetto, e temo anch’io.Spesso il fuggii; che antiveder suoi stralisi den, cui tardo ogni rimedio è poscia.Di Sofonisba diffidar dovevi,pria di vederla, tu: di Asdrubal figliaell’era in somma, entro a Cartagin nata,d’odio imbevuta in un col latte, e d’ira,contro a Roma: e se a noi dall’util tuoeri allacciato allor, ben chiaro il danno,che tornar ten dovea nel darne il tergo,tu preveder potevi.Siface E nulla contiquella, che l’uom si spesso inganna e regge;la speme? Io l’ebbi, che ad Asdrubal strettodi tai legami, entro a Cartagin nullopiú di me vi potria: veduta posciadi Sofonisba la bellezza, io vinto,io preso, io servo allor, piú che nol sonoor nel tuo campo, d’uno error nell’altrocadendo andai. Per Sofonisba il regnoor perdo io, sí; la fama, e di me stessola stima io perdo: e, il crederesti? in vitapur non mi duol di rimaner brev’ora,fin ch’io lei sappia in securtá. Non temoper lei l’infamia; è d’alto core anch’ella;né viva mai dietro al tuo carro avvinta,piú che Siface, irne potrebbe: or odi,non i sensi di un re, di stolto amanteodi or le smanie. Una gelosa rabbiam’arde e consuma, e la mia morte allunga.Nella mia reggia, in Cirta, omai giá forsedalle armi vostre vinta Sofonisba,in preda ell’è del mio mortal nemico,di Massinissa. A lui promessa priasposa, che a me; forse pur ei ne ardea...A un tal pensiero, inesplicabil sento

disperato furor, che in me s’indonna.

Morire io bramo, e morir deggio; e millevie del morire, ancor che inerme, io tengo:ma, lasso me! morir non so, né posso,fin ch’io non odo il suo destino. In predaa Massinissa, deh! (se a te pur caleil mio pregar) deh! non conceder mai,ch’ella in preda a lui cada... Oh cielo!... Avvampod’ira... — Ma fuor del mio regal decoro,dove mi tragge il furor mio? — Null’altromi resta a dirti. Alla mia tenda intantosoffri ch’io mi ritragga: il duolo indegnonasconder vo’. Fuorché Scipion, non debbenull’uom vedermi entro il romano campoin men che regio conturbato aspetto.

SCENA QUARTA

Scipione.

Misero re! Pari a pietá mi desta

maraviglia il suo dir. — Ma, forte duolmiciò, ch’ei mi accenna. A Massinissa in Cirta,espugnata oramai, per certo occorsaSofonisba sará: s’ei pur ne’ laccid’amor cadesse? e se in sua fe per Romaei vacillasse?... O guerrier prode, e caroa me, non men che necessario a Roma,io per te tremo. — Oh quali cure acerbeti sovrastan, Scipione! Oh! quanto costaa umano cor l’usar la forza ai vintinemici stessi! E s’io mai deggio un giornocontro l’amico usarla?... Ah! questo, in vero,è il sol dover di capitan, ch’io abborra.