Atto terzo

Vittorio Alfieri (1749–1803)

Sofonisba

SCENA PRIMA

Sofonisba.

Misera me! che mai sará? qual chiude

feroce arcano or Massinissa in petto?Che mai gli disse il reo Scipione? Ah! sempre,sempre il previdi, che fatale a entrambiquesto campo sarebbe. — Oh Massinissa!...Or, di pianto pietoso pregni gli occhi,me stai mirando, e favellar non m’osi...Or, con tremanti ed interrotti accenti,tua pur mi chiami: or, disperati e biechiferocemente asciutti gli occhi torcida me sdegnoso; e su la ignuda terrati prostendi anelante; e sole invochicon grida orrende le furie infernali...Ah! nel mio petto le tue furie istessetrasfuse hai giá. — Presagio in cor di quantominaccia a noi questo Scipione, io l’ebbi:tutto antivedo; e in un, di nulla io temo.Or ch’ei, qual debbe, aperto emmi nemico,or io Scipion vo’ udire, e far ch’egli odadi Sofonisba i sensi... Ma, chi veggovenir ver me? Fors’io vaneggio?... Oh cielo!Vivo Siface?... in questo campo?... Oh vista!

SCENA SECONDA

Siface, Sofonisba.

Siface Alto stupor pinto hai nel volto, o donna,

nel rivedermi? — Esser doveva io spento:benigna in ciò la fama ebbi, ma avversala fortuna, pur troppo!Sofon. Oh inaspettataterribil vista! Or mi è palese appienol’orrendo arcano...Siface Infra te stessa parli?A me favella. Or, mirami; son quello,quel tuo consorte io son, che, a te pospostoe regno e onor, privo d’entrambi, avvintoinfra romani lacci, ancor su l’orlodella bramata tomba il piè rattengo,per saper di tua sorte.Sofon. Oh detti!... Ahi! dove,dove mi ascondo?...Siface Ah! di vergogna, e a un trattodi morte l’orme (oh cielo) impresse io veggiosul tuo smarrito volto? Assai mi parlail tuo silenzio atro profondo: io leggodentro al tuo cor la orribile battagliadi affetti mille. Ma, da me rampognaniuna udrai tu: benché oltraggiato, e in ceppi,e da tutti deserto, ancor pur sentodi te piú assai, che non di me, pietade.Conosci or, donna, s’io t’amai. — Mi è noto,che il comando del padre, e l’odio acerboche per Roma hai nel petto, eran tue scorteal mio talamo sole; amor, no mai,tu per me non avevi, lo stesso adducole tue discolpe, il vedi. Io so, che d’altra

non bassa fiamma ardevi tu, giá pria

d’essermi sposa. Amor per prova intendo:sua irresistibil forza, il furor suo,tutto conosco: e, mal mio grado, io quindiamai te sempre. A riamarmi astrettatu dalle umane e sacre leggi, amarminon ti fu pur possibil mai. — Gelosarabbia mi squarcia a brani a brani il core:vorrei vendetta; e, abbenché vinto e inerme,dell’abborrito mio rival pur farlaquí ancor potrei... Ma, tu trionfi, o donna:piú che geloso ancora, amante io vero,col mio morir salva lasciarti or voglio. —Perdonarti, fremendo; a orribil vitaesser rimasto, odiandola, e soltantoper rivederti; ardentemente a un tempolieta con altri desiarti, e spenta;or, come sola de’ miei mali infaustafonte, esecrarti; or, come il ben ch’io avessiunico al mondo, piangendo adorarti...Ecco, fra quali agitatrici Erinni,per te strascino gli ultimi momentidel viver lungo e obbrobríoso mio.Sofon. ... Ardirò pur, ma con tremante voce,l’alma mia disvelarti. — A dir, non moltomi avanza: in mio favor, troppo dicestitu, generoso: a morir sol mi avanza,degnamente, qual moglie di Siface,qual d’Asdrubale figlia. — Al suon, che sparsedel tuo morir la fama, è ver, ch’io ardivala mia destra promettere; ma datanon l’ho: tu vivi, e di Siface io sono.Le tue vendette, e in un le mie, null’uomocontra Roma eseguir meglio potea,che Massinissa. Di tal speme io cieca,e presa in un (nol niegherò) del suo

chiaro valor, toglierlo a Roma, e farlo

di Cartagine scudo ebb’io disegno.Ma, Siface respira? al suo destino,qual ch’ei lo elegga, inseparabil iocompagna riedo, e non del tutto indegna.Siface L’alto proposto tuo, grande è sollievoa re infelice, e a non amato sposo;ma ad un amante oltre ogni dire ardente,qual io ti sono, ei fia supplizio estremo.Giá da gran tempo entro al mio core ho fermoil mio destin, cui mai divider meco,no, mai non dei. Preghi e comandi ascolta,donna, or dunque da me... Ma Scipio a noiveggio venirne: a lui soltanto al mondobramo indrizzar gli ultimi accenti miei.

SCENA TERZA

Scipione, Sofonisba, Siface.

Siface Odimi, o Scipio. — Innanzi a te, sparisce

il simulare; innanzi a te, di niunamia debolezza il vergognarmi è dato:tu, benché niuna in tuo gran cor ne alberghi,grande qual sei, tutte in altrui le intendi,e umanamente le compiangi. — È questa,(mirala or ben) la cagion prima è questad’ogni mio danno; e in lei pur sola io posiogni mio affetto. Non mi hai visto ancoratremar per me; per altri or scendo ai preghi;a forza io ’l fo...Sofon. Non per la figlia al certodi Asdrúbal preghi. Al par di te, securafors’io non sto? — Che puoi Scipion, tu farmi?Nata in Cartagin io, nemica a Roma,

e prigioniera entro il romano campo,

io pur secura sto...Scip. Noi tutti, o donna,pone in duri frangenti or la fatalebizzarra possa della sorte. Io lietocerto non son dei danni vostri: e indarnomeco fai pompa tu dell’odio innatotuo contra Roma. Ancor che Annibal crudoda tutta Italia ogni pietá sbandisca,non io perciò contro ai nemici atroceodio racchiudo. Ove con lor mi è forzaa battaglia venirne, io, vincitori,gl’invidio e ammiro ognor; vinti, gli ajuto,e li compiango.Siface Ed a te solo io quindi,ciò che a null’uom non avrei detto io mai,dir mi affido...Sofon. Che dir? Tu, per te nullacerto non chiedi al vincitore; io niegonulla da lui ricever mai; né purela sua pietá: ch’altro havvi a dire? Innanzial gran Scipion, chi vile osa mostrarsi?Ma, s’anco vile io fossi, il sol vedermidavanti agli occhi il distruttor de’ miei,l’apportator d’ultimi danni all’altapatria mia, ciò sol farmi arder potrebbeor di magnanim’ira. Al par nemicae di Scipione, ancor che umano ei sia,mi professo, e di Roma: a farmen degna,deggio in Scipion piú maraviglia or dunque,che non pietá, destare.Scip. Ogni alma eccelsa,ch’abbia avversa la sorte, a me fa quasiabborrir la mia prospera.Sofon. Funestagioja, ma gioja pure, in sen mi brilla,

or che mi è dato al fine aprir miei sensi

al primier dei Romani. Intender tuttii misti affetti, a cui mio core è in preda,tu solo il puoi, che cittadino ed uomodel par sei sommo. — A chi in Cartagin cullaebbe, non men che a chi sul Tebro nacque,la patria sta, sovra ogni cosa al mondo,fitta nell’alma. In me, bench’io pur donna,femminili pensier non ebber loco,se non secondo. Amai chi meglio odiavavoi, superbi Romani. Un dí nemicoera a voi Massinissa; e al suono alloradi sue guerriere giovanili impreseio m’accendea. Siface, allor di Romaera, non so se ligio, o amico. — Or questison gli ultimi miei detti: a Scipio parlo,e a te Siface: il simular non giova;che il cor dell’uom voi conoscete entrambi. —Dei primi nostri affetti assai profondein noi rimangon l’orme: udendo io quindi,che l’ucciso Siface intera palmadava ai Romani; e Massinissa a un tempooccorrendomi agli occhi; in mio pensierodisegno io fei (forse il dettava il core)di distorlo da Roma, e di lui scudoa Cartagine fare, e a me. Nemicaquí fra l’aquile vostre io dunque or venni:e l’alta speme, che in mio cor s’è fittadi ribellarvi Massinissa, in bandofatto m’ha porre assai riguardi; io ’l sento;e colpevol men taccio; e ad alta ammendason presta io giá. Forse, con possa ignota,mi strascinava ver voi la mia sortea dar di me non basso un saggio: ed ecco,campo or mi s’apre a dimostrare a Roma,qual alma ha in sen donna in Cartagin nata.

Siface L’inaspettato viver mio, ben veggo,

ad ogni mira tua solo e fataleinciampo egli è: ma un’ombra vana, e breve,fia il viver mio. Cessò mia vera vita,dal punto in cui mia libertá cessava:a che restassi, il sai. Sublimi sforzi,da te gli apprendo. Ancor che orrenda piagasien tuoi detti al mio core, a me soltantodovevi aprirti; a vendicarmi degnaio ti lasciava; e lascio...Sofon. A vendicarci,non dubitarne, altri rimane. Ogni uomoil suo dover quí compia; il mio si cangia,al rivivere tuo. — Svelato appienot’ho del mio core i piú nascosi affetti:mi udia Scipion; cui vil nemica io fora,se in altra guisa io favellato avessi.Scip. Franco e sublime il tuo parlar, mi è prova,che me nemico non volgare estimi.Deh, pur potessi!...Sofon. Assai diss’io. — Siface,or ritrarci dobbiamo...Siface In breve, io seguoi passi tuoi...Sofon. No: dal tuo fianco omainon mi scompagno.Siface E abbandonarmi puredovrai...Sofon. Nol voglio; e alla presenza io ’l giurodel gran Scipione. — Or via; deh! meco vieni:alle orribili tante atre tempesteche ci squarciano il core, un breve sfogovuolsi conceder pure. Il pianto a forzafinor rattenni, io donna: al tuo cospettono, non si piange, o Scipio: ma naturavuol suo tributo al fine. Egli è da forte

il sopportar le avversitá; ma fora

vil stupidezza il non sentirne il carco.Siface Misero me! deh! perché vissi io tanto?...

SCENA QUARTA

Scipione.

Sublime donna ella è costei: Romana

degna sarebbe. — Io ’l pianto a stento affreno.